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Un dialogo possibile?
Negli ultimi trent’anni abbiamo coltivato l’illusione che la parola “dialogo” rappresentasse la strada obbligata da percorrere in fretta per il cristianesimo attuale e quello futuro. Certe prospettive postconciliari hanno creato un discreto numero di speranze e di attese.
Ma ad un’attenta osservazione della Scrittura, scopriamo che la parola “dialogo” è praticamente ignorata, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Quest’ultimo utilizza più volte la parola “apologhia”, nel senso di “difesa” o “difendersi” (a viso aperto) dagli avversari del kèrygma, l’annuncio cioè che Gesù è il Signore.
Per quanto i “modernisti aggiornati” o i “catto-comunisti” si sforzino di rileggere il Nuovo Testamento, sembrerebbe chiaro un aspetto: il cristianesimo appare come “incontro”, ma anche come “scontro”.
E a cominciare dallo stesso Gesù. Egli ci dice senza mezzi termini che il suo messaggio non è “pacioso”. Al contrario esso causerà la divisione anche all’interno delle famiglie.
Gesù, in verità, non è venuto a portare la pace, ma la guerra.
In tutto il Vangelo scopriamo parole, grida ed espressioni forti e decise: “razza di vipere”, “sepolcri imbiancati” , “guai a voi”. Sono alcune delle parole, delle espressioni, che Gesù indirizza e riserva ai suoi antagonisti. E questi antagonisti sono tutti i gruppi dell’ebraismo di allora, nonché il potere di Roma per volontà del quale sarà messo in croce.
Se facciamo un piccolo sforzo, ci accorgiamo che dalla nascita alla morte, il giusto Gesù è sempre circondato, accerchiato da avversari, che Egli affronta e che chiama con il loro nome.
In effetti scopriamo che la grande storia raccontata dai Vangeli è essenzialmente la storia di uno scontro con la mentalità del mondo, con gli uomini che tale mondo rappresentavano. E’ la storia di una vera e autentica guerra. Infatti, come in ogni guerra che si rispetti, vi è in apparenza uno sconfitto, e degli apparenti vincitori. E così l’interpretò anche un uomo autorevole in fatto d’impegno religioso e di fede: Paolo di Tarso. Le lettere di Paolo sono piene di parole e termini guerreschi. Parole che contrastano i nemici della fede, frasi di contrapposizione decisa verso gli avversari. Egli “combatte” sia dentro che fuori la comunità dei credenti. Paolo è uno che “fa del pugilato”. Lo testimoniano anche altri predicatori cristiani.
Anche i secoli che seguono sono caratterizzati e segnati dalla lotta, bagnati dal sangue dei martiri, di coloro che in nome del vangelo sono “contro”, che sfidano gli avversari e i nemici della fede.
Nel quarto secolo dopo Cristo il mondo romano accoglie ufficialmente il cristianesimo. Improvvisamente e in apparenza gli antagonisti e i nemici della nuova religione scompaiono. Ma i nuovi convertiti, le anime più devote e ferventi, avvertono la necessità di individuare e trovare altri avversari, altri antagonisti. E’ tipica di quel tempo la fuga in massa di eremiti e monaci nei deserti. Per “duellare” ancora; per combattere ancora contro le tentazioni, contro il demonio, che nelle solitudini assolute si manifestano apertamente.
Anche nei tempi seguenti gli eventi sembrano confermare che il cristianesimo per raccogliere consensi, per incidere nella società, deve opporsi agli antagonisti.
Nel 1200 la Chiesa non ha più avversari o nemici di rilievo in Occidente. Il Medio Evo è all’apogeo. La Chiesa gode di una grande libertà e autorità. Ma San Tommaso d’Aquino, per esprimere e diffondere il suo pensiero sulla vera fede, va a cercarsi gli antagonisti e i nemici tra il giudaismo e l’islamismo. E nasce la Summa, che è chiamata “contra gentiles”. E tra i motivi del diffondersi e dilagare in tutta Europa dei grandi ideali crociati possiamo individuare il bisogno cristiano di combattere, di contrapporsi. Poiché ciò è impossibile in Europa, lo scontro, la sfida, i duelli, si vanno a cercare in Oriente.
Le ideologie dell’ottocento e del novecento, i nuovi nemici del cristianesimo tra i quali annoveriamo il liberalismo, il socialismo, la massoneria, il laicismo, provocano per reazione nella Chiesa un’esplosione di santità. E’ proprio la Rivoluzione Francese e ciò che segue, confische, emarginazioni dei cristiani, persecuzioni feroci, a dar vita ad un numero incredibile di fondazioni e opere cristiane, le maggiori di tutta la storia. E così massone, ateo, pagano, turco che sia, la presenza di un nemico, di un antagonista, sembrerebbe essenziale per ricavare nuova energia e nuova vita dalla fede, come già nel Vangelo.
Certamente il Vangelo porta la pace. Ma precisa Gesù stesso, la “sua pace” non esclude la “spada”; la pace convive con la spada e spesso passa attraverso di essa. Alcuni santi, e tra i più grandi, provengono dalla carriera militare; molti altri santi utilizzano un linguaggio pieno di termini guerreschi. Di certo la necessità della guerra è nel cuore di ogni uomo, proprio a causa del peccato originale. Ma la fede è consapevole di ciò; non nega questo istinto preoccupante; lo indirizza verso “obiettivi giusti”. Aver fatto dimenticare ai cristiani, in nome di un dialogo pacioso, complessato e dimissionario, gli antagonisti esterni, ha indirizzato l’aggressività verso l’interno della Chiesa stessa.
Resta però una cosa certa, oggi inconcepibile per alcuni, ma innegabile e che vuole un’attenta riflessione dai cattolici: una religione cristiana, un cristianesimo, un cattolicesimo che non ha avversari, che non ha “nemici”, è certamente impossibile (come ci dimostra lo stesso dramma di Gesù). E poi non è neanche auspicabile perché dia il meglio di sé. Anche per i cosiddetti “nemici”. . Alleanza Cristiana per Merate
Alleanza Cristiana per Merate, associazione culturale di critica cattolica della politica, della cultura, della società.
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