Sotto la lente

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 28 giugno 2008 - Anno 8 - Nr. 26

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Incompetenza e onnipotenza

Nei giorni scorsi i due principali esponenti della vita amministrativa e politica italiana, Silvio Berlusconi, capo del governo, e Walter Veltroni, leader, sempre più discusso, dell'opposizione e del Pd, hanno alzato i toni dei loro interventi, mettendo fine, almeno così parrebbe, al buonismo e al tentativo di dialogo e di confronto, che sembrava possibile soprattutto nell'affrontare le più importanti riforme strutturali.
Il Cavaliere, stanco di essere accusato di favorire interessi personali, nello specifico di bloccare i processi meno importanti (tra questi il processo Mills che lo riguarda personalmente), per concentrare l'attività su quelli attinenti i reati più gravi, ha perso le staffe e, con l'approvazione quasi scontata della maggioranza degli italiani ha accusato, senza mezzi termini, le toghe di agire con metodi sovversivi per annullare gli effetti del voto popolare, espresso con assoluta chiarezza nelle recenti elezioni politiche.
Il "Duce" del PdL, offeso dalle calunnie e dalle gravi accuse, del resto tutte da dimostrare, ha sostenuto, imprudentemente, trattandosi di un capo di Stato, quello che molti italiani pensano. Ossia l'esistenza di un super potere della Magistratura, di quella casta togata che scarcera i colpevoli di reati di mafia per decorrenza dei termini, perseguendo invece presunti colpevoli, nello specifico Berlusconi, con una veemenza inusitata, favorendo una campagna diffamatoria contro l'uomo più amato d'Italia, che, piaccia o no, dispone di un vasto consenso popolare.

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Walter Veltroni

Berlusconi, forse non casualmente, ma approfittando del palcoscenico internazionale di Bruxelles, ha dapprima lanciato strali roventi contro Veltroni, definendolo un predone e un fallito, riferendosi al "buco" lasciato da lui e dal predecessore Rutelli nelle casse di Roma, per poi, nell'assemblea con i rappresentanti di Confesercenti, accolto anche da fischi, sostenere che "alcuni Pm politicizzati sono un cancro" per la democrazia. La persecuzione contro il premier ha portato a quasi 800 controlli effettuati dalla polizia tributaria e a numerosi processi, risoltisi, almeno finora, con assoluzioni per non aver commesso il fatto. Un'attività così frenetica non depone di certo a favore dei magistrati, soprattutto quando l'intero sistema giudiziario non funziona e non è in grado, anche per scelte ideologiche, di garantire la certezza della pena, ma dovrebbe obbligare chiunque si dedichi all'attività politica a sottostare a regole precise che separino nettamente l'attività pubblica da quella privata. 
Veltroni, ormai osteggiato da molti notabili del partito, invece di affrontare una doverosa, quanto necessaria autocritica, affrontando con senso della realtà la sconfitta e gli errori che hanno portato, in virtù di scelte opinabili, a risultati catastrofici, ha proposto la solita litania, che ha assunto il vago sentore di un "de profundis".
Da una parte l'ostentazione di onnipotenza (l'uomo di Arcore ha persino invocato, rivolgendosi alle autorità religiose, il sacramento dell'eucaristia per i divorziati), dall'altra quella di impotenza, che coinvolge i rappresentanti del centrosinistra, incapaci di delimitare il campo d'azione della maggioranza.
A contorno di questa situazione, caratterizzata da stancanti polemiche, si registrano le grida da tribuno del popolo, l'ex Pubblico Ministero Di Pietro, e le perplessità di Casini, che stenta a ritrovarsi in un'opposizione così distante dalle sue idee.
Berlusconi dilaga per la debolezza altrui, e non basta di certo il giustizialismo dei dipietristi, circoscritto ad una cerchia troppo ristretta di sostenitori, a dare impulso alla protesta.
L'ex sindaco di Roma è un leader ormai discusso, incapace di spiegare le ragioni delle sconfitte che negli ultimi mesi hanno portato al successo del PdL, travolgendo i partiti della sinistra radicale e di tutte le altre forze ad essi collegate.
Il momento politico è teso e confuso, e le esternazioni dei protagonisti si commentano da sole: Berlusconi, incrociando le braccia come fosse ammanettato, sostiene che "molti di loro mi vorrebbero con le mani legate, ma noi andiamo avanti". Veltroni, quasi spodestato, dichiara che il "confronto è ormai impossibile", e forse se lo voleva per davvero avrebbe dovuto utilizzare toni diversi.
Speriamo che tra i due litiganti, uno indiscusso, l'altro in predicato, incapace di rassegnare le dimissioni dal Pd, non perdano come sempre gli italiani.

Dario Meschi

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