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Le mie radici
Sono nato il 7 maggio 1948 a Lezza frazione di Ponte Lambro da una famiglia povera, mio padre Guerrino, operaio alla Mettalurgica Meroni di Erba, nativo di Gussola (Cr), mia madre Luigia, casalinga, nativa di Mariano Comense (Co). Io sono il primogenito, ho un fratello Adolfo e una sorella Franca. Ho vissuto i primi anni della mia infanzia con i nonni materni e la zia Maria, ricevendo affetto ed amore. Rientrato in famiglia, feci fatica ad inserirmi: vedevo molto spesso i miei genitori mentre litigavano, e a volte volava perfino qualche piatto. Con enorme difficoltà riuscii ad ottenere la licenza elementare, nonostante il mio maestro Giuseppe Padula mi dicesse:" Lottici, con la tua mediocre intelligenza non so cosa farai nella vita". Risposta:" Diu ved e Diu pruved" Così a 11 anni sono stato ingaggiato come garzone in un’officina di saldatura ad Arcellasco d'Erba, sono stato trattato a calci nel sedere e ad insulti, che ho sopportato per anni senza riferirne ai miei genitori, scoprendo, in quel periodo un grave disonore: mio nonno, il padre di mio padre, aveva fatto l'amore con una delle sue figlie mettendola incinta, e rendendola madre di un bambino. Questo fatto mi ha sconvolto portandomi a chiudermi in me stesso, oppresso dall’esasperazione, e dal disgusto, togliendomi il desiderio di vivere. Nonostante la forte amarezza, ho cercato di reagire e sulla mia strada Dio mi ha aiutato, facendomi incontrare delle persone straordinarie: Don Francesco Lanzani parroco di Pontelambro, Don Guido Lecchi coadiutore, e Don Ugo Comerio anch’egli parroco, che, insieme, mi hanno trasmesso importanti valori morali e spirituali, che ancor oggi condivido. Ho incontrato e conosciuto nonna Alba Medea, Maria Teresa Dell'Orto, Zaira Spreafico, e molti altri amici della Nostra Famiglia, senza poi dimenticare gli amici dell'AVIS di Erba, ed l’indimenticabile Remo Riva che mi insegnò ad essere generoso e a donare. La frequentazione di persone disabili mi dato fiducia in me stesso, e il desiderio di rifarmi una vita. Descrivo i miei stati d’animo, gli stessi che ho apprezzato e condiviso leggendo, con emozione e interesse, il libro di Cannavo "E li chiamo disabili", ricco di testimonianze di cui ho fatto tesoro: avevo scoperto un nuovo mondo, ma era immutata la mancanza di dialogo con i miei genitori. La convivenza era difficile e dovevo sopportare le ubriacature di mio padre, e le crisi depressive di mia madre. Nel 1974 sono stato assunto come inserviente ausiliario all'ospedale di Erba nel reparto Medicina Maschile. In quegli anni ho lavorato con entusiasmo e passione, gratificato da molte soddisfazioni morali, che malati, colleghi, medici, e religiosi mi trasmettevano con la loro amicizia e la forte considerazione. Non avevo ancora ottenuto il diploma di infermiere generico, ma l'amministrazione dell'ospedale mi consentì lo stesso di lavorare come infermiere in reparto. Rimasi stupefatto da un’inattesa circostanza: il vice primario del reparto medicina, Dott. Sergio Negri, mi propose inaspettatamente di assistere suo padre affetto dal Morbo di Parkinson, portandolo in vacanza in un albergo di Nervi, per dare respiro alla mamma affetta da artrosi deformante. Accettai la proposta, affrontando con serenità ogni difficoltà. Nel frattempo con la mia (quasi) fidanzata non tutto filava liscio, vi erano tra noi problemi di instabilità, e inoltre continuavano ad essere difficili i rapporti con la mia famiglia: dentro di me aumentava il desiderio di cambiare, di andarmene, di partire. La partenza non avvenne per vocazione, ma rappresentò una fuga. Nel periodo in cui ho lavoravo all'ospedale di Erba, mi occupavo a tempo perso della farmacia interna dell'ospedale, senza alcuna rimunerazione. Un giorno il Padre Provinciale dei Fatebenefratelli, Fra Onorio Tosini, mi propose di andare a lavorare in Africa, essendo disponibile un posto ad Afagnan in Togo, nella Farmacia. Non accettai per la condizione economica che mi veniva proposta, che prevedeva una specie di rimborso spese, una somma modesta per provvedere alle più elementari necessità. Avanzai una contro proposta: “Se mi garantisce lo stesso stipendio che ricevo attualmente, accetto, anche perché devo contribuire al sostentamento dei miei genitori." Non ottenni risposta, e il frate che con il fratello Aquilino Puppato aveva fondato l’Ospedale di Afagnan, ripartì per Milano. Inaspettatamente una sera fui chiamato nell'ufficio del priore che mi comunicò l’accettazione della mia richiesta. Così, il 12 gennaio del 1980, partiti per Afagnan con l'incarico di responsabile della Farmacia. Ho vissuto 5 anni senza luce, senza acqua, e senza telefono, sono stati 5 anni di grande serenità, senza rimpianti. Durante il mio soggiorno ad Afagnan mi fu comunicata la dolorosa e triste notizia che mio padre era stato operato per un tumore all'esofago già in metastasi. Fra Onorio Tosini mi permise di rientrare in Italia per assisterlo. Così feci, assistendolo sino all'ultimo respiro. Nei quattro mesi che non lavorai, ricevetti lo stesso lo stipendio, anche se, ogni qualvolta andavo a prelevarlo, provavo vergogna. In quel triste periodo ricevetti il conforto e l’affetto di Padre Ireneo Cesarani oggi ultra ottantenne, che concelebrò il rito funebre, anche di mia madre. Per il momento mi fermo qui, dopo aver narrato una parte della mia storia, e a conclusione vorrei ricordare le parole di S.Agostino: "Non c'é quindi alcuna tentazione che acceda la gravità fissata dal Signore. Lascia dunque che vengano le tentazioni e le prove più acerbe ! Ne uscirai perfezionato, non logorato".
Luciano Lottici
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