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Alcoa: una vergogna!
Le vittime, i dipendenti dell'Alcoa di Portovesme, in provincia di Carbonia-Iglesias, hanno occupato l'aeroporto di Elmas a Cagliari,e si sono recati a Roma per richiedere l'intervento del governo, richiamando inoltre l'attenzione del Santo Padre. Un gesto estremo, contro la decisione della multinazionale americana dell'alluminio di fermare gli impianti di Portovesme e Fusina (Venezia) per sei mesi. I posti di lavoro a rischio sono duemila, e il governo tratterà ad oltranza con i rappresentanti della società nel tentativo di raggiungere un accordo che consenta di risolvere una situazione che preoccupa un territorio privo di altre possibilità. Le tensioni durano da mesi, e, nonostante promesse mai mantenute, e forse impossibili da rispettare, è evidente l'impossibilità di un rilancio di un'attività (produzione di alluminio) ritenuta antieconomica e di una crisi che sembra irreversibile. Una situazione drammatica che colpisce un territorio posto a sud ovest della Sardegna, di grande valenza ambientale, che sta assumendo in questi anni una notevole crescita sotto il profilo turistico, anche se, decenni orsono, è stato violentato dalla mano dell'uomo, e dalla volontà dei politici del tempo, che, per garantire lavoro, hanno effettuato scelte sbagliate, addirittura scellerate sotto il profilo ambientale e paesaggistico. Le stesse politiche hanno coinvolto altre località, basti pensare a Porto Torres, alle raffinerie ad ovest di Cagliari, alle attività industriali, intraprese a S. Antioco, chiuse da tempo perché antieconomiche ed inquinanti, recentemente demolite, e bonificate. I governi regionali, con l'appoggio di quello nazionale, hanno operato senza lungimiranza generando un 'mostro' che non riesce a sopravvivere a se stesso.
Portovesme dall’alto (© Google Maps)
Certo, decenni or sono, il turismo in quelle zone muoveva i primi passi, e la sopravvivenza in questa realtà territoriale dipendeva dalle miniere di Carbonia, dalla pesca, da attività agricole e pastorali, incapaci di garantire ai residenti condizioni di vita accettabili. I governi che si sono succeduti hanno portato allo scempio di una delle coste più belle della Sardegna, che avrebbe meritato di essere valorizzata e salvaguardata, e non destinata ad attività industriali inquinanti, non prendendo in considerazione investimenti alternativi con una valorizzazione turistica, che avrebbe portato benessere e futuro, anziché preoccupazione e miseria. Le colpe delle amministrazioni di centrosinistra, locali e nazionali, che autorizzarono lo scempio ricadono ora sul territorio su suoi abitanti e sulle spalle dei lavoratori, vittime incolpevoli, che si trovano nell'impossibilità di mantenere le loro famiglie, affrontano situazioni di assoluto disagio. La soluzione va trovata al più presto, e non basteranno di certo le lettere di Berlusconi alla multinazionale per evitare la chiusura degli impianti, e se anche si prolungasse l'agonia la situazione non muterebbe perché ormai la sorte di questo 'mostro' è segnata dal mercato e dalle necessità industriali. In questo momento, occorrerebbe ben altro: scelte coraggiose e dispendiose, ma mirate e risolutive, che un governo illuminato non può di certo rimandare. La soluzione è difficile, forse antieconomica nell'immediato, ma consentirebbe di garantire futuro ai figli di quanti ora si battono di fronte allo spauracchio della disoccupazione. Il triangolo che racchiude l'isola di S.Antioco, l'isola di S.Pietro e Portoscuso, di cui Portovesme è una frazione, meriterebbe di essere inserito in un parco naturale, per evitare l'aggressione della speculazione edilizia, per consegnarlo alle nuove generazioni come un luogo favorito dalla natura e dall'uomo. Chi non apprezzerebbe, avendole visitate, la cittadina di S.Antioco, risalente agli antichi romani di cui conserva nelle viscere e nel mare antistante vestigia, reperti archeologici e cimeli; Calasetta, un paese settecentesco, costruito dai piemontesi con un impianto urbano di tipo 'sabaudo', costruito con strade perpendicolari una all'altra che partono dal mare e si snodano verso la collina; Carloforte, la più famosa tra le tre località, meta del turismo internazionale e d'elite, destinata, se non avesse davanti agli occhi le brutture di tante inutili ciminiere, ad attrarre turisti da tutto il mondo, disponendo di un porto in grado di accogliere natanti di ogni tipo e grandezza, di spiagge, di anfratti, del mare, della natura, dei vigneti, della cucina tipica, e i tonni, che hanno rappresentato e rappresentano tuttora una notevole risorsa, giungendo, anno dopo anno, da lontano, compiendo centinaia di chilometri per riprodursi. L'accoglienza turistica, le specialità gastronomiche, i paesaggi, i tramonti incantati, rendono questa parte di Sardegna, meno nota e poco pubblicizzata, un piccolo paradiso con un neo che la deturpa e che, in quanto maligno, andrebbe estirpato. Di fonte a tutto questo, perché non intervenire bonificando Portovesme, demolendo ciminiere e brutture, per sostituirle con una città del turismo, con infrastrutture, magari un campo di golf e un piccolo aeroporto in grado di attrarre turisti e ricchezza? E' vero: esiste il problema prioritario della tutela dei lavoratori, ma perché non ipotizzare prepensionamenti, e provvedimenti di sostegno in modo da superare le difficoltà del momento e del futuro, seminando però il seme virtuoso di uno sviluppo 'intelligente' e rispettoso della natura? I costi sarebbero troppo alti? L'importo da investire, pur elevato che sia, risolverebbe per sempre la crisi di una terra povera, ma bella ed accogliente, al punto di rendere piccoli anche i grandi problemi. Un ruolo importante potrebbe essere svolto anche con il contributo dell'Unione Europea, generosa nell'elargire finanziamenti destinati alla tutela delle bellezze naturali, o con l'intervento di operatori privati operanti nel settore. In argomento sarebbe interessante l'intervento dei rappresentanti del FAI.
Dario Meschi
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