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Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 11 aprile 2009 - Anno 9 - Nr. 15

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Uniti si vince

La Cgil ha convogliato verso la città eterna i suoi iscritti, tra questi numerosi pensionati, per protestare contro la crisi, e forse per fare una scampagnata a basso costo approfittando della bella giornata, ignorando che la responsabilità di quanto sta accadendo nel Paese (la crisi economica), non può essere di certo addebitata al governo Berlusconi.
La partecipazione è stata importante e va rispettata, per la denuncia popolare del disagio che attraversa l’intera Nazione, ma non ha raggiunto politicamente l’obiettivo prefissato. I numeri sulla partecipazione, come sempre, sono contrastanti: 2.700.000 partecipanti secondo gli organizzatori, circa 200.000 per la questura.
In merito alla manifestazione, prima di affrontare la questione politica, è bene risolvere quella numerica: il calcolo dei presenti a questa come ad ogni altra manifestazione di popolo ormai è fatto su dati attendibili, incontestabili e bipartisan, in quanto una volta calcolata la superficie del luogo di ritrovo dei manifestanti, dove confluiscono i cortei, basta moltiplicare i metri quadrati del luogo interessato per un coefficiente di affollamento che può variare nella normalità da tre a quattro persone ogni metro quadrato per giungere ad un totale attendibile, e proprio per questo la possibile diversità dei dati non può che essere contenuta.
A questo punto il conto è semplice e le “sparate” si commentano da sole. Nello specifico in base ai dati disponibili la presenza al Circo Massimo potrebbe essere stata tra le 200 o al massimo le 300 mila persone. Intendiamoci, un numero importante e di tutto rispetto, che però non può essere strumentalizzato a fini politici, ampliandolo, nonostante la manifestazione sia stata ben organizzata, anche se poco spontanea, ma sicuramente di popolo.

                  
Sezione#3_1
Manifestazione CGIL

Politicamente l’evento segna uno spostamento a sinistra dell’asse politico e del Partito democratico in particolare, reso evidente dalla partecipazione al corteo di Dario Franceschini: una scelta molto contestata da diversi rappresentanti della Margherita e dalla parte più moderata del partito.
Ora Franceschini è messo in discussione, e rischia di essere bruciato prima ancora di aver dimostrato qualcosa di concreto, per una scelta che sicuramente avrà meditato, ma non condiviso con gli altri notabili del Partito democratico.
Le sue direttive, recenti e passate, hanno indotto Pierferdinando Casini ad ipotizzare un nuovo gruppo politico, un Partito della Nazione, che chiami a raccolta i moderati delusi dai due poli contrapposti, con l’obiettivo di attrarre gli ex colleghi di provenienza democristiana, ma anche quanti non si ritrovano nell’ammucchiata berlusconiana a destra, né tanto meno nel calderone democratico a sinistra, dando vita ad un nuovo raggruppamento, l’ennesimo ago della bilancia, che, secondo convenienza ed opportunità, possa allearsi con la destra o con la sinistra ritornando nella stanza dei bottoni e alla guida del Paese da protagonista: se Casini dimostra di avere le idee chiare, Franceschini, al contrario, pare confuso e sembra annaspare senza un progetto politico concreto e credibile, limitandosi ad una critica sterile e abusata.
Se Casini ottenesse il consenso sperato fallirebbe il bipolarismo, e in particolare il PD, un partito che si sta dimostrando più fragile del previsto per la mancanza di una vera leadership e di proposte concrete e credibili, e si tornerebbe inevitabilmente al gioco delle tre carte, che ha consentito di governare prima di “tangentopoli” e della rivoluzione che ha modificato l’essenza stessa dei partiti, mettendo però in luce i difetti di un sistema che ha fatto naufragare la prima e poco rimpianta Repubblica.
Se da una parte la forza del PdL saprà respingere le tentazioni di Casini, cosa potrà accadere dall’altra, nel centrosinistra, dove per attrarre consensi alcuni vorrebbero riaprire le porte alla sinistra radicale ed estrema, ed altri, al contrario, mirano ad uno spostamento verso il centro per contrastare sul nascere le ambizioni di Casini?
Un dato sembrerebbe incontrovertibile: il centrosinistra è allo sbando e in crisi di identità, con un leader, Franceschini, inadeguato e fragile, provvisorio e poco amato, che potrebbe cadere subito dopo le elezioni amministrative ed europee in caso di un’ulteriore sconfitta.
Il centrosinistra, e il PD in particolare dispongono di numerose anime e di uomini pronti a mettersi in campo, ma, aldilà del nominativo dei possibili aspiranti, sembrano mancare le idee e in particolare le proposte.
Se Berlusconi è un vulcano di iniziative, l’ulteriore conferma giunge dai luoghi colpiti dal terremoto, Franceschini sembra un oppositore rassegnato, prigioniero dei luoghi comuni e delle critiche di rito, scontato nelle affermazioni, poco disposto al confronto, e privo di propositività. Di certo il Paese meriterebbe qualcosa di più da una forza popolare di opposizione, per affrontare la crisi e per mantenere un confronto critico, ma costruttivo, ed adeguato alle effettive necessità.
Un motto tanto caro alla sinistra recitava: “Uniti si vince!”. Molti sembra l’abbiano già dimenticato.

Dario Meschi

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