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Quale strada?
Gianfranco Fini, dapprima dirigente del Fronte della Gioventù, poi segretario del MSI, in seguito reggente di AN, e infine esponente autorevole del PdL e Presidente della Camera dei Deputati, fuori dai panni istituzionali, autorevoli, ufficiali, ma a volte scomodi, che lo costringono fuori dal circuito della politica, con forte protagonismo e piglio autorevole, a ragione o a torto, è sceso in campo esternando, sbagliando però tempi e modi, per difendere idee, affermare importanti postulati, e denunciare l’assenza di dibattito interno che penalizza il contenitore, ancora da riempire di contenuti, di regole e di confronto dialettico, denominato Partito della Libertà. Fini è un “animale” politico, e sicuramente soffre in panni istituzionali, troppo stretti, che veste e indossa con estrema eleganza, competenza ed equità: patisce lo strapotere di Berlusconi, l’amicizia, tra il premier e Bossi, il suo decisionismo imperante, che, del resto, quand’era presidente di AN, applicava con lo stesso metodo e rigore tra le critiche della base e di qualche coraggioso suo “colonnello”, non ottenendo condivisione da una parte della dirigenza e del popolo della destra, storicamente abituato a ubbidire tacendo, solito alla frequentazione delle sezioni di partito, alla discussione, anche accesa, e pronto a battersi in difesa dei propri ideali, abituato com’era, in un passato non tanto remoto, alla sistematica esclusione dalla stanza dei bottoni e dallo stesso contesto politico. Il Presidente della Camera, abituato al comando, ed ora relegato in un cantuccio per evidenti ragioni, picchia i pugni sul tavolo e vuole incidere nelle scelte in materia d’immigrazione e in quelle che coinvolgono l’etica, la scienza e la morale, per contribuire al processo di formazione politica di questa nuova forza, che vive, spesso, di individualismi, e meno di condivisione e di confronto costruttivo. Un dubbio mi assilla: Fini era consapevole del ruolo che avrebbe rivestito, di prestigio, ma sterile, e dopo averlo accettato perché non lo rispetta, affrontando, com’era nelle premesse, un esilio dorato? Non è presto, di fronte alla vitalità, non solo dialettica, del Cavaliere, per pensare ad una successione, o all’ennesimo tentativo di dar vita ad una formazione alternativa, magari di centro e di ispirazione cristiana, pronta a dirigere le sorti del Paese? Fini ammonisce, minaccia, inveisce, alza i toni, e critica, ma a volte stona, dimenticandosi il passato, e il suo modo d’agire che produsse in breve tempo, contrasti e scissioni, dapprima con Alessandra Mussolini, poi con Francesco Storace e Daniela Santanchè. Il ruolo di “progressista” non gli si addice, per le radici che lo hanno visto dapprima inneggiare a Mussolini, per poi abiurarlo, per la lunga e limpida carriera di oppositore e di sostenitore di posizioni politiche difficili e contrastate. Alcuni ritengono che cambiare opinione sia una prerogativa delle persone intelligenti, altri, considerano la coerenza, un valore insostituibile e irrinunciabile, un modo di vivere, e proprio per questo non si sentono di condividere prese di posizione, che nuocciono al centrodestra e alla destra in particolare: la parte politica che ha sofferto la ghettizzazione, la prevaricazione, il vergognoso ed infame arco costituzionale, per affermare ideali, principi irrinunciabili e idee politiche. Chi ha i capelli bianchi, o ha partecipato alle vicende politiche dal ’68 in poi, non può accettare i consigli di Fini, che, seppur in parte condivisibili, così come sono proposti e difesi, non rispecchiano le esigenze di un Paese che deve, seppur con difficoltà oggettive, accettare una società multietnica, che, per funzionare e garantire l’attuazione di un processo di omologazione, ha bisogno di tempo, di assimilazione, e di tanta pazienza. Se è giusto favorire il processo d’integrazione, è, nel contempo, sbagliato concedere diritti senza che vi siano i presupposti di un’accettazione da parte dell’immigrato delle regole che fanno parte della tradizione, della storia, della politica e della fede di un popolo, che, solo ora, sta finalmente, dopo un processo durato un secolo, accettando l’unità nazionale, rimasta per troppi anni una realtà poco sentita. Le accelerazioni e i voli pindarici, ottengono il plauso dei democratici e dei progressisti, ma trovano ancora impreparato l’elettorato di destra, che ha bisogno di tempo e di verifiche, per valutare l’effettiva volontà dei nostri ospiti stranieri di accettare le regole, gli usi, le abitudini e la cultura di un popolo dalla storia millenaria. Il tempo guarisce le ferite, aiuta, risolve, e contribuirà ancora una volta, essendo gli italiani ospitali per tradizione, abituati in passato a migrare in cerca di lavoro, a giungere ad una soluzione, senza traumi e senza ghettizzazioni, evitando di far subire ad altri ciò che i nostri antenati hanno già vissuto sulla loro pelle in Europa, in America, in Australia e in altri Paesi. Fini ha schiacciato sull’acceleratore in un momento forse inopportuno, nel bel mezzo di una polemica mediatica scandalistica e senza precedenti, che non trova risoluzione, coinvolgendo pubblico e privato, poteri forti e politica, in una lotta vergognosa, che non depone di certo a favore di nessuna delle parti in conflitto, ma che, al contrario, fa trasparire il desiderio, autoritario e antidemocratico, di alcuni gruppi economici pur di mantenere potere e privilegi a dispetto dei santi e soprattutto degli elettori. L’ex missino ama dissertare, si propone col piglio e l’autorevolezza di uno statista, col rischio però di esagerare, e, magari, di rompere la coalizione di governo, che sta lavorando affrontando molteplici emergenze con sano realismo e con fatti concreti, lasciando ad altri le parole, forse nel tentativo maldestro di formare un nuovo gruppo parlamentare, e porsi come l’ennesimo ago della bilancia. E’ spiacevole per chi, lo ha seguito, lungo tutto il suo lungo tragitto, dal Fronte della Gioventù in poi, criticarlo, ma non è pensabile, soprattutto in questo particolare momento, un’accelerazione che contrasti con il comune sentire, con le emergenze politiche del momento, e con la necessità di aiutare gli stessi immigrati, considerandoli evidentemente uguali per diritti e doveri agli italiani, sempre che accettino le nostre regole, rispettando la legge, uniformandosi al nostro modo di vita, pur mantenendo, com’è giusto, le loro usanze e la loro religione.
Dario Meschi
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