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La vicenda
La festa della Repubblica si è svolta con toni dimessi a causa delle dure polemiche scaturite dal caso Visco-Speciale, rendendo ancora più difficile il cammino del governo Prodi, che ha trattato il generale come un impiegatuccio di quart’ordine, indignando i militari della Guardia di Finanza e quanti non condividono il metodo utilizzato nell’affrontare una vicenda dai risvolti inquietanti e ancora tutti da chiarire. Secondo le accuse il viceministro all’Economia, Vincenzo Visco, avrebbe esercitato pressioni sul comandante della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, affinché azzerasse il vertice delle Fiamme Gialle lombarde che stavano indagando sull’affare Unipol-Bnl: un’interferenza molto grave, se confermata dai fatti e dalle testimonianze. Il generale, poco incline alle imposizioni, non si è prestato al gioco della politica e non ha ubbidito, denunciando l’imposizione dell’uomo politico e scatenando la polemica, e, subito dopo, “Il Giornale” edito dalla famiglia Berlusconi, ha pubblicato alcuni documenti compromettenti che potrebbero comprovare le accuse. Lo scandalo ha coinvolto i vertici della politica e le smentite non sono bastate a smorzare i toni, anzi la CdL, profittando della ghiotta occasione e forte dell’indiscutibile vittoria nelle elezioni amministrative, ha invocato le dimissioni del vice-ministro e del governo che lo ha difeso ad oltranza. L’esecutivo ha blindato Visco, costringendolo a rimettere le deleghe che regolano i rapporti con l’arma, ma confermandolo al suo dicastero, rimuovendo però il generale Speciale e trasferendolo, con una promozione dal sapore di una purga da soviet, alla Corte dei Conti (incarico che è stato rifiutato), sostituendolo con il generale Cosimo D’Arrigo. La Cdl non ha perso tempo e, di fronte a quella che è stata definita un’”emergenza democratica”, ha invocato l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha preso le distanze da questa sgradevole storia con una nota in cui si definisce improprio il coinvolgimento del Quirinale. A questo punto è stata fatta definitivamente chiarezza e tutto può considerarsi superato, o le conseguenze politiche di questa grottesca commedia influenzeranno il futuro del governo Prodi, fino ad indurlo alla resa e quindi alle dimissioni? L’impressione generale è che dopo il fragore tutto ritornerà alla normalità: l’opposizione non disporrà dei numeri necessari per liquidare l’esecutivo, e il presidente del Consiglio, dimostratosi abile ed autorevole nell’affrontare l’imbarazzante questione, supererà ancora una volta l’impasse, salvo che il governo non superi l’esame del Senato e si apra una crisi che potrebbe cambiare gli scenari. La delusione però aumenterà il disappunto degli italiani, che saranno ancora più indignati dalla protervia di una maggioranza, ormai teorica, che si rifiuta di abbandonare il campo pur sapendo di non disporre della fiducia degli elettori, dimostrando poco rispetto istituzionale e soprattutto scarsa considerazione nei confronti delle regole della democrazia e del parere degli amministrati. Infatti, ostinarsi a governare a tutti i costi, rinunciando a legiferare per la mancanza dei numeri, paralizzando i lavori al Senato per non rischiare l’ennesimo scivolone, non gioca a favore di nessuno, non consente di affrontare nessuna riforma veramente strutturale ed anzi rischia di far retrocedere il Paese nell’ambito del contesto internazionale. A questo punto il gioco è nelle mani delle opposizioni che dovranno dimostrarsi coese e capaci di una lotta senza esclusione di colpi, in fondo proprio quello che gli elettori del Nord d’Italia, ma anche del Centro e del Sud reclamano, invocando maggiore giustizia ed equità fiscale. La guerra non si combatte con le cerbottane, e pertanto ogni mezzo potrebbe diventare legittimo, e, proprio per questo motivo, perché non procedere con un ostruzionismo parlamentare metodico contro quello che è considerato un vero e proprio regime? Il centrosinistra ha occupato tutti i posti che contano, ha lottizzato quanto possibile, indirizza le grandi operazioni bancarie ed economiche, rinunciando al confronto e al dialogo, e di fronte a questo miope atteggiamento la risposta non potrà essere che dura ed adeguata alle necessità, e se proprio non dovesse bastare il blocco dei lavori parlamentari, si potrebbe abbandonare il Parlamento lasciando un solo deputato e un solo senatore a presidiare gli emicicli con il compito di vigilare e riferire.
Dario Meschi
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