L'opinione

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 14 gennaio 2007 - Anno 7 - Nr. 2

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Il danno e la beffa

L’euro ha compiuto cinque anni, e nonostante il tempo trascorso dalla sua adozione continua a stupire e a far (s)parlare di sé, e molti europei rimpiangono le vecchie monete nazionali, ritenendolo la vera causa dell’aumento dei prezzi.
L’euro, dal 2002 ad oggi, ha registrato un rialzo nei confronti delle altre valute, e anche del dollaro, considerato prima della sua adozione la “moneta guida”, anche se il biglietto verde si afferma ancora il re incontrastato delle riserve.
Il disappunto nei confronti della moneta europea è generalizzato: in Germania il 58% della popolazione tornerebbe al marco, mentre il 52% dei francesi lo considera una scelta sbagliata, e anche in Italia sono numerosi i nostalgici della lira.

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Effettivamente l’euro, per una serie di concause, ha ridotto il potere di acquisto, favorendo i ricchi, mettendo in difficoltà i ceti medi che vedono sempre più avvicinarsi la temuta soglia di povertà e affossando definitivamente i più poveri.
Gli aumenti indiscriminati, applicati all’adozione della nuova moneta, hanno premiato i possessori dei grandi patrimoni e delle maggiori ricchezze nazionali svantaggiando però tutti gli altri. Ognuno, industriali, imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, ha fatto la sua parte favorendo la spirale al rialzo dei prezzi e delle prestazioni, che ha penalizzato i ceti meno abbienti mettendo in crisi i bilanci di milioni di famiglie.
Su un lavoratore dipendente con moglie e figli a carico viveva decorosamente con uno stipendio di tre milioni al mese, ora con una busta paga da 1.500 euro stenta a farcela, e deve per forza limare i consumi rinunciando a qualcosa.
Gli arrotondamenti imposti nella fase del cambiamento tra la vecchia e la nuova moneta, stimati in circa 70 milioni di euro, hanno alleggerito le tasche dei consumatori per confluire in quelle dei commercianti, e tutte le altre categorie (imprenditori, artigiani, commercianti liberi professionisti) si sono prontamente adeguate trasferendo la negatività subita sulle spalle di coloro che non hanno nulla da poter aumentare.
Una delle maggiori responsabilità di questo cambiamento traumatico è attribuita all’eccessiva presenza di monete che spesso sono considerate alla stregua delle 100, 200 e 500 lire di un tempo, e che quindi passano di mano con maggiore facilità facendo perdere la percezione del loro effettivo valore.
Purtroppo la merce e i prodotti alimentari spesso hanno mantenuto il prezzo precedente modificando soltanto l’indicazione della valuta: un euro è stato considerato alla stregua di mille lire, 100 euro di centomila lire e 500 di cinquecentomila lire, facendo scattare un pericoloso automatismo che porta a considerare bassi i prezzi di merci in realtà raddoppiate di costo.
Non servono esempi per dimostrare il disagio dei consumatori che affrontano la quotidianità, ma anche il mondo degli affari e del lavoro ragionando ancora in lire, stentando ad adeguarsi al cambiamento, generando così un fenomeno a catena che si è dimostrato nocivo e incontrollabile: il paradosso è che anche i debiti espressi in euro sembrano essersi ridotti rispetto al passato.
Chi, almeno una volta dall’avvento della moneta europea, non ha acquistato una camicia a 50 euro convinto di fare un affare, non considerando che la stessa camicia dell’identica qualità l’avrebbe pagata non più di 50.000 lire? Gli esempi coinvolgono tutti i settori merceologici e i prezzi dei prodotti industriali e degli immobili; purtroppo l’unica soluzione di fronte al disagio e alla ristrettezza è quella di stringere la cinghia, anche se chi è arrivato allo stremo non dispone di nessun’altra possibile scelta, se non quella di chiedere aiuto, invocando sussidi e considerazione ad un governo che invece di aiutarli, in ossequio alle regole imposte da Bruxelles, li tartassa aggiungendo al danno pure la beffa.

Dario Meschi

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