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Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 27 ottobre 2007 - Anno 7 - Nr. 40

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Un precariato preoccupante

Sezione#6_3

Goffredo
Bursi

La precarietà e la legge, la disoccupazione in età matura, l’esclusione sociale, il futuro dei giovani, le riforme previdenziali, il sostegno al reddito, la riforma del welfare, sono temi che emergono oggi, in qualunque discussione politica o trasmissione televisiva, nei convegni o seminari che trattino i vari aspetti del lavoro, dello sviluppo, del rilancio del sistema Italia.

Secondo studi recenti pubblicati dall’Università di Torino i lavoratori con contratti precari sono ufficialmente circa 3 milioni, ai quali andrebbero aggiunti altri 3 milioni di contratti irregolari (circa il 20% del totale lavoratori del nostro paese).

Una percentuale preoccupante che determina ricadute significative sul piano economico e sociale: insicurezza generalizzata, una incerta programmazione del futuro, una certa contrazione dei consumi interni, una maggior crescita della domanda di intervento pubblico.

Taluni incerti e ripetuti interventi sul fronte previdenziale, poi, sono incuranti delle dinamiche in atto nel mondo del lavoro. La continua espulsione dei lavoratori in età matura e non, produce conseguenze gravi su interi gruppi famigliari.

Faciloneria e incompetenza, oltre che la preoccupazione di continuare a garantire il non più garantibile, hanno guidato le scelte dei governi degli ultimi venti anni.
Da più di dieci anni si parla dell’esigenza di una riforma del welfare di cui neanche l’attuale governo si sta occupando in forma concreta.

L’assurda convinzione anche a sinistra, diffusissima tra i ministri economici attuali, vuole l’assoluta liberalizzazione del mercato, la flessibilità del lavoro, l’assenza di un controllo sul mercato stesso, come le ricette giuste per il rilancio economico del paese, come se gli errori commessi non abbiano prodotto danni un po’ a tutti, un peggioramento delle condizioni e della qualità della vita di tante famiglie.

Suggerirei la lettura del volume “Vite Fragili”, recentemente pubblicato dalla Caritas, questa realtà che ha un rapporto unico con il territorio (i partiti tale rapporto non ce l’hanno più da anni), e che tocca con mano ogni giorno la condizione reale del paese.

Per venti anni i governi di sinistra hanno raccontato “lo splendore delle privatizzazioni selvagge”, la necessità di liberare le imprese (tutte, senza esclusione alcuna) dai lacci e impedimenti di vario tipo.
Ne avremmo beneficiato tutti, dicevano, poiché una concorrenza selvaggia e senza regole, avrebbe fornito servizi di qualità a prezzi più competitivi.
Sinceramente non pare che la liberalizzazione dei prezzi dei carburanti, ad esempio, abbia agevolato i consumatori e portato vantaggi economici significativi.

Dalla sanità, all’energia, ai trasporti, alle comunicazioni, dai servizi bancari a quelli assicurativi, i prezzi sono aumentati costantemente e significativamente negli ultimi quindici anni.
Ma solo in virtù del fatto che i “poteri forti”, i soliti furbi, hanno costituito cartelli e accordi, perché i prezzi restassero elevati, senza la garanzia di un miglioramento dei servizi per la comunità.

Questa logica liberale o social-liberale, che concede tutto al mercato, a scapito degli interessi dei più, è e resta inaccettabile.
Certe logiche da libero mercato e da globalizzazione forzata, hanno spostato l’attenzione dagli obiettivi tradizionali dell’impresa e determinanti del passato (ad esempio cosa produrre, come produrre, con quale livello di qualità, per quali consumatori) ad un obiettivo discutibile e talvolta perverso, rappresentato dal solo “ritorno” dell’investimento (utili che sono garantiti ai soli azionisti). Talune multinazionali che hanno ancora impianti produttivi in Italia con utili tutto sommato significativi (attorno al 10% e più), scoprono impianti analoghi in altri paesi con utili appena appena superiori. E ciò è sufficiente per decidere la chiusura delle attività produttive nel nostro paese.
Tutto ciò è semplicemente inaccettabile. E nessun governo ha mai preso provvedimenti.

Esaminando poi l’area dei lavoratori dipendenti, dove il sindacato ha la base naturale, moltissimi denunciano difficoltà sempre crescenti, dovute al dilagare di contratti precari di ogni tipo ed al ricorso alle esternalizzazioni, che preludono alla chiusura di rami aziendali. Un fenomeno in costante degenerazione che causa l’impossibilità, per chi è precario, di costruirsi una pensione decorosa per il futuro.
Nel settore metalmeccanico vi è oggi una massiccia presenza di lavoratori extra-comunitari, assunti a vario titolo, grazie ai quali l’Inps usufruisce di entrate che bilanciano la significativa diminuzione delle entrate contributive degli “espulsi ed ormai obsoleti” lavoratori italiani.

Goffredo Bursi
Alleanza Cristiana per Merate, associazione culturale di critica cattolica della politica, della cultura, della società.
 

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