L'opinione

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 14 dicembre 2008 - Anno 8 - Nr. 48

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Questa terra di nessuno

Sezione#6_1Da tempo il carcere italiano non produce più cadaveri e violenze scomposte, al suo interno è cresciuta la maturità della stragrande maggioranza dei detenuti, nonostante i problemi endemici dell’organizzazione penitenziaria (sovraffollamento, carenza di personale e di fondi ).
Nonostante quella violenza ora è diventata composta, silenziosa, riservata nei tanti suicidi che si verificano nell’indifferenza generale, la legge di Riforma Penitenziaria o meglio quel che ne è rimasto alla luce delle tante decapitazioni, incredibilmente ancora crea un nuovo orientamento esistenziale, tanti uomini nuovi nel vivere civile, non più carnefici di se stessi né degli altri.
Ebbene, nonostante le statistiche e le percentuali indichino che i fallimenti non superano la soglia di attenzione, mi chiedo ancora: perché restringere i requisiti necessari per accedervi? Perché azzerare i passi fatti in avanti in positivo, e non discutere invece della complessità e negatività di un istituto, quello carcerario che, non potendo essere cancellato, neppure ci si attiva con forza e strumenti idonei per migliorarlo.
Inasprire un regime penitenziario quasi al collasso, una riforma penitenziaria di per se già ridotta all’osso, invece di incrementare una speranza attiva-costruttiva che niente ha da spartire con il buonismo che fa male, non credo abbia nulla a che vedere con un preciso interesse collettivo.
E’ un messaggio, questo, che non incoraggia gli operatori penitenziari né i detenuti, ma incancrenisce a dismisura la preoccupazione dell’opinione pubblica, fin troppo spintonata dal succedersi di accadimenti tragici, irrobustiti da imboccamenti non sempre corrispondenti alla realtà.
L’allarme sociale, quando c’è, ha sempre una causa-effetto e possiede nel suo dna paura e rabbia, ma quasi mai l’equilibrio che porta a conoscere la differenza che esiste tra una situazione complessa e un’altra complicata.
Ciò che riguarda l’essere umano, non è mai argomento complicato, che può essere affrontato ( in questo caso all’interno di una galera ) con una operazione semplicistica e fin troppo ovvia: il detenuto, l’uomo, la persona, è qualcosa di veramente complesso che non risponde a leggi meccaniche, e, mai prevedibili, come invece accade alle cose complicate.  
Non c’è urlo né scandalo per questo carcere che deve rimanere un lazzaretto disidratato senza alcuna possibilità di essere migliorato né di produrre cambiamento, perché se così non fosse, qualcuno dovrebbe spiegare perché non ci si è adoperati prima in tal senso, magari e solamente per consentire alle leggi di essere applicate, con maggiori e più appropriati mezzi e strumenti.

Vincenzo Andraous

La tutela dell’attenzione

Sto scrivendo a Marco, conosciuto nell'oratorio di un mio amico prete.
Marco, con la sua storia per molti versi già scritta in tanti ieri che non esistono.
Marco, che a scuola non ci va e le poche volte che è presente ha in tasca il coltello.
Marco, che frequenta i più grandi e pesta giù duro per essere riconosciuto.
Marco che...mi ricorda qualcuno.
"Io non ho paura della prigione", mi ha detto. E io gli ho chiesto: “ Perché non hai paura? “ Perché non possono arrestarmi alla mia età, e poi non mi prenderanno mai, sono troppo furbo io".
"Eppure è sempre il più furbo che alla fine della corsa pagherà per tutti; guarda me: sebbene per qualche giorno sia qui con te, sono invecchiato dentro come il pezzo di carcere che mi ha sepolto".
" Mi piace fare casino e stare in giro per Milano fino a tardi, ogni tanto dare un calcio a qualche rompi e a scuola fare impazzire i miei compagni e i professori. Che male c'è a prendere un cappellino o un giubbotto a chi ha più soldi di me?".
Marco, il disadattato, ha trovato nel rischio e nella provocazione la risposta più immediata alla propria sofferenza.
Marco che teme il domani.
Ho l'impressione di avere fermato il tempo e, illudendomi, mi travesto per un attimo da adolescente per farmi accettare da quella tigre addormentata.
Non lo dice, ma glielo leggo negli occhi: é stanco di tante persone pronte a dargli consigli.
I grandi, gli adulti sempre pronti a insegnargli dove sta il bianco e dove il nero, senza mai consentirgli di approfondire il grigio.
" Ho ragione io “, grida, apostrofando malamente un ragazzo di vent’anni che cerca di indurlo a più miti comportamenti.
Mi accorgo che é diventato nuovamente lo strumento di studio della nostra coscienza, infatti il ragazzo che prima interloquiva con affabile cortesia, ora rivendica il proprio ruolo di maestro maturo e responsabile, ma non in forza dei valori che tenta di trasmettergli, bensì perché non si ritiene rispettato abbastanza da quel pulcino agguerrito.
Marco e il suo rifugio di miti e dei suoi pari, spazio vitale alla trasgressione che si rinnova, si rigenera all'ombra dell'indifferenza, in uno spazio costretto dove tutto può esser condiviso.
Sto scrivendo a Marco, forse questo incontro consente di indagare di più in noi stessi, nelle parole spese male, e la conclusione che mi arriva direttamente sul muso, è che i tanti Marco di questa periferia esistenziale non debbono poi tanto meravigliare né sbalordire per la loro durezza, alla luce della nostra inadeguatezza ad ascoltare, noi così ben  protetti dalle nostre imperturbabili aspettative.
"Avevo tredici anni e già cominciavo a intuire cosa voleva dire vivere in solitudine, senza stupore giunse il primo arresto, mi portarono in un carcere per minorenni...".
Riaffiorano pensieri di un mio testo teatrale che non eviteranno a nessuno di andare ripetutamente a sbattere in un vicolo cieco, ma, chissà, potrebbero indurre alla necessità di una tutela dell'attenzione comprensiva, sensibile.

Vincenzo Andraous

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