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Cartellino rosso
Mentre il Paese sta rischiando la paralisi, rimanendo impantanato nelle acque torbide della recessione e della crisi economica, Guglielmo Epifani, leader indiscusso della Cgil, ha indetto uno sciopero generale che non ha convinto nessuno, salvo, com'era prevedibile, le persone più disperate, che, dovendo affrontare disagi enormi per le ristrettezze economiche che devono quotidianamente affrontare, sono disposte a tutto pur di mantenere viva una speranza per un sensibile miglioramento della loro condizione di vita. Le aziende si sentono abbandonate al loro destino, soprattutto le più piccole, tradite dalle banche impegnate nei loro giochi di potere, e in operazioni spesso azzardate e al limite della legalità. Gli indirizzi del governo e della Banca d'Italia, tesi a garantire liquidità, non sono considerati, mettendo a rischio una struttura sociale ed economica sostanzialmente sana, riducendola allo stremo, in quanto deve affrontare ogni mese scadenze ineludibili, nonostante l'incertezza delle entrate e la mancanza di nuove commesse o di prospettive.
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Guglielmo Epifani
In questo quadro alquanto complesso, in cui prevale il pessimismo e la gente fatica a tirare avanti, scioperare per manifestare una rivendicazione marcatamente politica e antigovernativa, stride con il buonsenso, ma soprattutto con le effettive necessità del Paese, e con la drammaticità di un momento di congiuntura negativa che coinvolge buona parte delle realtà economiche e sociali. Se è vero che lo sciopero rappresenta un diritto sacrosanto del lavoratore, dimostrandosi una delle più importanti garanzie di libertà, è altrettanto ovvio che in casi di un'emergenza, non circoscritta a settori o a categorie ben individuabili, stonino manifestazioni non accompagnate da proposte concrete, realistiche e risolutive. Epifani ha fatto un grosso regalo a Silvio Berlusconi riuscendo a dividere il sindacato, e dimostrando parzialità e scarsa lungimiranza, o ha saputo, al contrario, interpretare il malcontento di un popolo afflitto da problematiche drammatiche e deluso da una classe dirigente sempre più lontana dalla realtà, dando voce, in particolare, a chi, non disponendo di altre alternative, trova sostegno soltanto nel sindacato? Quando c'è di mezzo il sostentamento, la sopravvivenza, e la dignità dei lavoratori è meglio cavalcare il malcontento, dando la possibilità di gridare la propria disperazione, o è più importante costruire una proposta politica da sottoporre a chi governa? Le domande potrebbero altre, ma indipendentemente dalle convinzioni di ciascuno dovrebbero trovare giustificazione o critica nel confronto, partendo da presupposti oggettivi e quindi evitando strumentalizzazioni o richieste impossibili da esaudire. Le rivendicazioni sociali e politiche dovrebbero rientrare in un indispensabile confronto dialettico, che, coinvolgendo le parti sociali, il governo e le associazioni delle diverse categorie e del mondo del lavoro, pongano le basi per un approfondimento e per un'analisi di quanto sta succedendo e ancora potrebbe accadere, per soppesare i rischi e i possibili rimedi, rimanendo saldamente con i piedi per terra, di fronte ad un deficit enorme, e ad una globalizzazione, che sta dimostrando appieno tutti i suoi limiti. Epifani, aldilà delle critiche e delle lodi al quale si è esposto, ha spinto forse troppo sull'acceleratore, facendo risaltare ancor di più la crisi della sinistra italiana, divisa su troppi temi, e incapace di proporsi con valide soluzioni, senza essere costretta ad una convivenza forzata con un personaggio scomodo come Antonio Di Pietro, un uomo che, se non fosse esistito il Berlusconi politico, forse potrebbe essere tranquillamente seduto sui banchi della maggioranza. I lavoratori che hanno sfilato nelle manifestazioni meritano rispetto, forse meno chi, tirandoli per la giacchetta, tende a strumentalizzarli, magari inutilmente. Il Paese ha bisogno di unità e di condivisione, per combattere una lotta impari contro un nemico che non mostra il proprio volto.
Dario Meschi
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