Sotto la lente

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 24 febbraio 2008 - Anno 8 - Nr. 8

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La Comunità "Casa del Giovane"

GLI ANGELI PROTETTORI NON SI ARRENDONO MAI

Da pochi giorni si è concluso il processo di beatificazione di don Enzo Boschetti, il fondatore della Comunità Casa del Giovane di Pavia.
Quest’Uomo ci ha lasciato in eredità un patrimonio di valori e insegnamenti senza eguali: “servire il fratello “ è il conio della sua opera, che, per mezzo di altri grandi uomini che con lui hanno condiviso fatiche ed emozioni esaltanti, continua nel tempo ad affiancare chi non ce la fa più.
Un vero e proprio desiderio di resurrezione da parte delle tante persone che hanno avuto la fortuna di accompagnarlo in vita, indelebile l’attualità del suo messaggio, le radici di un servizio su cui poggia l’intero impianto della comunità.
Don Enzo e la sua storia, che è avventura da raccontare, i suoi modi rocamboleschi nella Fede per affrontare le emergenze più disparate, le critiche più feroci, senza mai badare alle conseguenze.
Per chi non l’ha praticato nel suo verbo, diventa difficile non inciampare nella leggenda, nella moltiplicazione degli eventi, ma quest’uomo è stato capace davvero di prevalere sull’errore e l’imperfezione umana, che sbarravano ogni giorno il suo cammino, obbligandolo a chinarsi, a sporcarsi fino ai gomiti nell’oceano di dolore e solitudini al suo intorno.
Un uomo che seppe riconsegnare dignità e coerenza a chi non l’aveva più, e ovunque si guardi, in ambiti diversi, altri uomini debbono a lui la propria rinascita morale e il proprio ruolo nella collettività.
Un grande uomo che non c’è più, ma che viene percepito come un angelo protettore, e nei sentimenti di gratitudine che nascono spontanei, c’è l’esigenza di parlare anche di un altro uomo, di una “espansione” del primo, un grande uomo per autorevolezza conquistata sul campo delle sofferenze.
Don Franco Tassone come erede naturale di quella carne, parola e percorso da seguire, proveniente da quella appartenenza di fede e scuola di vita, fin da quei giorni in un sottoscala scalcinato, negli anni della contestazione, agli angoli delle vie, l’annuncio di una vera e propria ecatombe, nei tanti giovani, con le vene scoppiate e il cuore strappato.
Occorre ritornare a quei giorni, a un uomo che decide di non chiudere gli occhi, e sceglie di fare crescere una proposta di ricostruzione umana possibile, di ripristino delle coscienze attraverso sentimenti di fraternità veri, perciò invincibili.
Tutto ciò non da un progetto redatto a tavolino, ma incarnando il Vangelo, da una intuizione di Fede, attraversando per intero l’impegno assunto, per tentare di essere di aiuto agli altri, ai vinti, agli sfruttati, ai più fragili, ai più esposti dalle incapacità educative.
E’ necessario parlare di queste persone di ieri e di oggi, per amore, per fede, per ideali vissuti e convissuti: Don Franco con gli occhi in alto, nella caparbietà di chi crede e possiede l’entusiasmo della vita buona proveniente dall’antica fatica, nell’impegno di tutti i giorni ad accogliere gli esclusi, accompagnando ognuno in una realtà divenuta complessa e articolata, un insieme di forze e sinergie preparate ad andare incontro alle sempre maggiori difficoltà, una realtà diventata strumento di ripristino di equilibrio e relazioni, dove non è semplice delineare i confini di intervento.
La storia di queste figure umane e spirituali, carismatiche, consente di pensare a don Franco sulla scia del maestro, a questi anni di impegno per allargare i perimetri e le referenzialità educative, per non disperdere e non dimenticare, per non accontentarsi mai, e non consentire agli acciacchi dell’anima di farci arrendere, ma invece ribadire anche solo con un sussurro, ancora, ancora.

Vincenzo Andraous

LA COMUNITA’ “CASA DEL GIOVANE” E’ UNA PALESTRA DI VITA

La proposta della comunità «Casa del Giovane» scaturisce direttamente dal Vangelo: «La comunità è nata non da un progetto di servizio agli emarginati – spiega in un articolo il fondatore don Enzo Boschetti – ma da un gruppo di preghiera e in modo informale, lasciando ampio spazio allo Spirito Santo e alla generosità dei giovani. È stato proprio durante gli incontri settimanali di meditazione sul Vangelo che alcuni hanno compreso la necessità di dare corpo e concretezza all’amore di Dio facendolo diventare fatica, accoglienza e disponibilità. Sentivano che il rapporto con il Signore, per essere autentico e credibile, doveva condurre al servizio di condivisione, a tempo pieno e alla pari, con coloro che avevano “fame e sete di giustizia”». Negli anni della contestazione, davanti a bisogni impellenti, la sensibilità e il carisma di un sacerdote sono diventati strumento per la nascita di iniziative di promozione umana che hanno successivamente coinvolto le istituzioni pubbliche. Ma, per il fatto di essere nata da un’intuizione di fede che incarnandosi nel vivo del disagio giovanile rispondeva generosamente e concretamente ai bisogni concreti degli ultimi, la Comunità – guidata, dopo la scomparsa del fondatore, da don Franco Tassone – è oggi una realtà complessa e articolata ed è per questo difficile delinearne i confini in modo netto. Ci proponiamo qui di darne solo un’idea complessiva sottolineandone gli aspetti di autenticità e di apertura verso il nuovo.
 
L’opera «Casa del Giovane» nasce ufficialmente il 20 aprile del 1971 con l’affitto di un appartamento a Pavia in una zona del litorale del Ticino – in quegli anni in pieno processo di urbanizzazione – abitata dalla medio-alta borghesia. Una posizione che fu alla base di non poche polemiche e «scandali». È necessaria però una digressione per raccontare come si arrivò al germoglio di quel seme che qualche anno prima era stato sparso da don Enzo Boschetti (1929-1993), sacerdote animato da una forte tensione verso i poveri e la preghiera. Il suo cammino spirituale attraversò molti momenti di crisi e difficoltà prima dell’approdo a Pavia, dove finalmente sentì, sempre con grande umiltà, di aver dato seguito al disegno che Dio aveva preparato per lui. A diciotto anni don Enzo lascia il suo paese natale, Costa de’ Nobili (Pavia), per rifugiarsi presso i Gesuiti a Triuggio (Milano). Dopo tre mesi vissuti in assoluto nascondimento e silenzio in ricerca della volontà di Dio, sente che la sua strada è quella della consacrazione. Una delle letture che più lo colpisce è Storia di un’anima di Santa Teresa di Lisieux, autobiografia che diventerà fondamentale nella sua vita e che per il momento lo indirizza verso il convento dei Carmelitani Scalzi di Monza. Nel giorno di Pasqua del 1949 entra nel noviziato di Concesa (Mi) dove viene ammesso come fratello converso. Dopo qualche settimana si rende conto che avrebbe potuto riprendere gli studi per diventare anche sacerdote: «Avevo conosciuto il grande bene e l’intima gioia della conversione, della libertà in Cristo Gesù e desideravo diventare sacerdote per meglio aiutare i giovani a uscire dalle vanità e ambiguità del mondo e del peccato». D’accordo con il padre Priore, si aggrega al gruppo dei postulanti studenti, ma solo dopo circa due mesi gli viene detto che non aveva la possibilità di diventare sacerdote e di non essere portato a una vita di studio anche per via del suo temperamento molto attivo e della sua salute molto fragile.
 
Accettata la decisione dei superiori, che lo trasferiscono all’Oratorio de’ Rossi a Parma nel convento dei Carmelitani, è contento di sacrificare il suo ideale sacerdotale in nome dell’obbedienza e di una vita sull’esempio di Gesù di Nazareth. Più tardi, nel 1956, segue un vescovo carmelitano impegnato in una missione in Kuwait. Ma qui, nel deserto arabico, a contatto con la fervente comunità cristiana, ritorna pressante la vocazione sacerdotale e, dopo sei mesi, è costretto a rimpatriare attanagliato dai dubbi e con un forte esaurimento nervoso che lo accompagnerà per tutta la vita e lo renderà particolarmente sensibile alle sofferenze altrui. Tornato in Italia, però, iniziano a sciogliersi i nodi che fino a quel momento gli avevano impedito di intraprendere la strada del sacerdozio e, dopo aver sostenuto alcuni colloqui, decide, con grande sofferenza, di uscire dall’ordine dei Carmelitani. Viene indirizzato presso l’Opera Cappelli di Scandicci (Firenze), una casa per vocazioni adulte. Trascorre così altri sei anni di studio finché, il 12 giugno del 1962, raggiunge il tanto agognato traguardo: viene ordinato sacerdote nella cattedrale di Pavia. Dopo due anni trascorsi come curato nella piccola cittadina di Chignolo Po, gli viene assegnato come nuovo campo di apostolato l’oratorio San Mauro della parrocchia SS. Salvatore di Pavia, fra le contestazioni degli abitanti di cui si era guadagnato la simpatia e l’affetto. Ben presto don Enzo si accorge che i bambini della parrocchia residenti nelle zone del litorale del Ticino, allora in espansione, non hanno strutture vicine che possano accoglierli per il catechismo e le attività ricreative. Questa necessità lo porta a stabilirsi nel seminterrato di uno di questi nuovi palazzi che ancora oggi viene indicato – anche se è venuta meno la sua funzione originaria – come «l’oratorio». In questa zona, nei pressi della stazione ferroviaria, don Enzo viene spesso avvicinato da giovani in difficoltà con i quali sente di dover instaurare un dialogo: è il 1968, si apre la «contestazione», e don Enzo sceglie la strada del coinvolgimento, della passione per gli ultimi, il servizio e la condivisione. Con diecimila lire donategli da un’amica, Suor Paola Gasperini, che gli permettono di affittare la prima casa e di istituire dopo pochi mesi l’associazione «Piccola Opera San Giuseppe», don Enzo dà avvio a un processo di accoglienza nei confronti degli emarginati e degli ultimi che varcherà i confini della città e della Lombardi. Organizzazione e tipologie di accoglienza Anno dopo anno e casa dopo casa, l’opera avviata in un seminterrato da don Enzo Boschetti e conosciuta con il nome di «Casa del Giovane» si è ingrandita fino ad acquisire le dimensioni attuali. A oggi, infatti, conta un dormitorio per senza fissa dimora e 14 unità di accoglienza distribuite sul territorio della Lombardia e del Piemonte, con diverse tipologie e strutture: tre comunità alloggio per minori, due case di formazione, tre case maschili, due case femminili, una comunità in attesa di accreditamento, tre comunità destinate a soggiorni per il recupero psicofisico. All’interno della Comunità operano diverse figure educative, laiche e religiose. A fare da collante c’è la fraternità, composta dai comunitari «definitivi» (sacerdoti, fratelli, sorelle e famiglie impegnati nella vita di condivisione e servizio secondo lo stile evangelico), il cui Statuto è stato approvato nel 1992 dal Vescovo Giovanni Volta.
 
Dei sette sacerdoti attualmente presenti, cinque vengono dal servizio civile svolto al fianco di don Enzo e quindi da un’esperienza che li ha portati a fare una scelta di vita radicale. Accanto ai «definitivi», si collocano: i comunitari «aspiranti», impegnati in tempi di conoscenza e formazione; gli obiettori di coscienza; i volontari e i collaboratori. La vita della fraternità, animata da momenti di preghiera, formazione e condivisione, si realizza nell’essenzialità e nella totale condivisione di vita con i poveri. Il coinvolgimento totale nelle problematiche trattate rende a volte difficile il cammino. Ma, se da un lato la vita in comunità evidenzia un problema, dall’altro offre molti strumenti di risoluzione: la preghiera, la riflessione, la verifica personale e comunitaria, un modo più intenso di vivere il Vangelo. Per rispondere ai bisogni delle persone accolte, la Comunità dispone di un’area psicopedagogia che comprende: educatori professionali, insegnanti, maestri di lavoro (persone esterne con una comprovata esperienza lavorativa che, nei vari laboratori, trasmettono ai giovani saggezza e competenza) e psicologi che affiancano i responsabili delle diverse comunità nel lavoro quotidiano condiviso con le persone accolte. Inoltre, per assicurare un’assistenza medica adeguata, all’occorrenza ci si avvale di medici di base e specialisti in malattie infettive, neurologia, psichiatria, chirurgia, ematologia e odontoiatria. Lo spirito comunitario è caratterizzato dalla condivisione, vissuta come unità di vita: educatori e persone in difficoltà formano un’unica famiglia vivendo fianco a fianco. Il percorso dunque è di promozione umana: gli utenti da oggetto di interesse e di cure si fanno soggetto di azione e corresponsabilità, diventando così protagonisti della propria crescita personale e sociale. I settori di intervento della «Casa del Giovane» sono molteplici: l’accoglienza va dai senza fissa dimora agli extracomunitari, dai tossicodipendenti agli alcolisti, dai carcerati ai minori in affido temporaneo, ai malati psichici. Per differenziare i bisogni, ogni casa si è attrezzata con strutture adeguate alla tipologia di accoglienza precipua. I minori accolti sono bambini e ragazzi italiani e stranieri che necessitano di essere temporaneamente inseriti in contesti adeguati ai loro bisogni di crescita. In genere si tratta di individui che il Tribunale per i Minorenni ha affidato ai Servizi Sociali dei Comuni e alle Asl affinché vengano tutelati e accompagnati in un percorso formativo-educativo
 
I politossicodipendenti – cioè coloro che hanno sviluppato una dipendenza da una o più sostanze – seguono un percorso terapeutico secondo un piano che dura in media 30 mesi, con possibilità di programmi individuali concordati. Il progetto riabilitativo si articola in tre tempi:

  • periodo di conoscenza - inserimento - socializzazione;
  • periodo di stima - prima autonomia - fiducia;
  • periodo di reinserimento - fiducia finale - servizio di volontariato.

Il passaggio da un tempo all’altro e la permanenza in comunità non sono fatti cronologici, ma si riferiscono al recupero umano acquisito, dimostrato e riconosciuto. Per i ragazzi in doppia diagnosi, o in comorbilità psichiatrica, è stata aperta la comunità «Villa Ticinum». Si tratta di un esperimento che, in collaborazione con l’Asl, l’Università di Pavia e il Consorzio «Crescere insieme», fa fronte ai nuovi effetti delle droghe. Un’altra problematica trattata è quella del disagio psichico: oltre a essere accolti in Comunità, alcuni pazienti, inviati da uno psichiatra, usufruiscono di un servizio di assistenza attraverso un centro diurno. Come alternativa al carcere, alcuni detenuti vengono affidati alla Comunità tramite accordo con i Servizi Sociali e qui seguono un percorso di riabilitazione attraverso il lavoro e altre attività. In questa categoria sono inclusi anche ex carcerati, carcerati agli arresti domiciliari o in regime di semilibertà. Agli immigrati è invece offerto un servizio di prima accoglienza e di accompagnamento fino al completo inserimento nella società. Infine, per i senza fissa dimora è attiva nella sola sede di Pavia una comunità di accoglienza notturna. L’opera «Casa del Giovane», inoltre, per il principio di carità su cui si fonda, accoglie individui segnati da profonde fragilità psichiche e relazionali e si fa carico del loro sostentamento, formazione e inserimento nel tessuto sociale. A riprova del fatto che la Comunità non è una realtà ripiegata su se stessa, ma che si interroga continuamente sui bisogni dell’uomo, è nato l’Osservatorio sul disagio «Don Enzo Boschetti». Dotato di un proprio archivio cartaceo e digitale, il centro raccoglie dati statistici nazionali, regionali, provinciali e comunali su: lavoro e disoccupazione, droga, alcolismo, handicap e invalidità, dati demografici generali.
 
È uno strumento concreto che, nel migliorare la conoscenza del territorio e dei suoi bisogni, consente di progettare politiche sociali efficaci, mirate alle situazioni concrete, e propone percorsi formativi adeguati e rispondenti alle richieste del mercato del lavoro. Gli strumenti del recupero La proposta educativa della «Casa del Giovane» pone come obiettivo finale la restituzione di una vita equilibrata e dignitosa, da raggiungere attraverso la vita in comune, il lavoro, la formazione, il tempo libero, i corsi di studio interni e, non ultimo, l’approfondimento della propria esperienza di fede. Nel corso degli anni la Comunità si è arricchita di strumenti sempre più rispondenti a queste finalità; il primo passo importante è avvenuto con l’istituzione di una Cooperativa, oggi sdoppiata in Cooperativa sociale «Casa del Giovane» e Cooperativa sociale «Il Giovane Artigiano», che gestiscono il servizio educativo, le convenzioni e il reinserimento lavorativo dei giovani svantaggiati. Nello specifico, la Cooperativa Sociale «Casa del Giovane» si occupa dei servizi residenziali, delle comunità ergoterapiche e della gestione del Centro Servizi Formazione «Edgardo e Maria Castelli» (CSF). Il CSF è una struttura che ha acquisito una funzione di primo piano per il servizio reso sia alla Comunità che alla Provincia di Pavia in quanto, collocandosi nel sistema della formazione, persegue finalità correlate alle indicazioni e alle linee programmatiche dell’Unione Europea, dei Ministeri interessati al Settore Sociale e della Formazione, della Regione Lombardia e delle Amministrazioni Provinciali e Comunali. In via prioritaria, per i giovani residenti nelle unità di offerta della comunità «Casa del Giovane», il CSF organizza corsi e servizi formativi, di ricerca, di sviluppo e orientamento. Inoltre, studia e programma progetti di pubblico interesse anche per conto degli enti convenzionati a favore di coloro che per vari motivi rimangono ai margini della vita produttiva e sociale. La Cooperativa Sociale «Il Giovane Artigiano» si occupa invece della gestione dei laboratori che fin dai primi anni sono nati nella Comunità: centro stampa, edizioni, falegnameria, carpenteria, officina meccanica, pelletteria, edilizia. All’interno delle singole case vengono poi svolte altre attività, tra cui giardinaggio, allevamento di animali da cortile e produzione di oggettistica varia. Il lavoro, in quanto mezzo di sussistenza, è presentato in termini promozionali e creativi per valorizzarne il fine educativo e socializzante: non è importante raggiungere risultati perfetti, ma è decisiva la collaborazione per favorire l’apprendimento. Chi acquista maggiori competenze deve poi metterle a disposizione dell’altro instaurando così un rapporto di dialogo e fiducia. Ogni laboratorio è controllato da un responsabile attento alle esigenze reali dei giovani, alla cura degli strumenti, dell’ordine, ai criteri più validi per suscitare interesse e impegno. Accanto alla formazione e al lavoro, non bisogna trascurare il ruolo e il valore delle attività ludiche, ricreative e sportive: a seconda delle età vengono infatti periodicamente organizzati campeggi, campi-lavoro, gruppi scout, tornei sportivi, giochi di gruppo, rappresentazioni musicali e teatrali. Inoltre,alcune strutture dispongono di spazi attrezzati per il tempo libero e la socializzazione cui si appoggiano le comunità che ne sono sprovviste: campi di calcetto, basket, tennis, pallavolo, piscina estiva, sala giochi, sala musica, saloni per spettacoli e concerti. A tali scopi vengono anche utilizzati spazi messi a disposizione dal territorio. A dieci anni dalla morte del fondatore, la spiritualità «boschettiana», che fin dagli inizi si è configurata come coniugazione tra vita contemplativa e servizio, si perpetua nello stile che caratterizza le comunità «Casa del Giovane». Don Enzo Boschetti, rimasto molto legato alla sua prima esperienza di consacrazione, è stato in grado di far interagire la spiritualità classica – soprattutto carmelitana e, in seguito, anche benedettina e ignaziana – con quella più moderna – Charles De Foucauld e Antoine Chevrier – tanto da generare la sintesi del «contempl-attivo». La realizzazione dello stato di contemplazione-preghiera permette di entrare in comunione con Dio e questa unione profonda porta alla necessità di amare il prossimo con gesti concreti di solidarietà: è l’amore verso Dio che spinge l’uomo fuori di sé e lo fa essere contemplativo nel servizio, imitatore di Cristo nella perfezione e santità. La vita in Comunità trae insegnamento dalla prima comunità cristiana: «Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme. Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno». (Atti degli Apostoli, 2, 42-45). La vita comune dunque si fonda sull’unione degli animi e la comunicazione dei beni secondo il principio: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità.
 
Don Enzo ha fondato la «Casa del Giovane» per favorire una reale esperienza di Vangelo proponendone tutti gli aspetti: il rapporto con Dio e la carità verso i fratelli, soprattutto verso i privilegiati da Cristo, cioè i poveri e i piccoli. Accogliendo i giovani in difficoltà e cercando di fare assieme a loro un cammino promozionale e di crescita, si vive un servizio autentico, a tempo pieno e alla pari, sostenuto da un’intensa vita spirituale. In questo senso la Comunità è una concreta dimostrazione di vita veramente evangelica, dove fede e servizio si saldano in un’unica dimensione. La spiritualità tramandata da don Enzo, visibile in ogni aspetto e momento comunitario, viene rinnovata e rinsaldata alla luce dei contesti che cambiano grazie alla partecipazione periodica ai ritiri spirituali. Inoltre, accanto all’edificio che ospita la comunità «Casa Speranza - Madonna dei Giovani» a Biella, è in costruzione un monastero che accoglierà le suore carmelitane di Carpineto Romano. Questa presenza era auspicata dal fondatore come supporto all’intensa vita di servizio e condivisione che comunitari e operatori sostengono e come spazio di preghiera e riflessione aperto alla chiesa locale. Nella Comunità è sempre stata manifesta l’attenzione per la cultura, che svolge un ruolo primario e imprescindibile per la crescita dell’individuo. Solo superando i limiti posti dalla non conoscenza e impadronendosi di nuovi orizzonti e capacità creative, l’uomo può diventare protagonista della propria vita. Don Enzo Boschetti ne ribadiva spesso il significato e il valore: «La non cultura porta allo sfruttamento, all’emarginazione e a tante altre schiavitù. Non ci può essere progresso e libertà senza cultura». Anche se oggi i tempi di evoluzione sono rapidissimi e si è sottoposti a forti pressioni massificanti, la cultura deve comunque caratterizzarsi come un costante e continuo esercizio di maturazione della coscienza critica, attenta ai tempi che mutano e agli emergenti bisogni della persona. La «Casa del Giovane» si è dotata dei mezzi necessari per sostenere le attività di studio e ricerca e per portare all’esterno ogni informazione riguardante il suo stile di vita. Questa abitudine si è rivelata necessaria per una continua verifica e collaborazione con le organizzazioni impegnate nell’azione culturale e sociale. La rivista Camminare nella luce e le edizioni CdG (Casa del Giovane) in questi trent’anni di attività hanno proposto alla società la cultura alternativa che deriva dall’impegno sociale e dai fondamenti cristiani. Le diverse collane si sono così delineate come apporto significativo ai dibattiti culturali e ai bisogni formativi ed educativi privilegiando le seguenti aree tematiche: prevenzione, emarginazione, formazione umana e cristiana, testimonianze, scritti del fondatore, dialogo interreligioso. La Comunità inoltre organizza dibattiti, conferenze e convegni per dare spazio all’interscambio e proporre il suo stile a coloro che desiderano approfondire le problematiche sociali e il proprio cammino di fede. Don Enzo Boschetti è stato definito un «contemplativo sulla strada» che ha lasciato in eredità alla sua Comunità e alla Chiesa una «mistica del servizio». In proposito ci sembra opportuno citare le sue stesse parole: «La comunità cristiana non può sottrarsi all’impegno di tentare di elaborare una vera mistica del servizio radicata nel Vangelo, per non cadere nell’attivismo e, se vogliamo, anche nello scoraggiamento per certe pressioni o strumentalizzazioni politiche. Se la comunità cristiana di servizio non ha una sua solidità culturale, teologica, pedagogica con forte impegno nel sociale, rischia di essere risucchiata, se non polverizzata, dai giochi di politicizzazione e da interferenze».
 
Quando, finito il servizio civile dopo 20 mesi di condivisione nella comunità, Don Enzo non mi gratificò come con gli altri obiettori chiedendomi di fermarmi per dargli una mano, anzi mi disse: "Vai ci penserà il Signore!", ci restai di stucco. Sempre avevo trovato amici e adulti che mi avevano incoraggiato a seguirli e a fare "carriera" con loro, e invece Don Enzo voleva non solo che facessi "carriera" con i poveri, ma che entrassi in comunità "sposando" la vita dei poveri e diventando come loro. Dopo un anno, lavorando e impegnandomi nella mia città, ho cercato di riempire il vuoto di quella proposta non fatta. I miei sacerdoti da piccolo mi avevano chiesto di diventare prete, canossiano; lo stesso direttore del Centro Sociale - fondato dall’On. Sampietro e che ebbe come figlia Madre Chiarina, la quale mi condusse direttamente nelle braccia del Don - mi invitò, dopo un’esperienza estiva, a far parte del suo gruppo; e anche gli Amici della Sofferenza, con il carissimo Luigi Poggi, mi spinsero sempre verso i più bisognosi. Ma quello che Don Enzo ha significato per me non è esauribile nemmeno se per tutto il resto della mia vita io mi impegnassi a servire i poveri e tra di loro i più in difficoltà e soli. Quando gli ho chiesto di rientrare, per continuare quel fidanzamento con una Chiesa che serviva i poveri come Gesù Cristo, ci trovammo a rientrare tardi e siamo stati costretti a scavalcare il cancello della Comunità. Più giovane di Lui lo feci senza fatica, ma Lui in un attimo mi raggiunse e mi diede una pacca così sincera d’affetto e d’amicizia che ancora adesso, quando ho qualche grana educativa o di gestione della comunità, mi serve per andare avanti. Devo senz’altro ai miei genitori il grande bene di un’educazione fatta di tanta semplicità e d’amore spartano ma fecondo; però quello che don Enzo ha messo nel mio cuore mi ha permesso di generare altra vita insieme a tutti i comunitari della Casa del Giovane. Insisteva perché studiassi, non trascurando la condivisione con i ragazzi e la preghiera che sempre apriva e chiudeva tutti i grandi desideri che Lui immetteva nel mio cuore assettato di disponibilità, e diventava la garanzia della riuscita nella volontà di Dio per i fratelli. L’Università fu Lui a insistere perché la portassi a termine, così come nello studio della teologia. Tante volte ho chiesto di non sostenere esami preparati troppo in fretta, ma con il suo incoraggiamento ho trovato il coraggio di sostenerli, tanto che le valutazioni furono superiori alle mie stesse aspettative. Una volta siamo andati insieme per ottenere i capannoni militari, per risolvere il problema dell’accoglienza ai senza fissa dimora che all’epoca, e ormai da più di vent’anni, Don Enzo ospitava nel seminterrato - che era poi la sua casa - e in cui è nata l’Opera. La ristrutturazione dei capannoni per le attività lavorative e di accoglienza ai più poveri, - che Lui non ha potuto vedere realizzata, - ha consentito alla casa del Giovane lo sviluppo dell’opera secondo le normative e gli standard strutturali, realizzando laboratori in regola con le norme di sicurezza e di accoglienza. Il non aver fatto questo ha costretto tante comunità a chiudere i battenti, con grave danno degli stessi giovani. Don Boschetti voleva che i ragazzi imparassero a lavorare e stravedeva per i suoi maestri di lavoro, e insisteva nel mettere in ordine i laboratori perché fossero ambienti educativi. Aveva anche un altissimo concetto del lavoro in rete sia con le istituzioni che con le associazioni di volontariato. Ma quello che ancora colpisce della sua pedagogia è il fatto di avere insistito tanto sulla formazione sia dei ragazzi che dei collaboratori. Dal suo ministero sacerdotale sono nati altri sei sacerdoti tutti impegnati per gli ultimi, e per tutti quelli che nella Chiesa si mettono in fondo, ma sono amati da Dio in modo particolarissimo. Il tempo corre via davvero. Mi pare ieri d’esser arrivato qui, invece sono quasi venticinque anni che ci sono dentro. Molte cose ho veduto, molte altre le ho vissute. In qualche sgangherata relazione ho tentato di disegnare una riflessione, ora è tempo nuovo per altre considerazioni. Giorno dopo giorno insieme ai ragazzi, ognuno con il proprio carico di ombre nomadi, ma tutti con una luce di speranza salire agli occhi. Esistono tante comunità, tante aree di trattamento, molteplici tecniche terapeutiche: nella “Casa del Giovane” si aggiunge all’operare razionale, il coinvolgimento dei sentimenti, l’approccio empatico che non consente meccanismi di dissociazione. Ho avuto modo di osservare, ascoltare, accompagnare tanti giovanissimi nella legatoria ove sono l’incaricato. e mi accorgo che lavorare con i giovani può risultare una sorta di prevenzione. Sono ragazzi svegli, vivi, forti perfino nello sfuggire la fatica. Arrivano in comunità a seguito del corso della Giustizia minorile, la quale cerca di rispondere alle problematiche degli adolescenti, di coloro che entrano nel circuito penale, come di quanti vivono contesti familiari e ambientali difficili. Mi rendo conto che le Istituzioni e quindi la società non riescono a soddisfare queste istanze, questi bisogni, queste grida silenziose; non per mancanza di mezzi, ma per un disinteresse e per un’indifferenza che tocca ogni singolo cittadino, che non si assume l’onere e il preciso dovere di sostenerli per fuoriuscire dalle proprie problematiche; a mio avviso non scelte ma consequenziali a una imperante cultura della mercificazione. In tutta onestà non vedo guerrieri in erba, tanto meno bambini dagli occhi strani, invece intravedo ragazzi seduti sul ciglio del baratro più oscuro, ragazzi soli che non conoscono la solitudine; ma sentono il morso del distacco attuale e reagiscono con un tempo che non è libero, perché è perduto, così tentano di fermarlo, di esorcizzarlo nella ricerca dell’emozione forte, nell’alcool, nella droga, con il rischio estremo: traducibile in una vita costantemente sconosciuta. Ragazzi isolati, che a loro volta si isolano in uno sballo a tamburo battente, dove i timpani diventano i polmoni. La loro sordità a cercare, creare e mantenere relazioni, è quanto meno paritaria alla ottusa cecità della collettività, la quale non intende proporsi come soggetto protagonista, e della propria evoluzione famigliare, e della propria attenzione disponibile ai bisogni e alle sofferenze dei giovani all’intorno, i quali inascoltati non troveranno quei riferimenti certi con cui identificarsi. Minori a rischio che troppo superficialmente sono già etichettati devianti, e perciò irrecuperabili. Ma qualcosa non quadra, qualcosa sfugge in quest’umanità che va scavando con le dita rotte quel senso nascosto al primo strato. Per noi adulti-formati-realizzati è sempre tutto chiaro, soprattutto nel condannare...le azioni o le inquietudini degli altri... naturalmente. Ma a volte succede che tutto ciò che è chiaro, non lo è per niente, perché cela qualcosa; un meccanismo che riproduce e rafforza quel tipo di convinzione-scaccia responsabilità, che annulla ogni possibilità di cambiamento e innovazione.
 
Intorno a questo tavolo di lavoro, al fianco dei ragazzi ci sono i loro mulini a vento, i vicoli ciechi, il vento che trasporta lontano gli echi. Io li ascolto litigare con i centri di potere virtualizzati, estetizzati, creati a loro misura da chi ama le parole e ben poco il fare. Mentre occorre fare i conti con l’articolato più a noi vicino, all’uomo come fine, come valore in sè intoccabile. “Casa del Giovane” e tanti ragazzi intenti a trovare orme e segni riconoscibili, in questa casa che è storia e mai rifugio accomodante. Un trampolino di lancio per ridefinire le nostre forme di convivenza, socializzazione, di solidarietà. Una radice che è storia, è passato-presente-futuro, per la ricchezza delle cose successe, per le istanze e aspettative a vedere riconosciuti i propri percorsi di vita. Sento energia e speranza danzare al mio intorno, in questo laboratorio dove si forgia il futuro, lo sento anche nei ragazzi, che imparano ad apprezzare l’assoluta necessità di chiarezza, strategia e visione del campo, per raggiungere dei risultati. Un ragazzo mi ha chiesto: “Vado a scuola o a lavorare? Resto qui o torno a casa? Tu cosa mi consigli?”.Penso di avergli risposto correttamente, ma altri sono i riferimenti autorevoli che l’hanno bene indirizzato, tant’è che ora sta crescendo alla grande. Ma questo capire con la testa e con il cuore mi consente di riconfermare il valore aggiunto insito in questa comunità: “l’accompagnamento costante” per non sbattere volutamente la testa contro il muro, interiorizzando la capacità di aggirare l’ostacolo, conoscendone i punti deboli e finalmente dialogando con i propri limiti. Non è facile, nell’età dei rifiuti, delle ribellioni, delle reazioni emotive, avere fiducia nell’altro che guida e a volte rimprovera. Non è facile affidarsi all’onestà intellettuale degli altri, ma in questo luogo chi dice qualcosa ne è responsabile. Proprio per rendere proficua e costruttiva la tecnica dialogica, che impone ai due interlocutori, educatore-responsabile ed utente, di non barare. Alla “Casa del Giovane” c’è umanità nel servire e formare, c’è priorità alla disponibilità e all’accoglienza, ed è giusto sia così, perché avere e sentire e custodire umanità sta a significare che c’è prerogativa inalienabile al diritto di amare noi stessi e così gli altri. A tal punto che pensare all’umanità, al diritto di poter vivere nella propria dignità di persona, non è qualcosa di conferito statualmente, ma è sintesi e insegnamento che ci arriva da lontano. Più mi addentro nel fare e nell’agire con l’altro, e più comprendo che andare verso l’altro conferma un valore che sta al di sopra della vita stessa, dandoci il modo per riconfermarci solidali e costruttivi a 360 gradi, e quindi richiedere la stessa cosa alla società. A volte chi scrive e descrive un concetto, lo fa con arroganza, con la certezza di insegnare un verbo (seppure minore). Penso che scrivere rappresenti una rottura netta con tutto ciò che è convenzionale per comodo: infatti per me scrivere non è “ assecondare”, ma rappresenta un cammino di scomposizione-ricomposizione, un cammino di rinascita. E’ un accostamento che mi sento di fare, con i ragazzi che con me lavorano: il loro non è passivo sopravvivere, non è esserci come risultanza di un contratto sanzionatorio, ma, per loro voce, è un percorso a tappe facente parte di un progetto più globale, che non ha prescrizioni né vincoli imposti, ma l’obbligo morale di una partecipazione attiva. Se questa a volte può sembrare non completamente condivisa, in realtà, quando le idee creative diventano bene comune, esse hanno il potere di “trascinare la ragione al cuore”. Nulla è davvero perduto, anche quando le tensioni e i bisogni rimangono al palo, anche quando il malessere che ci portiamo dentro sembra soffocarci, nel paesaggio ermetizzante che ci siamo costruiti intorno giorno dopo giorno. Ciò non deve arenarci né piegarci più del dovuto: è più salutare il cammino in salita, con le gambe che arrancano per la fatica, con un’immagine di noi disadorna, persino dimessa, ma essenziale, perché l’attrattiva sta non nel poco esteriore, ma nel tanto interiore che possiamo riuscire a sfiorare con mano ferma. Giovani “a rischio” ce ne sono tanti, nelle città come nelle periferie, tutte diversità che esistono e con cui dobbiamo fare i conti. Ma spesso non siamo preparati alla scoperta, proprio perché esse circoscrivono la profondità delle nostre stesse sofferenze, attese esitanti, delle angosce difficilmente contenute, nel poco rispetto verso l’altro o l’altra, che invece è ragione del nostro stesso esistere. Tutto questo denota un cocente male di vivere, che lasciamo in eredità alle future generazioni, ai ragazzi qui con me ora, a cui rimetto la mia capacità di sostenere una fratellanza allargata, basata su diritti e doveri, dove i problemi di tutti siano percepiti da ciascuno come propri, e ciascuno cerchi la soluzione dei propri problemi entro la soluzione dei problemi di tutti. Se quanto fin qui esposto prospetta un modello limite, è pur vero che i modelli rappresentano dei fari, degli indicatori, e possono tracciare dei sentieri su cui camminare.
 
I contenuti e gli insegnamenti espressi dalla “Casa del Giovane”, interpretati dai giovani intorno a me, non sono mai stanchi né impolverati dall’usura del tempo, sono insegnamenti per continuare ad individuare la via e il processo, grazie ai quali progettare e realizzare collaborativamente per perseguire sinergicamente –ciascuno con le proprie risorse e particolari modalità- obiettivi compatibili tra loro e convergenti, mediante una comune e condivisa tavola dei valori. Questo è humus ideale per creare un terreno fecondo al rinnovamento culturale, con un richiamo alla tutela del patrimonio di esperienze, di progettualità, di fini, non sotto il vessillo dell’accondiscendenza, ma come tutela dell’attenzione comprensiva, sensibile, per un confronto dialettico che stabilisca chiaramente le difficoltà e le priorità per ognuno. Ecco che allora occorrono interlocutori che diano carattere discorsivo alle difficoltà. In questo contesto di realtà avanzata, c’è il rischio preliminare di non poter “dare di più”. Ma il “di più” sta nel trovare convergenze, e tutte per produrre interventi molteplici: di assistenza, di rinnovamento, di riconciliazione. C’è il senso della gratuità in questa condotta, gratuità che è passaggio dalla cultura dell’io alla cultura del noi, persino quando non riusciamo a credere in tutto ciò in cui crede l’altro, eppure crediamo in lui. Così ritorniamo alla nostra origine, all’uomo che tende a costruire unione, una strada da percorrere insieme, perché insieme siamo infine noi stessi. La stessa “accoglienza” che spinge forte in questa palestra di vita, è gratuità, che supera il limite e ci accomuna, ci fa crescere in quella dimensione umana che è vita. I ragazzi, qui con me, continuano ad allenarsi e rafforzarsi, in forza di una progettazione che è peculiarità dì questa casa comune: la discussione delle idee che divengono proposta, per incedere sulla strada di una nuova cultura, nei riguardi della diversità e del disagio sociale. In conclusione, non esistono risposte facili o risolutive. Non occorre confezionare un risultato tranquillizzante. Basterebbe camminare con l’ingenuità della sorpresa, nell’individuare e cogliere le problematiche esistenziali collocate dietro ciò che vediamo e sentiamo. Queste righe sono un invito a diventare ognuno un interlocutore, nel rispetto dei ruoli e delle competenze, perché chi gioca con onestà questa partita fa un investimento. I ragazzi lo sanno , che la ricollocazione soggettiva non è meramente un fatto meccanico, ma avvio di pratiche di socializzazione e confronto, che si sostanziano sia nell’ambito lavorativo sia in quello scolastico, sia in quello creativo o culturale. E’ un invito non solo per i giovani, ma pure per gli adulti, per i maestri, e per me stesso: affinché educare significhi sempre “tirare fuori”, costruire insieme ciò che il nuovo millennio attende da noi tutti.

don Franco Tassone

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