L'editoriale

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 25 novembre 2006 - Anno 6 - Nr. 44

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Una questione di stile

Sezione#1_1Ne ero certo: è bastato nominarlo, seppur con garbo e senza alterare i fatti e la realtà, cosa che lui è solito fare, per scatenare la sua ira.
Infatti, approfittando dell’ospitalità compiacente del collega ed ex socio Claudio Brambilla, che, seppur dichiarando amicizia nei miei confronti continua a garantire spazio al mio denigratore, l’”inquisitore” ha deciso di offendermi pubblicamente svillaneggiandomi, così come aveva già fatto ripetutamente in passato, ben attento però a non superare i limiti stabiliti dalla legge (sarà riuscito nel suo intento?) per non rischiare querele, insinuando senza dimostrare, citando episodi reali ed interpretazioni di comodo, raccontando una vicenda come altre per trasformarla in un “caso”, affrontando argomenti che non conosce, o di cui non può disporre di tutti gli elementi di valutazione.
Io mi diletto a scrivere da tempo, per passione e per esprimere opinioni confrontandole con quelle altrui, e non per manifestare livore nei confronti degli altri. Non ricavo nessun utile da questa attività, che rappresenta un hobby impegnativo ma divertente, e sono inoltre costretto ad un oneroso autofinanziamento per far quadrare i conti, e, seppur condividendo o meno l’operato o il parere degli altri, concedo spazio a chi lo richiede, rispettandone le idee anche se differenti dalle mie; non tollero gli attacchi personali, non violo la privacy, e soprattutto evito le querele; al contrario di chi ama criticare operato altrui, scavando ovunque alla ricerca del torbido, anche quando non c’è, avendo da ridire su tutto e tutti, e, com’è successo, sulla necessità di un imprenditore di rivolgersi alla giustizia per tutelare i propri interessi.
E’ scorretto quanto meno rendere di pubblico dominio una vicenda privata che interessa due imprenditori, una società e un’impresa, e i malcapitati acquirenti di quest’ultima. Ma l’indomito investigatore, forse ritenendo di essere investito da una missione divina o di poter svolgere la funzione di pubblico ministero in un tribunale dove si erge anche a giudice, difendendo i presunti deboli e accusando i sospetti rei, o semplicemente solo perché tormentato dall’invidia, dalla frustrazione o da chissà quale altro negativo sentimento, non facendo tesoro dell’esperienza che l’età dovrebbe avergli dispensato, persiste nella vile aggressione, usufruendo del mezzo mediatico a lui congeniale, e soprattutto sempre a sua completa disposizione.
Il ragioniere, dopo essersi avventato contro altre vittime designate, ha dedicato il suo interesse alle mie attività professionali, non comprendendo appieno i ruoli ed assegnandomi una rappresentanza societaria che non posseggo, probabilmente per vendicarsi del benvenuto che gentilmente gli ho rivolto nell’ultimo numero (Il ritorno di Alberico) o per ragioni note soltanto a lui. 
Non entro nel merito di quanto ha raccontato, perché per risolvere certe questioni esistono le sedi opportune, ma non posso non sottolineare la scorrettezza di un uomo che nutre sentimenti di ostilità nei confronti del suo prossimo: mi indigno della viltà di certe provocazioni, e mi sento in diritto di rivendicare la tutela del mio onore, sancita dalle regole della cavalleria più che dalla legge, ma forse questo mio impeto potrebbe rivelarsi sbagliato, in quanto, in certi frangenti, chi è saggio deve saper tacere, accusando il colpo e sapendo aspettare l’occasione propizia per il riscatto e il trionfo della verità.
Proprio per questo motivo - è solo una questione di stile - farò tesoro di un antico detto popolare che consiglia di saper aspettare il momento opportuno, non perdendo mai la serenità e il controllo delle proprie azioni, in quanto la calma e la pazienza rappresentano le virtù dei forti.

Dario Meschi

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