L'opinione

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 5 marzo 2011 - Anno 11 - Nr. 9
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Alla scuola delle emozioni

Sezione#3_2

Vincenzo
Andraous

Il tema trattato con i ragazzi di una scuola lombarda spaziava dall'uso e abuso di sostanze stupefacenti, al bullismo dalle classi alla strada, la violenza come strumento identitario, di consenso, di riconoscimento sociale.
Giovani schierati sulla difensiva, apparentemente lì per caso, come a voler significare che non c'è bisogno di conoscere ulteriormente questi temi, eppure non ci vuole un macchinario di ultima generazione per individuare chi ha familiarità con una canna, chi con qualche beverone, chi con la prepotenza tenta di travestirsi ogni mattina prima di entrare in classe.
C'è chi assiste alla lezione con un'aria di sfida, chi è in cerca di una pacca sulla spalla, chi vorrebbe sentirsi dire che la vita è bella e bisogna avere fiducia, anche quando è schiacciata dalla volontà di non averne, perché ogni volta si pensa di rimanere fregati, e quando si è giovani un comandamento non scritto recita di non dare mai le spalle, se non a qualche amico all'angolo del quadrato.
Una classe nè più nè meno trasgressiva di altre già incontrate, eppure i volti, gli sguardi non hanno maschere a sufficienza per celare un certo fastidio nel relazionarsi su temi e inciampi così ostici, ingombranti dirimpettai per quanti rimangono a difesa del proprio ruolo di famosi per forza, per la paura di rimanere impigliati nella gabbia degli sfigati.
Non c'è solamente l'urgenza dell'approvazione e del riconoscimento nel mucchio, c'è qualcosa di più nello sguardo in alto e in quell'altro tenuto basso, c'è impellente la ricerca di una motivazione, di un interrogativo comprensibile, di una risposta che non sia travestita di comodo.
Forse è importante spendere più tempo e pazienza per risultare un contrasto efficace alla follia di tutte le droghe, evitando gli imponimenti e gli imbonimenti destinati a non dare frutti, rispetto a un percorso di confronto e di relazione, che reciprocamente non teme le inadeguatezze.
La droga non è solo un problema della società contemporanea, è dipendenza che addomestica le coscienze, attraverso la promessa-menzogna di mettere a tacere il vuoto-male che ci portiamo addosso, un excamotage illusorio per scrollarci di dosso i pericoli e i dazi da pagare, ma imboccato il vicolo cieco, c'è l'ostacolo insormontabile a spedirci al tappeto.
La pretesa di raggiungere lo scopo senza fatica affidandoci alla filosofia derivante da una società bullistica, alimenta illegalità e violenza, e come ha detto Mons. Mariano Crociata Segretario Generale della Cei, ci porta dentro un vero e proprio "disastro antropologico".
Quando si procede sempre in picchiata, posizionati su una discesa immaginaria, non ci si accorge di essere puntualmente fermi, per cui tragedia, dolore e disperazione non sempre sono spiegabili, ma stanno alla base di ogni solitudine, di ogni assenza.
L'arma della violenza, dell'omertà, del sopruso, degenera in stile di vita, mentre l'atteggiamento teatralmente irresponsabile convince che la colpa, il problema, sono sempre derivazioni altrui, mai riconducibili a se stessi.
Quando si hanno di fronte tanti giovani in punta di piedi o con gli anfibi, occorre giocare pulito, raccontare il proprio vissuto fino in fondo, condividendo le emozioni di un cuore in tumulto, ma senza manipolare la loro testa e il cuore per tentare a tutti costi la meta.

Precariato adolescenziale e droga

Sul problema droga, alcol e violenza collegata, ho l’impressione che non si voglia inquadrare in maniera comprensibile il massacro cui vanno soggetti soprattutto i più giovani.
Esiste un tentativo piuttosto timido di indicare un certo precariato sociale, quella parte di collettività che rimane fuori dal mercato del lavoro, mentre sul precariato inteso come mondo adolescenziale e giovane adulto è calata una cappa, costringendoli all’indietro, come a voler nascondere i cedimenti che hanno prodotto un futuro che sembra non attenderli più.
Qualcuno sostiene che ci sono due milioni di ragazzi che non frequentano la scuola, non vanno al lavoro, non fanno volontariato, non svolgono nulla che non sia un girovagare sotto vuoto spinto, due milioni di nomadi in una comunità assente, costretta a guardare da un’altra parte, a pensare a se stessa e poco agli altri, tanto meno ai propri figli che domani ne prenderanno il posto di educatori.
Si tratta di una degenerazione che non è riconducibile ai guasti di una globalizzazione usata male, dalle leggi del mercato mondiale oppresso dall’ appetito cannibalico in preda all’ansia di guadagno.
C’è qualcosa di più a fare da ponte a questo scollamento di valori e solidarietà che integra le differenze.
Giovani dislocati qua e là, in città e in periferia, a volte ritardano, altre si perdono, in qualche occasione non tornano più, e mentre tutto questo si cristallizza intorno a noi, l’opinione diffusa è che la maggioranza dei giovani è stanca di stare a guardare, di rimanere all’angolo con la faccia al muro per colpe non sempre riconducibili alla loro immaturità.
I pensieri assumono riflessi contrastanti, sono curve che dapprima accecano, poi addormentano, infine rendono il presente una sequela di domani sfornati in serie dalla noia e dalla disistima.
La fascinazione delle droghe, tante, variopinte, nascoste e in bella mostra, al costo accettabile, sempre più accessibile, in centro si comprano e qualche volta si vendono, fuori dalle mura urbane ognuno ha la sua merce, ciascuno possiede l’illusione pregiata per ogni circostanza, per chi non fatica sui banchi di scuola, nei campi da arare, per chi non sa sudare e per chi non sa accompagnare chi è in avaria.
Società dei valori da re-inventare, una collettività per un verso intontita e per l’altro in bilico, al punto da non saper riconoscere quei valori di cui parla, che già ci sono, lì, semiassiderati dal freddo dell’indifferenza.
Una società da bere, da sniffare, da fumare, che persiste a debordare sulle irresponsabilità assunte a giustificazioni dai contendenti ubriachi di adrenalina a basso costo.
Eppure tutto questo non deve metterci knock down, o farci sentire indegni e sprofondare nell’abulia, occorre diventare protagonisti attivi a tal punto da assumere in prima persona questo ruolo, ciò per tentare di spostare l’asse di coordinamento sociale, basata per lo più su un’accettazione di illegalità diffusa.
Ora più che mai è necessario richiamare tutte le energie interiori rimaste per fare adultità, ma farlo significa non rimanere nei rifugi disposti a misura, ma affondare le braccia fino ai gomiti nel male e nell’ingiusto, nei sacrifici e nelle rinunce, senza paura di sporcarsele, e non accettarci più supinamente per quello che siamo diventati.

Vincenzo Andraous

 

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