L'osservatorio

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 10 marzo 2007 - Anno 7 - Nr. 10

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Lettera al futuroSezione#6_3

        Alla cortese attenzione dell’Onorevole:
        Presidente del Consiglio dei Ministri -
        Palazzo Chigi, Largo Chigi
        00186 – Roma -

 

Caro Presidente,

abbiamo appreso con piacere che recentemente è stato favorito l’inserimento di alcune centinaiadi lavotarori “over 50” nel mondo del lavoro.

Ci auguriamo che a questi sia riservato un trattamento decoroso ed un lavoro decente, capace di valorizzarne le potenzialità e che siano fornite loro le condizioni per ricostruire un affidabile progetto di vita familiare.

Abbiamo provato sulla nostra pelle la difficile conciliazione tra le esigenze della vita di lavoro e della famiglia da un lato, e i “moderni e distruttivi imperativi” o presunti tali dell’economia attuale e delle “imprese” dall’altro.

Abbiamo perduto il lavoro, la professione all’età di 50 anni e più , a causa dell’incredibile stupidità dei vertici delle Organizzazioni multinazionali che pretendevano di “delocalizzare” le attività e scalare i mercati più attraenti di una fetta d’Europa appena uscita dalla disastrosa esperienza comunista.

Un vero disastro, un enorme insuccesso.

Ritornano indietro, con la coda tra le gambe, dopo aver imparato che qualche anno di “libertà” non è sufficiente per far rinascere il “piacere del lavoro” e l’orgoglio di appartenere a nuove forme di convivenza civile e di organizzazione, anche produttive, più validi e più efficaci di quelle sperimentate negli ex regimi d’oltre cortina.    

Ai ”professionisti”  come noi , espulsi senza tanti complimenti, con arroganza e tanta stupidità, resta “un lavoro che manca”, che non cresce, che cambia in continuazione e che si fa inseguire, e che continua a porsi come un fondamentale terreno di confronto tra l’over 50 ed il giovane laureato, alla ricerca di un lavoro a qualunque costo e condizione.

Nonostante l’età (con quasi 38 di attività) il lavoro è e resterà con molta probabilità, la dimensione fondamentale della vita, delle “nostre” famiglie. Una condizione, certo ormai insufficiente, per essere a pieno titolo “persone” in grado di realizzare ancora, causa la scarsità di lavoro e le difficoltà,  i propri progetti di vita.

Comprendiamo adesso, perché in forte “deficit” da lavoro, la conciliazione pressoché impossibile  tra famiglia e occupazione. .

Da tale situazione emerge al presente una situazione preoccupante.

Per le nostre famiglie (figli ancora precari, case modeste non ancora pagate, un istituto della previdenza sociale che non concede una pensione stramatura a dei disoccupati, il lavoro attuale è troppo poco e incerto per condurre una vita dignitosa. Ci sono tuttora incomprensibili le attuali normative:  impossibile ottenere di fatto un’unica pensione, se durante la vita lavorativa si sono svolte attività diverse

( professionista e lavoratore dipendente), ma con versamenti allo stesso ente pensionistico.

Ci fa diminuire l’impegno sociale, quello politico – sociale; e fa capolino un certo isolamento..

La crescente povertà della famiglia italiana, si sa, è nota. Il nostro lavoro di “liberi disoccupati” senza alcun diritto da oltre 12 anni non è più sufficiente se vi è un figlio precario, un piccolo mutuo da pagare, e da assistere qualche parente più sfortunato.

Il nostro lavoro, si è ormai tradotto in un processo di sfruttamento; fine a se stesso e senza un dignitoso guadagno, depotenzia le nostre famiglie;  ci stanno privando dei valori più autentici e fondativi dello stare insieme.

 

Caro Presidente,

non basta più un lavoro purchessia. E’ si…… Occorrerebbe un lavoro decente, che valorizzi le risorse, ancora buone, le potenzialità, ancora ve ne sono, e fornisca le condizioni per soddisfare l’Inps per qualche anno ancora.

Flessibilità, flessibilità, flessibilità, ci si dice……. La parola magica…… La sentiamo da tempo.

Ma è una parola di moda, piena di ambiguità. E’ intesa a senso unico. E’ funzionale solo alle esigenze di certa impresa.

Non è funzionale alle esigenze delle persone che lavorano da precari da oltre 12 anni. ….…..

Proprio lavorando abbiamo imparato che dietro la “flessibilità” stanno forme di vero e proprio egoismo economico…….e di rinnovata precarietà: accordi di lavoro a termine senza sapere cosa succederà dopo, se saremo pagati o meno; accordi part-time senza alcuna possibilità di un minimo arricchimento professionale (i liberi disoccupati-professionisti si autoistruiscono ed elevano le competenze altrui, a spese proprie).

Questa flessibilità tanto strombazzata……; è atipica, semplicemente, è fonte di continui e nuovi disagi, genera mal di fegato, ipercompetizione, deregolamentazione sfrenata.

Insomma, è un’autentica disgrazia per tutti, per il paese.

Abbiamo imparato a nostre spese che i forsennati ritmi di produzione prevalgono sulle esigenze della vita personale e familiare.

I “tempi” delle istituzioni, dei servizi efficienti tanto strombazzati, quasi mai esercitano una funzione di armonizzazione; al contrario accentuano separazioni e contrapposizioni.

Ci si riduce il tempo per produrre il necessario, beni per la famiglia.

Non si libera più il tempo necessario per l’educazione, la cura delle relazioni sociali senza le quali non ci sono risultati.

L’incertezza della pensione e la precarietà spingono a lavorare di più per fronteggiare un “oggi” senza lavoro, un domani che è già senza lavoro.

Per gli uomini del “Suo” nuovo governo diventa essenziale creare le condizioni perché il lavoro possa esplicarsi nella società, perché riprenda il consumo.

E la politica dovrà fornire le coordinate morali, culturali, verso le quali la mera razionalità economica dimostra un’incomprensione totale.        

  

Caro Futuro Presidente, 

Lei può fare una cosa molto semplice. Far capire a chi di dovere che il reinserimento di alcune centinaia di over 50 è onorevole, ma assolutamente insufficiente.

Una situazione di assoluto precariato, come la nostra, è comune a più di 800.000 persone, ormai.

Scoraggiante, poi, è il raggiungimento dell’età pensionabile, a 65 anni: troppo giovani per andare in pensione, troppo vecchi  per sperare in un nuovo lavoro………..

Nessuno offre più un lavoro a persone di 58 anni. Che devono pagare ancora anni di previdenza, imposte e tasse, assistenza medica.

Occorrerebbe che il governo (i precedenti hanno semplicemente ignorato la situazione) ristabilisca le condizioni di equità per chi, in età superiore ai 58 anni, con un monte contributi che supera i 35 anni, si vede costretto, privo di occupazione, ad attendere ancora l’età anagrafica richiesta per la pensione.

Per noi “disoccupati” da tanti anni, del tutto privi di lavoro (e quindi di reddito), esiste una situazione di discriminazione in aperto contrasto con l’art. 3 della Costituzione.

Allontanati dai  cicli produttivi e sempre impediti a rientrarvi in ragione dell’età, siamo inoltre discriminati rispetto a colleghi, vittime di ridimensionamenti aziendali, per i quali sono state di norma adottate misure di prepensionamento, spesso indipendenti dal vincolo dell’età anagrafica e del monte versamenti contributivi previsto dalle normative.

Per noi disoccupati, “costretti ad un lavoro autonomo”, che disponiamo di più di 35 anni di contributi versati regolarmente all’Inps - con grossi sacrifici – che ci troviamo in obiettive condizioni di non ricollocabilità, forse è auspicabile in via transitoria la possibilità di accedere anticipatamente alla pensione, anche trattenendo sulla pensione la quota contributi necessari al completamento del periodo richiesto dalla vigente normativa.

 

Caro Presidente,

Lei che certamente è sensibile a questo tipo di problema, sa bene che senza un lavoro (che questo tipo di sviluppo-e di mercato- sembrerebbe non offrire più) non si pagano neppure………..…….... le imposte.

Un sincero augurio per il Suo futuro e difficile lavoro, da tutti gli over 50.

 

Lettera proposta da Alleanza Cristiana di Merate, che raccoglie le esigenze di circa
800.000 “lavoratori over 50” , dimenticati dalla politica.

Goffredo Bursi

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