L'opinione

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 7 novembre 2009 - Anno 9 - Nr. 42

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L’accettazione di una possibile trasformazione

Sezione#4_3

Vincenzo
Andraous

“La violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa”, per chi pensa che al male si risponde con altro male, nell’illusoria convinzione di risolvere i drammi individuali e le tragedie collettive.
C’è sempre un momento nella vita di ciascuno, in cui occorre essere consapevoli che non è possibile sopravvivere a noi stessi, in un carcere, in una cella, dove gli occhi non vedono, le orecchie non ascoltano, mentre il corpo resta inerte, scomparsa la ragione, tramortita la fede.
E’ possibile perdonare? E’ consentito all’uomo elevare la propria umanità?
La risposta sta solo nel carcere, nella pena inflitta, ma forse la richiesta intima del perdono è atto che riguarda la persona, nessuno si salva, se non sa perdonarsi, se non trova nell’altro gesti e parole d’amore.
Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile.
Un contesto disumanizzato e disumanizzante, come quello del carcere, toglie all’uomo la speranza, non solo privandolo della libertà, ma estraniandolo dalla propria dignità.
Privare la persona della possibilità di rendersi conto dei propri errori, significa non consentirle di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile. Ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché conoscere comporti la scelta più giusta, ove l’uomo che chiede perdono, non con le parole, non con i megafoni, nè con la pietistica, lo fa nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.
Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.
Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.
Una vendetta che ripara teatralmente non produce nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.
L’umanità, quando è ferita, richiede maggiore severità nelle pene da espiare, mentre la persona detenuta sconta la propria pena convincendosi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto. Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.
E’ così distante quel verbo nella nostra umanità lacerata.
Non può esistere umana vita senza la speranza di una vita migliore, e la speranza è, sì, scienza del non ancora, ma essa avverrà con l’impegno di tutti: colpevoli e innocenti.

Vincenzo Andraous

Le attenuanti generiche stanno oramai a zero

Il bullismo appare sempre meno imparentato con il disagio relazionale, sempre più coinvolto in un comportamento sociale dedito al raggiungimento di traguardi altrimenti inaccessibili.
Bulli e bulle impazzano nei blog di una rete più che mai innamorata di vittime sacrificali, ben mimetizzati, amalgamati alla normalità, e quando appaiono, è perché sono invischiati in qualche indagine, in qualche ricerca sociologica, nello studio dei dati esponenziali che tanto allarmano ma ugualmente non consegnano sicurezza.
Sempre più il palcoscenico non è teatro unico del colpo inferto, ma terreno fertile per imparare a non fare rumore, rimanere famosi ma invisibili, al punto da non poter esser messi da parte.
E’ una competizione che si gioca tutta dentro il quadrato di un’arena immaginaria, in cui non si fanno prigionieri, al massimo qualche cavia impaurita da usare nelle giornate più noiose.
Quel giorno alla Casa del Giovane stavamo confrontandoci sulla violenza, sui protagonisti negativi assunti a eroi, i famosi da emulare, proteggere, per paura e per il piacere del sangue, naturalmente di quanti non possono difendersi.
Nella piccola aula fummo tutti d’accordo di fare qualcosa, di non rimanere più in silenzio, ci scambiammo una promessa, di quelle che è possibile mantenere, tentare di essere meno distratti nei riguardi di chi ci è vicino e fatica a starci dietro.
L’incontro era terminato, quando una ragazza mi chiama in disparte, mi ringrazia, e ribadisce che ci sono momenti nella vita di una persona, in cui l’unica maniera per non soccombere a una ingiustizia, è fare ricorso a una sorta di violenza di rinculo.
Apre la sacca e mi fa vedere un coltello a serramanico, una specie di compagno salvavita, con la speranza di non dover mai interpellarlo.
C’è evidente un’incapacità a valutare i significati emozionali, le interazioni, le stesse relazioni umane perdono interesse, fino a non riconoscere più i sentimenti, quelli che ti permettono di provare e sentire la fortezza dell’amore-valore.
Quel coltello è il messaggio di crisi di una generazione, ma anche una vera e propria chiamata alla rivolta per tutte le agenzie educative e di controllo, non è sinonimo di stile di vita per proteggere la propria, è segnale di paura che non arruola alla solidarietà, quel coltello portato in giro con malcelata insicurezza, è il prodotto di una condizione che fa perdere contatto con la realtà.
“Non voglio essere una bulla, ma neanche una sfigata, non mi interessa denunciare qualcuno, non serve a molto, ma non voglio avere la vita distrutta”.
Una difesa tutta all’attacco, per ogni botta inferta c’è una vittima disastrata, il sequestro delle emozioni, dei bisogni, dei desideri, fino a diventare disturbo, fobia, ossessione.
Forse quando siamo di fronte al male acerbo, miope, non è più il caso di accontentarci di occupare lo spazio con risposte che curano la patologia, forse è giunto il momento di pescare direttamente dentro le derive, dove si è eroso il livello psicologico come disagio, forse è il momento di cambiare le assi di coordinamento-apprendimento sociale, dell’educazione e della socializzazione, forse occorre trascurare meno la solidarietà fra le persone, per non farla tramutare in quella sordità che accumula odio e violenza, e non merita alcuna attenuante.

Vincenzo Andraous

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