L'editoriale

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 28 giugno 2008 - Anno 8 - Nr. 26

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Europa addio?

Sezione#1_1A Dublino, per volere della Corte suprema, i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi sul Trattato di Lisbona, la versione edulcorata della precedente costituzione europea, già respinta nel 2005 dagli elettori francesi e olandesi.
Il verdetto irlandese è una condanna contro l'eurocasta, ossia l'affermazione delle ragioni di quanti non condividono le politiche e le strategie imposte dagli gnomi di Bruxelles, dove regnano sovrani i burocrati, considerati freddi alieni distanti dalle realtà politiche e sociali presenti nei Paesi membri.
L'Europa unita, espressione di centralismo e di interessi particolari, finora ha causato più danni che profitti, imponendo norme rigide e regole spesso non condivise dai singoli Stati, nel tentativo di uniformare realtà politiche, sociali, culturali ed economiche profondamente diverse tra loro. Il tentativo di applicare le stesse regole, imponendo veti e limitando le singole sovranità nazionali è fallito miseramente, e rimette in discussione l'intero progetto di unificazione, che non è in grado di garantire le diverse aspettative europee, non fondandosi su principi e valori equamente condivisi.
Il tentativo fallito di imporre una costituzione, fredda, senza Dio e senza anima, esprime un malcontento molto diffuso, non solo in Irlanda, contro un Palazzo di ghiaccio, frequentato da strani individui che utilizzano un linguaggio spesso incomprensibile e poco attinente alle attese. Le Nazioni della Comunità europea sono molto diverse tra loro, e i problemi di unificazione si sono accentuati per la volontà, più economica che politica di favorire l'ingresso a tutti, indipendentemente della omogeneità culturale e sociale e dalle rispettive condizioni economiche.
Per unire popoli diversi tra loro non basta un pezzo di carta, soprattutto quando le differenze dei modelli di vita, delle culture, delle religioni e delle tradizioni non consentono omogeneità e condivisioni di valori comuni. La storia, le tradizioni, la cultura, la religione e la stessa economia, dividono, più che unire, per i loro interessi contrastanti: la moneta unica, l'euro, rafforzatasi oltre misura, ha causando danni enormi e quasi irreparabili, mettendo in crisi un sistema che deve confrontarsi con le altre realtà rappresentate dai Paesi emergenti e da quelli in via di sviluppo.
L'avvento dell'Europa unita e dell'euro era stato salutato con entusiasmo, in quanto non si erano prospettati alle popolazioni europee i rischi che si sarebbero dovuti affrontare per rendere omogenee realtà sociali profondamente diverse tra loro, ed ora si è giunti alla resa dei conti, e non pochi sono gli europei che s'interrogano sulla bontà delle scelte finora intraprese.
Del resto la storia ha narrato per secoli di guerre combattute per il predominio e l'imposizione dei propri modelli istituzionali, politici e religiosi, descrivendo un vecchio Continente profondamente diviso e incapace di uniformarsi in un'unica entità politica, sociale ed economica.
 La mancanza di condivisione, la diversità dei modelli di vita, e di un governo centrale dotato di tutti i poteri, come avviene negli Usa, limita la possibilità di imporre soluzioni innovative, e di dare corso ad un processo di sviluppo, di assimilazione e di integrazione etnica, in grado di sovrintendere alle politiche comunitarie. Le diversità esistenti pesano e dividono i popoli europei dividendoli in due categorie distinte, quella dei detentori dei capitali e l'altra dei portatori della forza lavoro, I popoli considerati più evoluti e ricchi e gli altri, gli emergenti, spinti dalla volontà di bruciare le tappe per raggiungere un benessere economico finora sconosciuto.
L'Europa si è fermata a Dublino, e proprio dal risultato a sorpresa potrebbe partire la riscossa del dollaro contro l'euro, mitigando lo strapotere di una moneta nei confronti dell'altra.
In Italia la Lega Nord ha proposto la ratifica del Trattato in tutti i paesi membri mediante una consultazione popolare, altri, tra questi il presidente Napolitano, ritengono che si debba andare avanti a tutti i costi, escludendo chi boicotta il processo di unificazione.
Forse di Europa si è parlato troppo, e pochi hanno mancato di sottolineare che senza unità politica non può esistere alcuna integrazione economica.
Dichiararsi, in questo difficile momento, contro l'Europa, per affermare la propria autonomia e l'indipendenza nazionale, può sembrare anacronistico, anche se molti si sentono estranei ad un processo di trasformazione istituzionale voluto più dai gruppi economici per ragioni di mercato, che dalle popolazioni, che finora ha ricevuto soltanto delusioni.

Dario Meschi

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