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Un inarrestabile allargamento
Dal primo gennaio del 2007 la Comunità Economica Europea, per la quinta volta consecutiva, ha allargato i propri confini fino ad arrivare alle sponde del Mar Nero. La continua ammissione nella CEE di Paesi dell’Est sta snaturando le caratteristiche e la stessa natura istituzionale di questa unione che, invece di puntare su un’unità politica, preludio ad un’unica confederazione di stati organizzata come il modello americano, ospita Paesi culturalmente, socialmente e politicamente molto diversi tra loro pur di intensificare i rapporti commerciali e rafforzare le strategie di mercato. La vecchia Europa, invece di dimostrarsi una coalizione coesa con regole, obiettivi e principi condivisi, sta diventando sempre più un supermercato, dove nella spettacolarità e nei fasti delle luci e dei colori, si possono acquistare merci a basso costo, ma di scadente qualità. Il paragone può sembrare irriverente ed offensivo nei confronti delle popolazioni dell’Est, ma in realtà mette in luce le difficoltà di un’involuzione pericolosa, destinata a compromettere gli equilibri sociali e politici all’interno degli stati promotori dell’originaria e un tempo ristretta comunità europea.
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I traumi già vissuti in passato nell’affrontare il processo di allargamento, invece di indurre alla prudenza, in considerazione delle difficili esperienze già affrontate e delle difficoltà di trovare un’unità d’intenti tra popoli profondamente diversi tra loro, che spesso non sanno rinunciare a egoismi e deleteri campanilismi, procedono senza un’affinità di vedute, senza un progetto comune e una forte identità etico-culturale. Prima di procedere a nuove adesioni sarebbe stato opportuno assestare quest’anomala comunità di popoli, trovando i possibili equilibri, stabilendo regole e principi, rinunciando ad accogliere altri paesi impreparati ad accettare un sistema sociale, politico e istituzionale a loro sconosciuto ed estraneo. L’unione troppo rapida di popoli diversi per cultura, tradizioni e storia, non favorisce la crescita, ma anzi provoca l’aumento delle diversità, delle divisioni e della precarietà, non elimina lo sfruttamento tra i Paesi più ricchi e quelli più poveri, e favorisce l’incremento delle tensioni e dei disagi di carattere sociale. Proprio per questi motivi cresce continuamente la percentuale degli europei che si dichiarano contrari all’ammissione di altre nazioni (42%), e si accorcia la forbice nei confronti dei favorevoli all’espansione (46%). La Germania, che ha denunciato i pericoli di una scelta azzardata proprio sull’esperienza del trauma che ha vissuto e vive dopo la riunificazione, e in conseguenza della libertà di movimento di masse sempre più consistenti di extracomunitari, non è stata ascoltata e sono prevalse invece le volontà di espansione. Con l’ingresso di Sofia e di Bucarest e trenta milioni di nuovi cittadini europei, il baricentro dell’Unione Europea si è spostato ancor verso Est, dopo le adesioni del maggio 2004, quando entrarono dieci nuovi paesi, otto dei quali appartenenti all’ex blocco comunista. Romania e Bulgaria sono portatrici di un tasso di crescita fra il 5 e il 6%, pertanto contribuiranno a vivacizzare gli scambi rafforzando l’economia generale, ma i problemi non mancheranno, soprattutto in alcuni settori come la lotta alla corruzione, la gestione dei fondi agricoli, e il mantenimento di standard di sicurezza alimentare inerenti l’export di latte e carne. La CEE si è limitata a tenere in osservazione per alcuni mesi i nuovi entrati, precedendo con gli stessi criteri precedentemente assunti nei confronti degli altri dieci paesi, adottando normative di salvaguardia per i primi tre anni dall’adesione. Ma, se sotto il profilo commerciale si potranno intensificare i controlli, come si potrà intervenire per limitare i flussi verso l’ovest dei tanti che sognano ad occhi aperti di raggiungere un nuovo eldorado? Il vero problema deriverà dalla capacità di accoglienza e non di omologazione, e dall’efficienza delle misure di sicurezza, elementi fondamentali per i cittadini della vecchia Europa che spesso non condividono le strategie commerciali, almeno quando mettono in pericolo la civile convivenza o a repentaglio le loro abitudini, la religione, i costumi, le tradizioni e soprattutto l’ordine pubblico.
Dario Meschi
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