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Intolleranza e restaurazione
La legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, sottoposta a referendum nel 1981 e approvata dal 68% dei partecipanti alla consultazione popolare, consente alla donna di abortire, in una struttura pubblica, nei primi novanta giorni di gestazione, e tra il quarto e quinto mese solo per motivi di natura terapeutica. Il primo articolo della contestata legge recita così: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”. I dati relativi agli aborti effettuati dall’introduzione della legge (4,8 milioni), e quelli che si compiono ogni anno (circa 200mila), fanno riflettere sulla volontà delle donne di utilizzare una tale possibilità, intrapresa con sofferenza per rimediare ad “incidenti di percorso” che si sarebbero potuti evitare, o per ragioni personali o familiari, inducendo a riflessioni e a forti contrapposizioni tra laici e cattolici, e in genere tra i sostenitori e i denigratori del provvedimento legislativo.
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Giuliano Ferrara
Il 19 dicembre del 2007, dopo l’introduzione della moratoria mondiale sulla pena di morte, approvata dai paesi membri dell’Onu, Giuliano Ferrara, dalle colonne del “Foglio”, il giornale che dirige, ha proposto una moratoria anche sull’aborto, considerandolo una sorta d’omicidio perfetto e volontario. Il giornalista, nella manifestazione svoltasi a Milano, ha invitato i partecipanti, e la popolazione alla costituzione di comitati in favore della moratoria in ogni parte d’Italia, responsabilizzando i partiti, che dovrebbero aderire con convinzione all’iniziativa, affermando un concetto fondamentale, che potrebbe addirittura essere inserito nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, con un emendamento, che definisca la vita un percorso che si compie “dal concepimento fino alla morte naturale”. Il Vaticano, alti prelati, e in particolare il cardinale Camillo Ruini, ha espresso un plauso alla proposta, ritenendola giusta e ravvisando la necessità di correggere la legge 194, aggiornandola ai progressi scientifici che permettono una maggiore sopravvivenza dei bambini prematuri, mentre, in contrapposizione, è forte lo sdegno e la disapprovazione delle associazioni femministe e di quelle libertarie e di una larga parte dei cittadini. La nuova ventata moralizzatrice, indipendentemente dai suoi contenuti e dalle rispettabili opinioni di ciascuno, sarà utile in quanto farà discutere nel tentativo di risvegliare le coscienze, abbandonate troppo spesso ad un lassismo morale socialmente pericoloso, se non addirittura preoccupante. Nessuna donna affronterebbe un’esperienza traumatica come l’aborto con leggerezza e senza traumi fisici ed emotivi, anche se i nuovi costumi, le abitudini di vita, e la perdita dei valori, inducono ad una sempre maggiore promiscuità, condizionando la sessualità e la libertà delle giovani donne, che sbagliano e si trovano di fronte ad un drammatico dilemma. In uno Stato laico non si dovrebbe negare la libertà e la possibilità di scelta su tematiche così delicate, che coinvolgono la morale, la religione e la coscienza d’ogni individuo, però si dovrebbe, nello stesso tempo, sensibilizzare l’opinione pubblica, in particolare i giovani, educandoli, promuovendo campagne di prevenzione e di corretta informazione sul controllo delle nascite e sulla sessualità, mettendoli nella condizione di sapersi gestire, evitando pericoli e affrontando la vita e le proprie responsabilità con la necessaria maturità. I fautori della restaurazione combattono una battaglia persa in partenza, in quanto ogni persona è libera di decidere da sola il proprio avvenire, e dovrebbe essere in grado di poterlo fare liberamente, cosciente dei rischi che affronta, delle responsabilità morali e civili che si assume, e delle conseguenze cui andrà incontro. Il Paese è attraversato da una pericolosa ventata d’intolleranza che si esprime in modi diversi, sempre esecrabili, nel voler vietare la possibilità di scelta di fronte all’aborto o all’eutanasia, o magari negando al Pontefice la possibilità di visitare l’Università romana della Sapienza. Un popolo civile, per dimostrarsi tale dovrebbe consentire libertà di scelta e il libero arbitrio, nel rispetto evidentemente dei diritti e della libertà altrui, lasciando ad ognuno la facoltà di decidere. L’aborto è un’azione riprovevole, che ben pochi giustificano, ma che in alcune circostanze può rilevarsi necessario, e chiunque lo scelga, porterà con se il peso di un’azione così grave. Ogni persona deve poter decidere da sola, non imponendo però ad altri il proprio volere, e questo, a nostro parere, vale anche per l’interruzione volontaria della gravidanza.
Dario Meschi
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