Sotto la lente

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 27 ottobre 2007 - Anno 7 - Nr. 40

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La lesa maestà

Sezione#3_1Francesco Storace, sanguigno e tenace politico, ideatore della nuova formazione "La Destra" è stato indagato per aver offeso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che era intervenuto giorni scorsi per difendere la senatrice a vita Rita Levi Montalcini, alla quale l'intraprendente politico aveva fatto recapitare, con pessimo e censurabile gusto, un paio di stampelle.
Storace aveva espresso in maniera inopportuna un sentimento diffuso tra gli esponenti e gli elettori del centrodestra, che non tollerano il ruolo determinante svolto dai senatori a vita a sostegno del governo Prodi.
Sulla figura istituzionale dei senatori a vita e sulle regole del loro mandato si potrebbe discutere all'infinito, anche se la funzione di questi illustri personaggi è sancita dalla Costituzione e non può essere messa in discussione, se non affrontando una riforma costituzionale.
Del resto se i ruoli si invertissero e i senatori a vita scegliessero di votare per il centrodestra cosa accadrebbe? Probabilmente le opinioni subirebbero un drastico mutamento, si potrebbero invertire, e monterebbe lo stesso la polemica, magari senza arrivare ad episodi goliardici, ma irrispettosi, come quello compiuto.
Il Colle aveva bollato come "indegni" gli attacchi. "Indegno sarà lui" aveva risposto Storace. Il resto è cronaca.
Così, com'è evidente che al presidente della Repubblica è dovuto il massimo rispetto, e proprio per questo sono censurabili le parole urticanti del politico, è altrettanto discutibile il provvedimento della procura di Roma, che accusa il senatore di aver violato l'articolo 278 del codice penale: "Chiunque offende l'onore e il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni".
L'impressione è che ad un eccesso ne stia conseguendo un altro peggiore. Da quando Storace ha abbandonato Alleanza Nazionale è stato costretto per mettersi in evidenza ad un notevole attivismo, magari con attacchi poco eleganti e rispettosi, assumendo posizioni discutibili e criticabili, come quella di aver sostenuto il governo in virtù del non voto, o con le accuse rivolte ai senatori a vita di sorreggere con le stampelle l'esecutivo.
Storace sfrutterà l'accaduto a fini politici, proclamandosi perseguitato per un "reato" d'opinione, comprensibile nel mondo dell'attuale politica, dove non esistono dogmi di fede, dove tutto sembra essere ammesso, e pertanto potrebbe essere giustificata la critica ad un personaggio, ora pentito, che nel 1956 approvò l'intervento militare sovietico in Ungheria.
Il quadretto poco nobile e quasi grottesco che si sta delineando provoca discredito nei confronti delle istituzioni, contrappone un post fascista ad un'ex comunista ricordando una caricatura del vituperato ventennio fascista, in quanto Storace è accusato di aver violato la stessa disposizione del codice Rocco che fino al '47 difendeva "l'onore e il prestigio del re", quasi che la storia si ripetesse trasformandosi da tragedia in farsa.
Nessuno dei due contendenti uscirà bene da questa vicenda: Napolitano perché costretto alla scomoda tutela dei magistrati e criticato per il suo passato politico, Storace in quanto accusato e messo sotto processo dagli ex sessantottini per un reato fondamentalmente di cattivo gusto e d'opinione, che lo renderà martire, ironia della sorte, proprio dell'applicazione di leggi fasciste.
Il senatore ha chiesto un'udienza al Colle: forse un modo come un altro per giungere ad un chiarimento o per chiedere scusa ed archiviare così definitivamente un episodio surreale e di pessimo gusto.

Dario Meschi

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