Circus Week

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 14 dicembre 2008 - Anno 8 - Nr. 48

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La crisi finanziaria

Sezione#5_1      CAPORETTO ITALIANA E PREOCCUPAZIONI DEL TESORO
(The Financial Review) L’Italia si è impegnata con i principali partners europei a non aumentare il gigantesco debito di 1.575 miliardi di euro pari, a fine del 2006, al 106,8% del Pil. Un dato che non tiene conto del buio finanziario (almeno 12,5 miliardi) degli enti locali legato ai contratti derivati.
Questo spiega il ritardo con cui il governo italiano ha messo a punto il piano di interventi anti-crisi e spiega le dichiarazioni di Tremonti: ”Il debito italiano è il terzo nel mondo. Il nostro unico vincolo è il mercato finanziario” e ha parlato di “un’ulteriore criticità che dipende dallo scenario competitivo con le crescenti emissioni di altri Paesi” come Francia, Germania e Uk (Gran Bretagna).
Fotografa questa situazione lo spread dei rendimenti con i titoli di stato tedeschi. Un anno fa il differenziale era pari a 28 punti (basis points). Un mese fa ha superato 150 punti proprio in coincidenza con il varo dei piani anticrisi di Usa, Inghilterra, Germania e Francia.
A quel punto per l’Italia è diventato allarme rosso. Il freno all’indebitamento deciso dal governo Berlusconi ha consentito di ridurre il differenziale da 153,00 a 110,5. Dunque, l’Europa ha preso atto dell’impegno assunto.
Paradossalmente la crisi economica, nonostante il ribasso dei tassi al 2,5% deciso dalla Bce, ha messo a nudo la precarietà debitoria dell’Italia, aggravata da un diffuso ricorso ai crediti al consumo.
Situazione non facile per il Tesoro che, per coprire il debito pubblico, deve fare emissioni per un ammontare circa di 100 miliardi all’anno (calcolando una duration di 16 anni) con una media mensile di 8,5 miliardi al mese.
Per valutare queste cifre basti pensare che ieri, in America, è emersa una forte opposizione al salvataggio dell’industria dell’auto che chiede 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro, equivalenti a tre mesi di emissioni di titoli di Stato italiani. “Non possiamo permetterci neanche lontanamente – ha detto il ministro Sacconi – che un’asta pubblica sui titoli di Stato vada deserta: ci sarebbe una carenza unica di liquidità pubblica per i pagamenti di pensioni e stipendi, saremmo all’Argentina”.
Altro che aiuti alle banche o detassazione della tredicesima. Siamo giunti alla Caporetto della politica italiana, dissipatrice e disinvolta come un gruppo di cicale impazzite. Più si aggrava la crisi internazionale (oggi le borse sono crollate nuovamente) più si complica il salvataggio italiano poiché diventa più difficile il “servizio” e la “copertura” del debito pubblico.
Guido Colomba
5.12.2008

                      CEOS ALLA GRIGLIA
Due settimane fa i gran capi di Ford, General Motors e Chrysler sono venuti a Washington volando ognuno su un aereo privato per essere interrogati dal comitato senatoriale delle banche. Ed hanno suscitato una ondata di proteste. Questa volta hanno percorso le 500 miglia tra Detroit e la Capitale a bordo di auto ibride da loro prodotte. E gli interventi sono stati improntati al massimo di umiltà. Il che non ha impedito che i senatori li grigliassero a dovere. I tre ex big dell’automobile, ormai con l’acqua alla gola, chiedono 38 miliardi di dollari per risollevarsi. Hanno presentato piani che prevedono la ristrutturazione delle produzioni: non più auto diverse per mercati diversi, ma modelli mondiali buoni per tutti che consentano risparmi nelle progettazioni e produzioni. General Motors ha soldi solo per arrivare alla fine del mese, Poi sarà la bancarotta che corrisponde alla nostra amministrazione controllata, prima del definitivo collasso e chiusura. I repubblicani sono i più inferociti e non sentono ragioni. Anche se non lo dichiarano, cercano di creare ulteriori problemi al presidente eletto Obama. Una posizione rigida questa che ha fatto dire al presidente del comitato senatoriale, il democratico Dodd che non si capisce perchè siano stati concessi centinaia di miliardi di dollari per salvare banche e istituzioni finanziarie mentre all’industria dell’auto (che garantisce un posto di lavoro su dieci in America) si nega un aiuto che al confronto sembra insignificante.

Oscar Bartoli

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