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Dichiarazioni avventate?
In un’intervista rilasciata al Giornale di Merate, il sindaco di Merate Andrea Robbiani, a commento dei suoi primi 100 giorni di governo della città, ha proferito parole dure, impegnative e fin troppo severe, ipotizzando nell’assegnazione delle commesse un regime di monopolio a favore di alcune società, e, aggiungerei, di alcuni noti professionisti. Il suo intervento ha sollevato un vero e proprio polverone, laddove ha denunciato una presunta commistione tra fornitori ed ufficio tecnico, in quanto gli affidamenti dei lavori erano concessi, sempre e comunque, ai soliti noti, con esclusione pregiudiziale di altri fornitori, magari disposti ad offerte più vantaggiose, e di professionisti non schierati, senza richiedere altri preventivi di spesa, e relativi curriculum, per poi decidere al meglio secondo l’effettiva convenienza economica. Se quanto riportato dall’intervistatore corrispondesse al vero ci sarebbe davvero da preoccuparsi, e si dovrebbe aprire un’inchiesta per accertare se esistano per davvero delle responsabilità e, in caso affermativo, a chi competano. Che vi sia stata in passato la pessima abitudine di affidare lavori e incarichi professionali ai soliti noti è risaputo da tempo, e non è di certo una novità. Questo deprecabile modo d’agire è già stato più volte denunciato. Molti davano per scontato, un comportamento ai limiti del lecito, ossia la facoltà di ogni pubblica amministrazione di favorire imprese, ditte artigiane, e professionisti, ritenuti amici e quindi portatori di voti e di consenso, a discapito delle regole fondamentali e irrinunciabili della libera concorrenza. Questo vezzo, se confermato, renderebbe evidente un vero e proprio malcostume, obbligando le autorità ad un’indagine, e chiamando in causa amministratori e funzionari per accertare le rispettive ed eventuali responsabilità. Ipotizzare il coinvolgimento del responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale mi sembra un azzardo, e una grave mancanza di rispetto, e bisognerà accertare se questo era per davvero l’intendimento del primo cittadino, anche perché l’architetto Dario Ronchi è un professionista stimato, che ha sempre operato nella massima trasparenza, con competenza e specchiata onestà. Claudio Brambilla, provocatoriamente, ha ipotizzato di calcolare il danno economico derivato da scelte inopportune e illegittime. Una verifica che non si potrà evidentemente mai portare a termine, perché nessuno ha interesse a sollevare il coperchio su situazioni più politiche che tecniche, gestite dalla politica, e ciò, non dai tempi dell’amministrazione Perego, ma da sempre, dagli anni del dopoguerra in poi. Perché quando qualcuno in passato criticò questo modo d’agire nessuno ritenne di approfondire l’argomento, tanto meno i giornali? Forse per non disturbare il manovratore, o semplicemente per cercare di usufruire dello stesso trattamento di favore? Credo che Robbiani abbia espresso a voce alta un suo pensiero, senza voler accusare nello specifico nessuno, almeno non i dipendenti pubblici, diversamente avrebbe agito adottando provvedimenti disciplinari, aprendo un’indagine e coinvolgendo le forze dell’ordine, e privandosi immediatamente della collaborazione dei presunti colpevoli. Al contrario, sembrerebbe scontata la loro conferma, e pertanto sarebbe palese il riconoscimento della loro capacità professionale, dell’integrità morale, e delle qualità professionali dimostrate. Molte sarebbero le domande da porre agli ex amministratori, cominciando da chi come Battista Albani ha governato fino a pochi mesi fa, come ex sindaco, e ex assessore ai Lavori Pubblici per oltre un ventennio, figura storica e carismatica del mondo cattolico e della Democrazia Cristiana, a Dario Perego, che, da ex democristiano, ha agito ne più ne meno come i suoi predecessori, e dei tanti altri amministratori del passato. Se esistesse per davvero una responsabilità, questa non potrebbe che essere esclusivamente di natura politica, perché nessuna delle persone che hanno avuto l’onere e l’onore di ricoprire incarichi nel consiglio comunale si sarebbero prestate ad accordi sottobanco, e ad azioni indegne, per meri interessi personali, o per scelte contrarie all’onestà, all’etica, alla moralità, e al senso di giustizia. In realtà si dovrebbe mettere in discussione l’intero ‘sistema’ che non funziona, perchè non detta in maniera chiara regole adeguate capaci di garantire equità e trasparenza, evitando ogni tentativo di corruzione. Se favorire le clientele, per allargare il proprio consenso, sarebbe considerato reato, quanti amministratori potrebbero essere considerati innocenti? Il sistema, così com’è congeniato, attribuisce molti poteri, forse troppi, ai sindaci, che sono liberi di agire come meglio credono, affidando commesse ed incarichi a loro piacimento e non a rotazione, come il buon senso e il rispetto per chi opera nel territorio, dovrebbero suggerire. Il giudizio su questo discusso e deprecabile modo di agire e di procedere compete alla legge e al buon senso, e, in caso di reati, sempre e comunque, al popolo, e quindi agli elettori, e quale può essere per un politico la peggior pena se non la sconfitta elettorale?
Dario Meschi
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