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Urbanostica e sviluppo
L’urbanizzazione selvaggia del territorio ha trasformato la verdeggiante Brianza, un tempo terra di contadini, piccola borghesia e pochi signorotti, in un immenso cantiere, con case e palazzine sparse a macchia d’olio, o vicine una all’altra in un agglomerato urbano disordinato e disorganico, che spesso unisce in un lungo serpentone un paese all’altro, con strade inadeguate e poche infrastrutture. Una terra, un tempo luogo ideale per la villeggiatura dei milanesi e delle famiglie patrizie, con le numerose ville storiche, e i palazzotti testimonianza di una borghesia ricca, ma discreta, che passava qualche mese in campagna o sulle colline verdeggianti per ritemprare il corpo e lo spirito, ora è invasa da fabbriche, capannoni, supermercati, condomini e villette a schiera. Lo sviluppo economico, il progressivo arricchimento delle famiglie, conquistato negli ultimi decenni, ha consentito un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, che con sacrifici e debiti ha conquistato il sogno comune, rappresentato dall’acquisto della casa di abitazione. La richiesta di aree fabbricabili, gli interessi dei proprietari terrieri, le politiche approssimate e troppo generose delle amministrazioni locali, e la mancanza di pianificazioni urbanistiche di ampio respiro, hanno causato danni irreparabili, accomunando in questa corsa verso il saccheggio del territorio un po’ tutti, cittadini, politici, imprese, progettisti ed addetti ai lavori, seppur con responsabilità evidentemente molto diverse tra loro. Ora, di fronte ai danni arrecati, vi sono organizzazioni politiche e ambientaliste che cercano di fare dei distinguo, indicando i veri o i presunti colpevoli, addirittura individuando amministrazioni negligenti ed altre ritenute virtuose, assegnando in genere meriti alla sinistra e demeriti alla destra. Evidentemente le responsabilità non possono che competere a chi ha governato e governa, soprattutto a livello locale, e per quanto riguarda il lecchese, in larga misura ai rappresentanti del centrosinistra, eredi della vecchia Dc, alla guida del maggior numero di amministrazioni comunali. Spesso la propaganda è stucchevole, e la sterile polemica è intesa a scaricare le responsabilità, anche se si possono denunciare atteggiamenti politici molto diversi tra loro, che contraddicono lo stereotipo tanto apprezzato e sfruttato dagli esponenti del centrosinistra. La provincia di Como ha approvato una modifica, importante ma purtroppo tardiva (il danno territoriale si è già compiuto da tempo), meritevole però di essere approfondita, alla legge regionale n.12/2005, chiedendo maggiori norme per la tutela ambientale. Infatti, in attesa dell’approvazione dei nuovi Pgt (Piani di Governo del Territorio), ha chiesto l’introduzione dei PII (Piani Integrati di Intervento), destinati esclusivamente al recupero di aree degradate o dismesse, mettendo freno alla lottizzazione selvaggia. Al contrario, la vicina provincia di Lecco sta assistendo da spettatrice alla lottizzazione incontrollata compiuta un po’ ovunque, ma con effetti nefasti e devastanti in alcuni comuni. Effettivamente, nonostante le dichiarazioni di principio e le rassicurazioni, la Provincia di Lecco ha lasciato fare, suggerendo modifiche agli strumenti urbanistici, senza però imporre scelte e regole precise, non riuscendo a condizionare le amministrazioni, seppur spesso amministrate da giunte amiche. Per rendersi conto della situazione, basterebbe percorrere le strade che uniscono la città capoluogo alla metropoli milanese o a Como per rendersi conto dell’entità degli scempi. Chi percorre la strada, che da Galbiate conduce a Santa Maria Hoè o a Casatenovo, può prendere visione, da una panoramica mozzafiato, della bellezza dei luoghi, e del fenomeno di occupazione metodica di ogni terreno disponibile. Gli eccessi sono visibili in prossimità delle vie di comunicazione o in realtà urbane già edificate, ma anche in aree di particolare pregio ambientale, ed è difficile fare distinzioni tra un comune e l’altro. In questo quadro suggestivo, ma inquietante, appare la macchia invasiva di capannoni e opifici, costruiti, non per soddisfare le necessità delle aziende, ma spesso per sfruttare l’edificabilità dei suoli, concessa senza criterio logico dagli strumenti urbanistici indipendentemente dalle necessità economiche e di mercato. Purtroppo la politica si nutre più di parole, di messaggi promozionali, di propaganda, che di fatti concreti e di scelte avvedute, e gli interessi locali, sfuggendo al controllo delle distratte, o incapaci autorità, impongono soluzioni dettate da interessi, egoismi o dalla necessità di far cassa. La situazione è tanto grave da meritare l’intervento bipartisan di tutte le forze politiche, necessario e indispensabile per conservare quanto ancora è rimasto intatto, recuperando, senza aumentarlo oltre, il patrimonio immobiliare. Questo non significa necessariamente divieto assoluto, ma la ricerca di un equilibrio che sappia soddisfare senza eccessi la tutela ambientale con lo sviluppo compatibile. La “capannonizzazione” del territorio in un momento di crisi economica contrasta con ogni logica urbanistica, etica e morale, e pone nella gabbia gli imputati, quanti a sinistra o a destra, hanno abusato del loro potere, per agire indisturbati verso uno sviluppo sfrenato e nefasto, e sicuramente poco compatibile con l’ambiente. Del resto è lecito diffidare di tutti i politici, anche se non è corretto indicare a priori delle presunte responsabilità, e il ruolo di giudice non può di certo appartenere a nessuno, né tanto meno alla sinistra, che, è giusto ricordarlo con un clamoroso esempio, ha governato per lunghi periodi la capitale, autorizzando lottizzazioni devastanti, evitando d approvare degli adeguati e riduttivi strumenti urbanistici, basti ricordare che il piano regolatore della città, in fase di rielaborazione, risale al lontano 1962.
Dario Meschi
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