L'opinione

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 31 maggio 2009 - Anno 9 - Nr. 22

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La pedagogia della nonna ossia del buon esempio

Sezione#4_3

Vincenzo
Andraous

Gli incontri con le classi di una scuola media secondaria sono terminati, anche quelli con i genitori e gli operatori, per tirare le somme, per tentare un bilancio sulla ricaduta avuta sui ragazzi, per prevenire gli atteggiamenti bullistici ed aiutarli ad entrare in possesso degli strumenti necessari a non risultare vittime né complici.
Non è semplice disegnare una linea di confine netta, tra ciò che è una responsabilità imprescindibile nell'esser genitori, e una collettività sclerotizzata dai miti mediatici, dai maledetti per vocazione.
Eppure rimanere alla finestra, abbarbicati a una linea mediana sonnolenta, a un trespolo di cera vicino a un fuoco che divampa, equivale a cadere a nostra volta, e, come ci ha detto qualcuno, " chi rimane accomodato alla balconata a osservare indifferente, non è un individuo innocuo, ma una persona inutile".
Forse nei riguardi dei più giovani, non si è solamente inutili, ma anche esempi pericolosamente induttivi a sgretolare il valore della solidarietà e autorevolezza.
Atti preventivi in azioni secondo coscienza, stili educativi e comportamenti equilibrati, per arginare nei giovanissimi gli atteggiamenti prevaricanti, violenti, dentro le classi a studiare metodi e dinamiche affinché nessuno rimanga isolato, ma spesso si mette in fuori gioco il disagio dei minori.
Da una parte si invoca l'isola felice del proprio angolino ben gestito, dall'altra si tenta di inquadrare il bullismo e il disagio relazionale degli adolescenti, la loro maleducazione e trasgressione, con la violenza, la devianza, il conflitto stesso.
Ma questa operazione confonde la pratica della violenza che elargisce sofferenza e tragedie, con la dinamica del conflitto che invece va a monte del problema, senza per questo cancellare le persone.
Per l'ennesima volta al bullo, alla vittima, ai complici caduti nella rete omertosa, rispondiamo  con una difesa a oltranza delle nostre casate, dei nostri confini, come a voler sottolineare che non c'è nulla da sapere che già non sappiamo, tranne che arrabbiarci a nostra volta se veniamo additati tra gli imputati, tra quanti alimentano questo fenomeno con la loro irrappresentabilità educativa.
Un grande amico e pedagogista nell'incontrare il mondo dei cosiddetti grandi, per un momento ha lasciato da parte gli accessi scientifici alla ragione, consigliando ad ognuno di ritrovare l'umiltà necessaria per affinare la "pedagogia  della nonna", quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del "buon esempio", del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto anche tuo figlio.
Essere genitore significa conoscere il proprio figlio, essendo presenti, disponibili, non abituandoci e non abituandolo a NON creare mai problemi, ma a ricevere un amore speciale, dunque a essere entrambi degni di stima, affinché non esistano abissi insondabili, dialettiche cifrate, parole non più leggibili, causate dal desiderio di avere tutto "misurato" al nostro sentimento, rischiando così di non considerare gli avvenimenti fuori dalla nostra ottica, riducendo la distanza dai giochi più feroci, dove quasi sempre è il più giovane a perdere la partita più importante.

Vincenzo Andraous

Non è accettabile

Certo che nel nostro paese ogni cosa è al suo posto, proprio per non esserci.
Si varano norme, si scrivono leggi, si sanzionano i trasgressori con voce tonante, da velina consumata, tranne poi dover appurare che a farsi male non è l’uomo, non la persona, non il buon cristiano, neppure il buon musulmano, bensì è l’ amico dell’uomo, l’essere vivente più bistrattato e umiliato dall’universo, quello meno tutelato nei feudi dei primi.
La disamina che fu fatta sullo scempio e sulla indifferenza con cui si brutalizzavano gli animali, portò alla emissione di una normativa sanzionatoria più stringente, non più solamente amministrativa, ma penale, nei confronti di quanti li trattassero con crudeltà o negligenza.
Ogni tanto si odono echi di qualche sonnolenta rimostranza, di qualche velleitaria ammenda, di qualche pubblicità strappalacrime di coccodrillo, infatti i nostri amici animali continuano a rimanere al palo, in attesa della prossima mazzata in capo, e non è un eufemismo.
Con cadenza trimestrale fa capolino la consueta battaglia civico-educativa, per stabilire una volta per tutte chi sporca e chi pulisce le nostre strade, e intanto si notano giovani e meno giovani, attraversati dal disagio di vivere, nella rinuncia di convivere con se stessi e gli altri, se non con droghe, alcol, e la solitudine di un ponte o di una copertura di fortuna per tentare di riposare, all’addiaccio, in balia dell’accidente che non perdona, spesso accompagnati da un cane.
Ebbene noi ben allineati nelle nostre certezze, nelle nostre richieste di fritto misto sicurezza, non ci accorgiamo di cosa accade a un palmo dal nostro naso.
Ma quando sono ubriaco posso diventare violento, quanto meno disattento.
Quando ho assunto sostanze, posso essere disamorato, quanto meno distante.
Quando il freddo, la fame, la solitudine che spesso non ho scelto, mi attanagliano, posso essere disposto a tutto, quanto meno scordarmi della mia dignità e di chi mi è vicino.
Dimenticarmi il rispetto per il mio amico a quattrozampe.
Cani, gatti, animali al laccio del dubbio, della circostanza, della condizione che è tutta un’opzione da verificare, amici dell’uomo, fedeli sino alla morte, fedeli al punto da accettare le ingiustizie del padrone.
Non è accettabile.
Animali fedeli come non è consentito essere, silenziosi nel tormento, nel tremore del terrore, nel morso dello stivale calato con forza sulla testa.
Non è accettabile.
Amici fedeli al piede e nelle tormente dell’anima, fedeli persino nella più feroce indifferenza umana, che li rende poco più importanti di una scrollata di spalle.
Non è accettabile, perché avere dignità significa non guardare da un’altra parte, non alimentare una pratica che ci rende complici passivi di questa infame ingiustizia.

Vincenzo Andraous

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