Sotto la lente

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 30 marzo 2008 - Anno 8 - Nr. 13

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Il caso Alitalia

Sezione#3_1Mentre si scoprono gli “altarini” le malefatte della “casta”, anche in virtù dell’inchiesta pubblicata da Libero, tesa a smascherare i privilegi dei politici, trovando conferma, a margine di innumerevoli altre situazioni, dell’utilizzo immorale degli aerei di Stato per ragioni personali e di svago, il “caso” Alitalia continua a far discutere, rimanendo al centro del dibattito politico fino a poter condizionare l’esito stesso della campagna elettorale.
L’offerta e le condizioni offerte da Air France hanno il sapore di un saldo di fine stagione, e mettono a rischio, nella prevista, quanto necessaria, ristrutturazione aziendale, il ruolo di Malpensa, ma anche di Fiumicino, comportando, tra l’altro, pesanti sacrifici nel settore occupazionale.
E’ evidente che le condizioni di una vendita di una società di tale rilevanza vadano assunte con la massima ponderazione, anche se la perdita di un milione di euro il giorno, e la fretta imposta dagli scaltri francesi, costringono ad affrettare i tempi. Un’azienda privata qualsiasi nella stessa situazione sarebbe fallita da un pezzo, perché nessuna logica economica, industriale e bancaria, avrebbe consentito ad un imprenditore privato di lavorare producendo perdite e non ricchezza.
Lo Stato ci ha abituati a tali situazioni e a ben altro, basti considerare i bilanci delle ferrovie dello Stato, e di altre società ed enti pubblici, che costringono, per la loro inefficienza, unitamente alla pessima gestione della macchina burocratica statale, il governo ad aumentare continuamente la pressione fiscale, e di questo Prodi & compagni hanno già fornito la miglior conferma, al punto da renderla insopportabile e soffocante.
L’ipotesi di vendita, la possibilità di optare per il fallimento, la scelta di allargare le trattative ad una o più cordate d’imprenditori italiani, sono soluzioni che la politica e i paperoni italiani dovranno affrontare in termini di tempo ragionevoli, attuando, nel nostro Paese, quella che potrebbe configurarsi come la prima vera privatizzazione.
Gli interessi in campo sono molteplici: i più evidenti sono quelli economici intrecciati però a quelli politici: Air France, a detta degli esperti, ha avanzato una proposta decisamente modesta, sia per le prospettive di sviluppo, sia per quelle occupazionali.
L’esistenza di esuberi di personale evidenzia la cattiva gestione della società, l’incapacità della politica e dei suoi dirigenti (il presidente nonostante le perdite accumulate incassa una retribuzione di oltre 1,5 milioni), hanno provocato una situazione disastrosa, in netto contrasto con quella di altre compagnie aeree nazionali ed internazionali, evidenziando l’esistenza di un malessere tutto italiano, meritevole di un’analisi molto approfondita per comprenderne ragioni e responsabilità.
La campagna elettorale ha registrato la clamorosa proposta di Silvio Berlusconi di riunire alcuni ricchi industriali, associati ad istituti di credito, in una cordata credibile e trasparente, che assuma l’onere, l’onore, nonché la responsabilità di tenere alta la nostra bandiera, puntando, come logica impone, ad un piano industriale in grado di invertire drasticamente la situazione, e ipotizzando, in un lasso di tempo relativamente breve, il raggiungimento dell’auspicato risanamento, garantendo così un futuro ai dipendenti e alle attività dell’indotto.
Il Cavaliere è stato criticato da Veltroni, accusato di voler sfruttare la vicenda soltanto per fini elettorali, al punto da indurre l’ex sindaco di Roma a formulare una proposta indecente, illogica, quanto impossibile: un’offerta da presentare entro le 24 ore, nemmeno si trattasse di acquistare il negozio del pizzicagnolo all’angolo della strada di una qualsiasi periferia metropolitana, facendo così risaltare la netta differenza che intercorre, per storia ed esperienza personale, tra i due candidati.
Da una parte l’imprenditore abituato a lavorare sodo, decidendo in tempi brevi e rischiando sempre di tasca propria, dall’altra il filosofo della parola, l’uomo dalle ricette miracolose, il pifferaio magico, come l’ha definito Berlusconi, colui che mai nella sua esistenza ha lavorato o intrapreso per davvero, magari timbrando il cartellino, facendo i turni o gli straordinari, o assumendosi l’onere economico di far quadrare i conti, mettendo mano al portafoglio o affrontando iniziative di una certa rilevanza.
L’uomo di Arcore è il simbolo di chi si è fatto da solo, dimostrando doti ed attitudini, ambizioni, eccessi, e determinazione, ottenendo un successo dal sapore quasi miracoloso, che, nonostante l’accanimento terapeutico della magistratura, non ha fatto emergere nulla di particolarmente grave sul suo conto; il leader del Pd è un politico in carriera, distante anni luce dai problemi della gente, vissuti soltanto per sentito dire, e, beato lui, non per sperimentazione diretta.
Gli italiani tra qualche settimana si recheranno alle urne, e sapranno valutare la situazione, che, mai come in questa circostanza, richiede concretezza e non soltanto parole.

Dario Meschi

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