L'opinione

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 26 aprile 2009 - Anno 9 - Nr. 17

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Adolescenti

Sezione#4_3

Vincenzo
Andraous

Perché in questi ultimi tempi, si verificano fatti delinquenziali compiuti da adolescenti e giovani adulti, non piu’ e non solo di bassa estrazione sociale, ma provenienti da famiglie borghesi e benestanti?
La domanda mi ha fatto pensare ad un’altra dimensione, infatti a ben guardare persino in una prigione ogni cosa non e’ piu’ al suo posto, “ le gabbie di partenza “ non sono piu’ le stesse, se osserviamo con attenzione, ci accorgiamo che i tossicodipendenti abbondano, che i giovani non sono piu’ quelli di una volta, che per una precisa scelta di vita decidevano di imboccare il vicolo cieco, consapevoli del rischio di andare a sbattere la testa.
Se il problema sicurezza e’ più legato al crimine di piccolo cabotaggio, allora i ragazzi che sopravvivono nelle patrie galere somigliano piu’ ad un groviglio di vite disastrate in dipendenze di ogni genere.
Quando poi l’irreparabile accade, l’illusione da parte del nucleo famigliare, di essere per-bene, perché si è raggiunto un benessere economico, crolla insieme alla convinzione che ciò non può comportare alcun tipo di rinculo.
Eppure è in questo modo di vivere “ sempre in piedi “ che nasce l’iconografia del nuovo disagio, in un imperativo che contempla e avvolge come linguaggio contemporaneo, che sovverte i lignaggi, le religioni e le politiche, quel linguaggio che mette a soqquadro e drammaticamente inverte il concetto di “ essere con l’avere “.
Quale famiglia resiste ai conflitti se gli stili educativi corrono sull’atomizzazione dell’ascolto, in rifugi costruiti a misura che deresponsabilizzano, così facendo è ben più stimolante non subordinare mai le passioni alle regole, a tal punto da trovarsi disarmati e arresi gia in partenza.
Le responsabilità penali sono sempre individuali, come le vite a perdere di tanti ragazzi, ma forse le armi usate nelle loro contese, sono quelle che i grandi lasciano senza protezione all’intorno, sono le armi delle parole, quelle parole che teatralmente condannano la violenza, per poi esortare i propri figli a non credere a nessuno, neppure alle tante storie anonime, drammatiche, devastanti, scritte e cancellate nella frazione di uno sparo.

Vincenzo Andraous

 

Alle nove del mattino

Alle nove di un qualunque mattino di una scuola superiore, uno studente del 1° anno è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso: diagnosi, coma etilico.
Il Preside dell’Istituto mi ha invitato a dare un contributo con la mia testimonianza.
Mi sono recato all’appuntamento con angoscia, di fronte a un episodio davvero grave; la sensibilità della parola deve camminare con la responsabilità del confronto.
Nel dialogare per conoscere le problematiche della trasgressione che diventa spesso devianza, di come e quanto nell’assunzione di sostanze, nella più grande discesa c’è solamente la più dura salita, lo spavaldo di turno mi diceva che lui la canna la fumava, ma non si considerava assolutamente un drogato.
Un altro simpatico provocatore mi sgridava, perché a suo dire non aveva bisogno di nessuno, si aiutava da solo per risolvere i suoi problemi.
Infine qualcuno ha sostenuto che non c’è necessità di chiedere una mano all’altro, né di affidare ad altri il proprio dolore, meglio custodire nel silenzio le proprie sofferenze, proprio perché gli altri “ ti fregano quando dai fiducia “.
Senza rendersene conto stavano sciorinando i colpi bassi che avevano condotto in sala rianimazione il loro compagno: le presunzioni, le assenze, le fughe in assunzioni di coraggio al millesimo, il nuovo disagio, quello dell’angolo autistico.
Fin troppo facile ricorrere all’eredità lasciata e trapassata dalla mia adolescenza, per tentare di avvertire chi ho innanzi del pericolo insito nei rischi estremi, quelli che non hanno parentela con alcuna capacità di scelta né di libertà.
I ragazzi ora tacciono, riflettono sull’intorno reale, su qualcuno che manca all’appello, ma in questa aula magna, mi accorgo improvvisamente che non riesco a sbattere contro l’inadeguatezza e l’indifferenza dei docenti, di quanti hanno giudicato e condannato, e con la stessa superficialità hanno scelto di andare a fare la spesa o qualche altra commissione, assai meno impegnativa del partecipare a questo incontro, sottraendo alla discussione quella parte di criticità vitale, affinché all’istruire trasmettendo nozioni, possa affiancarsi l’arte dell’educare, tirando fuori e costruendo insieme, intuizioni e passioni e ideali nuovi, perché questo disagio non abbia a decantare lodi all’imbocco dei vicoli ciechi…..

Vincenzo Andraous

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