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La crisi dell'Io a livello filosofico: Nietzsche
La vita e il pensiero di Nietzsche rappresentano in modo efficace un momento di crisi del pensiero che si manifesta in una radicale messa in discussione della civiltà e della filosofia dell'Occidente e che si traduce in una distruzione programmatica delle certezze del passato: "Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme, una crisi quale mai si era vista sulla Terra, la più profonda collisione delle coscienze, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato". [1] "I miei scritti sono stati chiamati una scuola di sospetto e ancor più di disprezzo; per fortuna però anche di coraggio […]. E in realtà, io stesso non credo che alcuno abbia mai scrutato il mondo con un sospetto ugualmente profondo…" [2] Nietzsche afferma innanzi tutto la "morte di Dio" e la fine delle illusioni metafisiche. In "La Gaia Scienza", in uno dei passi più rilevanti dell'opera, egli drammatizza il messaggio della morte di Dio con il racconto dell'uomo folle. Costui, l'uomo folle -il filosofo/profeta- che va in giro per i mercati alla ricerca di Dio e suscita le risate ironiche degli uomini presenti, rende con efficacia il senso di vuoto, di vertigine e di smarrimento che seguono allo svanire di ogni punto di riferimento assoluto e sono il prologo alla consapevolezza che la morte di dio non si è ancora concretizzata in un un fatto di massa e qui Nietzsche allude alla crisi moderna delle religioni. La descrizione che egli fa dello smarrimento esistenziale prodotto dalla morte di Dio è drammatica e "partecipata", essa costituisce un trauma, ma solo in relazione ad un uomo che non è ancora superuomo: soltanto chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e di prendere atto del crollo degli assoluti, è maturo per superare l'abisso che divide l'uomo dall'oltreuomo. L'ateismo di Nietzsche è così radicale che egli non contesta soltanto Dio, ma anche ogni suo ipotetico surrogato come potrebbero esserlo ad esempio lo Stato, l'Umanità, la Scienza, il Socialismo. Il pessimismo di Nietzsche si delinea nel suo modo di concepire la metafisica; secondo il filosofo, l'immagine di un cosmo ordinato, benefico e diretto da un'intelligenza superiore è soltanto una costruzione della nostra mente, ideata per sopportare le durezze e le fatiche della quotidianità e dell'esistenza. Questa crisi profonda viene confermata in seguito, quando egli afferma: " C'è un solo mondo, ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso, un mondo così fatto è il vero mondo, noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa realtà, questa verità, cioè per vivere. Dunque la metafisica, la morale, la scienza, vengono prese in considerazione solo come forme diverse di menzogna: con il loro aiuto si crede nella vita". [3] In altri termini, di fronte ad una realtà che risulta in modo verificabile contraddittoria, disarmonica, crudele e non provvidenziale, gli uomini, per poter sopravvivere, hanno dovuto convincersi che il mondo è qualcosa di logico, di benefico e di provvidenziale. E, ancora, il pensiero di Nietzsche manifesta in pieno uno stato di crisi quando afferma che "l'universo danza sui piedi del caso e non risulta affatto costruito secondo categorie di ragione". [4] Pertanto il filosofo considera con uno sguardo disincantato le metafisiche e le religioni come decorazioni della realtà, bugie di sopravvivenza. Da ciò il messaggio inquietante: Dio si configura come la quintessenza di tutte le credenze escogitate attraverso i tempi per fronteggiare il volto caotico e meduseo dell'esistenza. Questa morte di Dio e la fine delle illusioni metafisiche rappresentano le premesse e per così dire, le macerie dalle quali sorgerà il superuomo, simile ad una sorta di araba fenice. Il superuomo -Ubermensch- è senz'altro il motivo più noto e volgarizzato del pensiero di Nietzsche; superuomo è un concetto filosofico di cui si serve il filosofo tedesco per esprimere il progetto di un uomo qualificato come colui che è in grado di accettare la dimensione tragica e dionisiaca dell'esistenza, di dire di sì alla vita, di reggere la morte di Dio, di porsi come volontà di potenza, infine di affermarsi come volontà interpretante e prospettica: in quanto tale, il superuomo non può che delinearsi sull'orizzonte del futuro. L'Ubermensch di cui egli parla è il "tipo nuovo", cioè un essere radicalmente "altro" da quello che abitualmente ci sta di fronte: il prefisso Uber, più che indicare un tipo di uomo potenziato, sta a significare un "uomo-oltre-l'uomo", cioè un uomo che si colloca al di là di ogni tipo antropologico dato. Pertanto il superuomo nitzscheano non va confuso, ad esempio, con l'esteta di tipo dannunziano, o con un'entità biologica di tipo darwiniano; non è l'uomo al superlativo, ma un uomo diverso da quello che conosciamo; un uomo oltre l'uomo, capace di creare nuovi valori e di rapportarsi in modo inedito alla realtà. Il nome di Nietzsche è stato per lungo tempo associato alla cultura nazifascista,; secondo una tesi recente avanzata dallo storico Ernst Nolte, il nazismo senza alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche non sarebbe diventato ciò che fu. Questa interpretazione è stata in parte agevolata dalle operazioni della sorella Elisabeth che ha contribuito a diffondere l'immagine del filosofo come teorico e propugnatore del nazismo. E, nel processo di nazificazione questa sorella ha due responsabilità. Responsabilità esemplificate in un episodio risalente al novembre 1933 e comprovato da foto dell'epoca, nel quale Hitler andò in visita all'archivio Nietzsche e ricevette da Elisabeth un bastone appartenuto al fratello; per la strada c'erano due ali plaudenti di folla.
La crisi dell'Io attraverso la letteratura: Moravia e "Gli Indifferenti"
L'idea di crisi, di abbandono, di perdita di valori, oltre all'ambito filosofico si intreccia in modo evidente anche con la storia, la letteratura, e il pensiero di numerosi scrittori e letterati. Una delle opere più interessanti da questo punto di vista, appartenente alla prima metà del 1900, è sicuramente "Gli Indifferenti", romanzo dello scrittore Alberto Moravia, pubblicato nel 1929. Già al suo esordio l'opera rappresenta una sorta di novità a sorpresa, perché presenta in un quadro preciso e sconcertante le abitudini e lo stile di vita dell'alta borghesia romana del tempo. Moravia fruga nei segreti della classe dirigente e vi coglie uno spazio tragico e dei problemi morali che ufficialmente erano sconosciuti. Nelle vicende degli Ardengo, di Leo Merumeci e di Lisa, l'amica di tutti, si intrecciano tutti gli elementi disgregatori che denunciano il disfacimento e l'immobilità spirituale e morale di una classe che sembra aver rinunciato ad ogni speranza di dignità e di libertà, totalmente immersa nel clima e nell'ambiente culturale del fascismo. "Gli Indifferenti"arrivano come un fulmine a ciel sereno, quando la quiete borghese aveva portato ogni problema alla dimensione del risparmio e della miopia spirituale. Moravia desidera comprendere cosa si nasconda dietro quella quieta contentezza, quel decoroso buonsenso e dietro il rifiuto di ogni idea di infinito e di rivolta. Tutto il romanzo esprime arbitrarietà di gesti e di valori, crudeltà psicologiche, violenza, un erotismo disperato e meccanico e, oltre a ciò, l'accettazione, la resa a discrezione, l'indifferenza verso qualunque rovescio di fortuna e verso qualunque deriva della vita. Spariscono i parametri del giudizio e tutto diventa uguale, il cinismo o la lealtà, l'amore o il disprezzo. Il soggetto del romanzo si sviluppa a Roma, quasi sempre in ambienti chiusi: la casa, una stanza, la sala da ballo, l'automobile; poche sono le uscite all'esterno e non a caso l'aggettivo "cupo" ricorre con elevata frequenza. Ci sono solo cinque personaggi, la madre Mariagrazia, il figlio Michele, la figlia Carla e poi l'amante/affarista ed infine l'amica. Le relazioni tra i personaggi si rivelano fin dalle prime pagine del romanzo e la trama non è altro che la relazione tra Leo Merumeci e Mariagrazia. Tutti a causa di ciò soffrono, oppure hanno delle speranze: Leo pensa che otterrà la casa degli Ardengo nonostante odi l'amante; Mariagrazia spera tramite questa relazione in un futuro migliore per sé e per i figli; Michele odia tutti così intensamente che gli diventano totalmente indifferenti; Carla è la copia in miniatura della madre e Lisa, falsa amica, alla fine di una carriera da cortigiana, desidera Michele come amante. I protagonisti del romanzo non fanno niente e aspettano dall'altro la propria salvezza: aspettano da Leo i soldi, una vita migliore, la casa, il matrimonio di Carla, il lavoro per Michele, la compagnia della madre. I loro dialoghi sono elementari, spesso assurdi, incentrati sempre su un soggetto-preferito: la gelosia di Mariagrazia, lo scambio spesso violento di repliche tra Leo e Michele, le lacrime di Carla. In questa immobilità di sentimenti e di coscienza nulla cambia: Leo continua a pensare a come ingannare le persone, la madre è sempre gelosa, Michele è sempre indifferente, Carla rimane sempre una ragazzina immatura. Michele tuttavia, nonostante mostri in ogni circostanza un'aria d'indifferenza, sembra l'unico personaggio con qualche velleità di reazione e però in ogni caso le sue idee, la sua visione del mondo gli impediscono di agire, perché per lui già il solo pensare era vivere. Perso nel bosco oscuro del mondo in cui vive, Michele è l'unico che rifiuta di stare al gioco, ma non può neanche uscirne perché non sa più quali siano i valori morali da seguire. Infine la pioggia, che sempre martella o ronza sui vetri, gli anditi bui, gomiti di corridoio, poltrone da salotto sempre calde dall'impronta di un corpo, l'oscurità dell'abitacolo di un'automobile, mentre fuori corrono le strade della città rigate da quel piovere continuo; questa pioggia, infine, che è il "correlativo oggettivo" di un sentimento e cioè il pianto amaro di chi si rende conto che la tragedia gli sfugge dal cuore e dall'anima perché l'Io è immobile e senza vita.
La crisi esistenziale nella letteratura: Pirandello
Oltre a Moravia, infine, l'idea di crisi di valori e d'identità si sposa perfettamente con l'opera e il pensiero di un altro scrittore e letterato, L. Pirandello, in modo particolare nella sua opera "Uno, nessuno, centomila", uscita a puntate nel 1925 sulla "Fiera Letteraria". Romanzo di "scomposizione della vita", come l'autore stesso l'aveva definito e come, in effetti, la linea della narrazione segna il progressivo autodistruggersi di una personalità, da quando comprende la propria impossibilità di "consistere", di chiudersi in una forma coerente e autentica; da quando cioè comprende la falsità ineluttabile dei rapporti che possiamo avere con gli altri e con noi stessi. Si tratta di una vera e propria crisi di identità. Vitangelo Mostarda, ventottenne "inetto", che ha ereditato dal padre una banca, affidata però agli amici astuti ed interessati, scopre una mattina qualunque, attraverso le parole della moglie, d avere un lieve difetto fisico al naso, di cui egli non ha mai avuto coscienza. Rendendosi conto che l'immagine che ha di sé non corrisponde a quella che ne hanno gli altri, Vitangelo finisce con lo sprofondare ad ogni parola in abissi di riflessioni e considerazioni che gli impediscono di agire e che lo inducono a mettere via via in crisi i rapporti famigliari, l'ordinato sistema delle convenzioni sociali, la stessa percezione della propria identità. La crisi del protagonista si manifesta come il proposito disperato di vedere e conoscere quell'estraneo che è in lui, ma a questo punto la delicata situazione del protagonista si complica: Moscarda scopre di essere centomila, e non solo per gli altri, ma anche per sé stesso. E' una crisi della persona, del principio di identità. Moscarda cercherà di distruggere le false immagini di sé che sono negli altri e in lui stesso, mettendo in atto inizialmente un disperato tentativo di comunicare a famigliari e amici le cause di questa crisi; ma il tentativo fallisce e alla fine il protagonista, completamente solo ed straneo alla realtà degli altri, non può che scegliere il rifugio dell'ospizio dove riscopre, attraverso il flusso elementare delle sensazioni, la possibilità di un nuovo rapporto con il paesaggio e la natura che lo circonda. La tragedia dell'uomo pirandelliano è il suo essere per il nulla: il destino angoscioso di chi porta in sé una scintilla divina -ma si tratta di un Dio sconosciuto e inconoscibile- un'ansia di verità e di eternità, ma per vederle morire in un mondo vano, effimero, crudele, di futili apparenze e privo di legami puri e veramente unici nella loro autenticità.
Bibliografia
- Pastore Annamaria e Perone Ugo, Filosofia 3, Torino, SEI, 2005 - Luperini Romano e Cataldi Pietro, La scrittura e l'interpretazione, Firenze, Palumbo Editore, 2005
1 Nietzsche, Ecce Homo, 2005, Rusconi. 2 Nietzsche, Umano, troppo umano, 1990, Newton Compton. 3 Nietzsche, Frammenti Postumi, 1967, Adelphi. 4 Commengè Beatrice, La danza di Nietzsche, 1994, Guanda.
A cura di Gregory Meschi
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