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Vittorio Emanuele II
Vittorio Emanuele II di Savoia è nato a Torino il 14 marzo 1820, primogenito di Carlo Alberto di Savoia Carignano e di Maria Teresa d'Asburgo-Toscana. Ha trascorso in primi anni di vita a Firenze, in quanto inviso al nuovo re Carlo Felice, che non lo amava, al punto da imporgli di trasferirsi in Toscana, lontano dal regno. Durante la sua permanenza nella città toscana, mentre il granducato era retto dal nonno materno, Ferdinando III di Toscana, ebbe come precettore Giuseppe Dabormida, che lo educò maggiormente ad una disciplina militaresca, pur con scarsi risultati, e invece di dedicarsi agli studi e alle buone maniere preferì la caccia, i cavalli, e la sciabola. Per la notevole differenza somatica con i genitori, già visibile in tenera età, molti ipotizzarono che Vittorio non fosse figlio legittimo della coppia, ma un bimbo d'origine popolana, accolto in segreto per sostituire il figlio morto tragicamente durante un incendio. Del resto, era difficile non constatare le differenze somatiche tra il giovane Vittorio, piccolo, tracagnotto e sanguigno e i suoi genitori, in particolare la madre, donna dalla figura longilinea, alta oltre 2 metri. Le dicerie sui natali di Vittorio non furono mai sfatate, e, al contrario, trovarono riscontro nel verbale del caporale Galluzzo redatto dopo l'incendio nel palazzo fiorentino. Quando il padre Carlo Alberto fu chiamato, nel 1831, a succedere a Carlo Felice di Savoia, Vittorio Emanuele lo seguì a Torino dove fu affidato al conte Cesare di Saluzzo, e ad altri precettori, tra questi il generale Ettore De Sonnaz, il teologo Andrea Charvaz, lo storico Lorenzo Isnardi e il giurista Giuseppe Manno.
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Gli sforzi dei dotti precettori ebbero però scarso effetto sulla refrattarietà agli studi di Vittorio Emanuele, che preferiva dedicarsi ai cavalli, alla caccia e alla sciabola, oltre che all'escursionismo in montagna, rifuggendo la grammatica, la matematica, la storia e il diritto. Ottenuto il grado di generale, sposò nel 1842 la cugina Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena, mantenne un'intensa relazione con Laura Bon dalla quale ebbe una figlia, Emanuela nel 1853, che fu nominata contessa di Roverbella. Carlo Alberto fu un sovrano riformatore, concesse la Costituzione il 4 marzo 1848, dichiarò guerra all'Austria, dando inizio al periodo storico noto come Risorgimento italiano: gli eventi bellici portarono le truppe piemontesi in Lombardia, dove furono epiche le battaglie perse a Custoza e Milano, fino, dopo ulteriori sfavorevoli sviluppi bellici, giungere dapprima all'armistizio e poi alla resa. Gli eventi indussero il re ad abdicare, lasciando il regno per l'esilio in Portogallo. Vittorio Emanuele II divenne re in un momento difficile, al punto da costringerlo alla resa sottoscritta con il generale austriaco Radetzky a Vignale Monferrato, dovendo accettare le condizioni dei vincitori. Contrariamente al padre, si dichiarò contrario ai democratici, ma non revocò, nonostante le pressioni dell'Austria, la Costituzione (Statuto). Vittorio Emanuele II dovette sciogliere i corpi volontari dell'esercito, cedendo agli austriaci la fortezza di Alessandria e il controllo dei territori compresi tra il Po, il Sesia e il Ticino, oltre alla rifusione dei danni di guerra quantificati in 75 milioni di franchi francesi. Le elezioni del 15 luglio 1849, gli elettori furono soltanto 30.000, espressero un parlamento eccessivamente 'democratico', che rifiutò la pace con l'Austria, costringendo Vittorio Emanuele II a scioglierlo, e a promulgare il proclama di Moncalieri, in cui invitava il popolo a scegliere rappresentanti più conservatori e allineati alla sua volontà. Il nuovo Parlamento fu composto per due terzi dai moderati che ratificarono il trattato di pace con l'Austria. All'indomani dell'armistizio di Vignale, la città di Genova si ribellò contro la monarchia sabauda e il governo, ne seguirono tumulti e scontri con oltre 500 morti tra la popolazione. Il re, compiaciuto per l'esito della repressione, scrisse una lettera d'elogio al generale La Marmora definendo i ribelli "vile e infetta razza di canaglie". Nel mese di giugno del 1848, il conte Camillo Benso di Cavour entrò nel parlamento, mantenendo una linea politica indipendente, segnando una svolta, e ponendo le basi per la costituzione di un nuovo Regno, più vasto e potente, in grado di riunire i popoli del nord e del sud, e, seppur con riserbo, lottò per l'abolizione di alcuni privilegi della Chiesa, già abrogati in altri Paesi d'Europa. L'attività politica e l'influenza esercitata da Cavour posero le fondamenta per la costituzione di un nuovo regno, accattivandosi le simpatie di molti parlamentari e di uomini influenti, nonostante l'avversione dimostrata dal re nei suoi confronti. In un clima internazionale teso, dopo la guerra di Crimea che aumentò il credito e il prestigio internazionale del Piemonte, l'italiano Felice Orsini attentò alla vita di Napoleone III, facendo esplodere tre bombe contro la carrozza imperiale, provocando morti e feriti. Nonostante le aspettative dell'Austria, che sperava, dopo il tragico evento, nell'avvicinamento dei francesi alla loro politica reazionaria, l'imperatore Napoleone III convinto da Cavour, considerò la questione italiana lasciando il campo e la possibilità di intervento ai sabaudi. Con il trattato di Plombières i rapporti tra Napoleone e Vittorio Emanuele migliorarono: furono sottoscritti accordi segreti che prevedevano la cessione della Savoia e di Nizza in cambio dell'aiuto militare francese, in caso di attacco austriaco. Di fatto Napoleone autorizzava la formazione del Regno dell'Alta Italia, mentre voleva mantenere la sua influenza sull'Italia centrale e meridionale. Gli accordi segreti divennero però di pubblico dominio, e lo stesso Napoleone esordì con questa frase all'ambasciatore austriaco: "Sono spiacente che i nostri rapporti non siano più buoni come nel passato; tuttavia, vi prego di comunicare all'imperatore che i miei personali sentimenti nei suoi confronti non sono mutati". Dieci giorni dopo, il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II si rivolse al parlamento sardo con la celebre frase del "grido di dolore", il cui testo originale, redatto da Cavour fu inviato a Napoleone III, che, ritenendolo poco energico, pensò di sostituirne l'ultimo periodo con quello che poi entrò nella storia, poi conservato nel castello di Sommariva Perno. "Confortati dall'esperienza del passato andiamo risoluti incontro alle eventulità del futuro. Quest'avvenire sarà felice, riposando la nostra politica sulla giustizia, sull'amore della libertà e della patria. Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo disponibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi. Forti per la concordia, fidenti del nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della divina provvidenza".
GM
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