 |
Il Castello Prinetti
I meratesi doc identificano la propria città con il Castello Prinetti, ed in particolare con la sua Torre, che sovrasta maestosa il panorama circostante quasi a proteggere la popolazione che brulica operosa sotto il suo incontrastato dominio. Da decenni il maniero affronta una triste decadenza: è stato abbandonato dai suoi occupanti, ed ospita ancora, seppur saltuariamente, qualche manifestazione di un certo rilievo, ma, generalmente, vive, dietro il portone serrato, una triste e desolata solitudine, derivante da una gestione priva di slanci e di idee. Un tempo, pochi anni fa, quando "Pinetta", la custode, era ancora viva, si percepiva un'aria diversa, più familiare, molti locali erano ancora occupati, e sembrava che nelle sue stanze albergasse uno spirito protettore, benevolo, allegro, una sorta di presenza rassicurante, mentre ora si percepisce tristezza, isolamento ed abbandono. Sotto lo sguardo benevolo della Torre sono passate, una dopo l'altra, intere generazioni, uomini semplici e personaggi illustri, analfabeti e letterati, ma nessuno ha mai saputo proporre o suggerire un progetto in grado di riportare agli antichi fasti l'imponente edificio, bistrattato negli ultimi anni da interventi di parziale ristrutturazione che non hanno ottenuto i risultati desiderati: la Torre cilindrica ha ripreso forza e vigore in virtù di una sapiente manutenzione straordinaria, mentre la facciata principale, che prospetta su Piazza Prinetti, è stata riempita di malta e cemento con un deprecabile intervento che grida vendetta in cielo, e, al suo confronto, sono più fascinose e dignitose le altre facciate, forse meno nobili e curate, ma non ancora sottoposte ad una tale violenza. Ma, aldilà del suo stato di conservazione, l'amato Castello continua a far discutere, e attende un progetto che lo rinvigorisca, che lo renda vivo e pulsante, magari contribuendo al rilancio dell'intera città, che affronta un periodo di preoccupante decadenza, avendo perso il ruolo di riferimento del territorio circostante. L'arrivo di Don Luigi Conti ha riaperto l'interesse attorno a questa struttura semi abbandonata, che potrebbe essere utilizzata per numerose e svariate funzioni. Il parroco, uomo dinamico dai numerosi talenti, si è subito posto delle domande; ha interessato le organizzazioni parrocchiali, e si è dato da fare per giungere ad una possibile soluzione. La sua proposta di coinvolgere la Fondazione Ambrosiana per trasferire qualche migliaio di opere d'arte, (dipinti, sculture, restauri e altri oggetti di antiquariato), nei saloni del Castello, trasformandolo in un centro culturale di richiamo internazionale, un'idea apprezzabile e condivisibile per la forte valenza turistica e commerciale, parrebbe essere definitivamente sfumata: questo progetto di altissimo prestigio, che qualcuno ha definito "del tutto inutile" dimostrando scarsa lungimiranza, non troverà quindi attuazione, anche se rappresentava l'unica soluzione valida finora proposta. Nemmeno uno tra i sindaci, che si sono susseguiti alla guida della città, si è interessato veramente della sorte di questo edificio di proprietà della Curia milanese, che seppur amato dalla popolazione, pare essere destinato ad una decadenza inarrestabile per colpa di mentalità conservatrici, reazionarie e scarsamente propositive. Nessuno si è fatto avanti, nemmeno tra le autorità e i politici più illustri e illuminati, con proposte degne di nota, preferendo lasciare le cose come sono e, magari, inseguendo altri e dispendiosi sogni di gloria. Qualcuno avrebbe ospitato nel prestigioso maniero gli uffici comunali, altri hanno ipotizzato la trasformazione in un albergo a cinque stelle o un centro benessere esclusivo, altri ancora nella sede di un museo, o di un'università ad indirizzo artistico o letterario, ma nessuna ipotesi è stata considerata per davvero, forse per la negligenza della proprietà, o per la mancanza di interesse pubblico e privato, oppure per la svogliatezza e la mancanza di proposizione delle amministrazioni comunali che si sono succedute nel tempo, o è addirittura mancata, per incapacità, la volontà politica di dare lustro alla città e alla sua storia. La realtà, triste e desolante, è rappresentata da un piatto vuoto; da critiche inutili avanzate senza proporre nulla di costruttivo, e da pregiudizi come quello di biasimare la scelta di coinvolgere un'associazione seppur politicizzata come quella fondata da Maurizio Lupi, "Costruiamo il futuro", che, indipendentemente dalle ragioni di parte, avrebbe potuto svolgere un ruolo importante e risolutivo nel tentativo di rilanciare il Castello e il centro storico che lo circonda. Sarebbe bello se qualcuno, tra i futuri candidati sindaci, dedicasse, nel suo programma elettorale, spazio e proposte concrete in grado di valorizzare un patrimonio che molti invidiano alla città di Merate: numerosi elettori potrebbero sostenere l'uomo o la donna che sapranno avanzare ipotesi apprezzabili, o un progetto credibile che sappia coinvolgere il centro cittadino e il monumento storico che, paziente e tollerante, lo protegge e governa.
Dario Meschi
|