Macchianera

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 30 marzo 2008 - Anno 8 - Nr. 13

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Scandalo o giustificabile omissione

Sezione#2_1Il sindaco di Merate Giovanni Battista Albani si è recato in Puglia per partecipare ai funerali del papà del segretario comunale, dottor Francesco Saverio Motolese. Il viaggio lo ha compiuto in compagnia del comandante dei vigili urbani Donato Alfiniti, autista, e di Annalena Codara, impiegata nella segreteria comunale: un gesto di rispetto e di umanità, degno e condivisibile, sentito, e in ogni caso dovuto nei confronti di un importante dirigente municipale.
Fin qui nulla di strano, se non perché la trasferta, compiuta utilizzando un’auto del patrimonio comunale, è stata contestata dalla stampa locale online e dalla Lega Nord, che, insieme, non hanno gradito l’esercizio di quello che è stato considerato un abuso o un privilegio, forse non dovuto.
Considerata la motivazione, non si trattava di un viaggio di piacere, ma di un gesto di solidarietà e cordoglio, tutto sarebbe passato in sordina, e forse sarebbe stato meglio ignorare l’accaduto, evitando di trasformarlo in un vero e proprio “caso”.
In questi ultimi giorni si parla spesso dei privilegi della casta politica, dei viaggi in aereo di ministri ed onorevoli, e di un’infinità di altre agevolazioni, che contrastano nettamente con la crisi che attanaglia il Paese e con le regole di una corretta democrazia, indignando l’opinione pubblica costretta a tirare quotidianamente la cinghia dei pantaloni.
Buttarsi sull’osso azzannandolo è diventato uno sport nazionale, e se i giornalisti, giustificati dalla necessità di recuperare nuove notizie, svolgono diligentemente il loro compito, i politici, in questa circostanza il leghista Andrea Robbiani, capogruppo della Lega Nord, avrebbero potuto soprassedere dal formulare critiche, considerate le circostanze, le motivazioni, e il periodo pasquale che dovrebbe indurre al perdono e alla carità cristiana.
Ci risulta, non ne siamo però certi, che il comune di Merate abbia sempre ricordato gli uomini che lo hanno amministrato e i suoi dipendenti nella ricorrenza dedicata ai defunti: l’ho appurato direttamente, in quanto uno zio, prematuramente scomparso, impegnato, decenni or sono, nell’amministrazione pubblica, ha sempre ricevuto sulla tomba di famiglia, nella ricorrenza dei morti, un omaggio floreale a ricordo dell’impegno profuso. Non so se questa abitudine stia proseguendo ancora, se era conseguenza di una precisa delibera, o se era esercitata a discrezione del sindaco. In ogni caso, ritengo che un atto di rispetto nei confronti dei defunti, e di chi si è prodigato nella propria attività, sia dovuto e debba essere sempre e comunque considerato lodevole, indipendentemente da altre ragioni.
In un Paese allo sbando com’è il nostro, mal governato e vilipeso da ogni sorta di nefandezze, dove i valori della tradizione e quelli cristiani sono stati spesso dimenticati, o sostituiti con i miti pagani imposti dal consumismo, non avrei mai pensato di assistere al processo di un sindaco per un’azione meritoria e in ogni caso giustificabile, anche se potrebbe sconfinare in un presunto reato. Le regole da rispettare dovrebbero essere ben altre, e la compilazione del loro elenco, sarebbe tanto lungo da riempire le pagine di un’intera enciclopedia. Con le problematiche che attanagliano la nostra società, la civiltà occidentale, la Chiesa, la moralità, il rispetto, e la dignità umana, la storiella di casa nostra fa sorridere, e pertanto consigliamo a quanti si ritengono indignati di pensare ad altro, magari dimostrandosi più realisti, meno zelanti e giustizialisti.
Del resto la carità cristiana, il cordoglio e la partecipazione non si possono esprimere soltanto issando il gonfalone comunale come qualcuno ha invocato. Se il sindaco non ha saputo distinguere ciò che è pubblico da ciò che è privato, va biasimato, magari con rimbrotto o una pacca sulla schiena, evitando però di processarlo per giungere ad una condanna o ad una assoluzione.
Per quanto mi riguarda non avrei alcun dubbio, e, infischiandoci delle regole, opterei per una sentenza di piena assoluzione.

Dario Meschi

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