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Carbone e inquinamento
Le temperature sempre più elevate, la riduzione dei ghiacciai, la crisi idrica, le difficoltà nello smaltimento dei rifiuti ed altri e numerosi inconvenienti e segnali di forte inquinamento e di degrado ambientale fanno presupporre un cambiamento climatico senza precedenti, che potrebbe causare lo sconvolgimento della vita sull’intero pianeta. Il grido d’allarme, sempre più diffuso, nonostante la gravità della situazione, sembrerebbe rimanere inascoltato, e i programmi di contenimento delle immissioni nocive nell’atmosfera vengono disattesi, o sono ipotizzati a lungo periodo, e pertanto si potranno attendere effetti benefici in questa battaglia ambientale solo nei prossimi decenni, inducendo così a forti preoccupazioni sul tipo e sulla qualità della vita che dovremo affrontare in futuro.
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La ricerca di fonti energetiche pulite non consente di ipotizzare risultati incoraggianti, se non a lungo termine, anche perché prosegue in molti Paesi la negazione della scelta nucleare, o quella delle fonti alternative (eolico, maree, ecc.), le uniche in grado di fornire energia non inquinante, e prosegue, al contrario ad incessantemente, l’utilizzo di carburanti inquinanti. In questa corsa verso il baratro nessuno è esente da responsabilità, in quanto i Paesi industrializzati, nonostante le rassicurazioni ripetute da decenni, continuano imperterriti a produrre, e ancor peggio agiscono le nazioni in via di sviluppo che, nella legittima rincorsa verso il benessere, non si pongono particolari problemi di natura ambientale. In questo desolante quadro è inquietante rilevare come la produzione del carbone, il combustibile fossile ad alto tasso inquinante, sia aumentata negli ultimi decenni a 2 a 5 miliardi di tonnellate annue, come se nulla stesse accadendo, e la natura, come alcuni scienziati sostengono, fosse in grado da sola di giungere a nuovi equilibri. A questo punto è lecito domandarsi dove finisca tutto il carbone estratto, e la risposta è semplice: il carburante serve ad alimentare le centrali termiche, assicurando un quarto del fabbisogno di energia primaria, contro un terzo del petrolio, e il 40,1 per cento dell’elettricità, contro il 15,9 per cento di quella fornita dalle centrali idroelettriche, il 19,4 per cento del gas, il 15,8 del nucleare, e solo il 6,9 per cento del petrolio. I maggiori consumi di carbone si registrano in Cina e negli Stati Uniti, mettendo sul piedistallo di un triste, quanto disonorevole, primato sia i liberalcapitalisti a stelle e strisce, sia i comunisti con i loro rossi vessilli, dimostrando l’incapacità, o la mancanza di volontà, di entrambe le superpotenze, nell’affrontare un problema che è stato per troppo tempo sottovalutato. Entrambi i Paesi sono i maggiori produttori di carbone e pertanto è difficile ipotizzare la possibilità di repentini cambiamenti nelle loro scelte energetiche, anzi in considerazione degli egoismi e dei sistemi politici ormai fortemente condizionati dai potentati economici, il futuro non può riservare buone sorprese. Le riserve di carbone sono distribuite in tutto il pianeta, con eccezione dei territori mediorientali ricchi di petrolio, e proprio per questo motivo nessuno è disposto a sacrificare la ricchezza naturale di cui dispone per soddisfare le esigenze ambientali. Non sono i governi che regolano il mondo, ma l’economia, la necessità di produrre sempre di più e di trarre profitti, e tutte le iniziative virtuose, ma inefficaci, proposte dai governi nazionali e dalle amministrazioni locali non rappresentano che inutili palliativi, incapaci di produrre i necessari benefici. Contro la catastrofe di dimensioni planetarie le domeniche a piedi ed altre importanti iniziative ecologiche, lodevoli sotto il profilo educativo, ma risibili nei risultati, fanno sorridere, o al contrario rattristano e indignano.
GM
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