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Poema della montagna
VI
Si tormentava la montagna (argilla amara è il dolore dei monti nell'ora del congedo). Piangeva la dolcezza di colomba dei nostri giorni senza nome.
Si affliggeva la montagna per il nostro incontro: di labbra - irrevocabile legame! La montagna diceva che avrà ognuno secondo le sue lacrime.
E ancora: che la vita è campo di nomadi, e il tempo - mercato sui cuori. E ancora si disperava: Agar scacciata aveva almeno il suo bambino!
E ancora diceva che era un demone a smaniarci, che era un gioco senza scopo.
La montagna parlava, e noi muti lasciavamo a lei il giudizio.
VII
La montagna pativa la fine del nostro salire. La montagna diceva: è destino non vivere insieme.
La montagna soffriva: andrà in fumo ciò che oggi è sangue e vampa. La montagna non intendeva restituirti - all'altra.
La montagna pativa il peso orrendo del giuramento che era tardi da giurare. La montagna insegnava: è antico il nodo gordiano: passione con dovere.
La montagna soffriva il dolore nostro: domani! non ora! quando sopra la fronte non più memento: solo - mori! Domani, quando capiremo.
Un suono. Come un pianto sommesso, qui, vicino... Si disperava la montagna: separàti, io e tu, nel fango, giù -
nella vita di cui sappiamo già: casa - baracca - bottega... E ancora diceva che i poemi sulle montagne si scrivono - così.
VIII
Quella montagna era la gobba di Atlante - del gigante in lacrime. Di quella andrà fiera la città - della montagna, dove la vita, fino a notte,
battiamo come a tout. Di passione, ci ostiniamo a non essere. Al pari della fosse dei leoni, dei dodici apostoli,
venerate la mai tetra grotta! (Ero grotta - e con onde dentro!) L 'ultima mano di quel gioco - ricordi - dove finiscono i sobborghi?
Era, quella montagna, mondi! Gli dei si vendicano dei loro simulacri. Il dolore cominciò dalla montagna. La montagna è lapide - su me.
(continua...)
Marina Cvetaeva
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