Circus Week

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 3 giugno 2006 - Anno 6 - Nr. 23

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Che occorre fare

Sezione#5_1Le due Italie.
Si riaprono le prospettive di ricomposizione di un'Italia libera dai condizionamenti culturali ed ideologici di una sinistra risorgimentale e anacronistica, la ricomposizione della frattura con le forze cattoliche antiprogressiste e tradizionaliste, in un futuro non lontano.
L'imprevedibilità del carattere popolare della nostra gente italica, pur nella sostanziale diversità delle forme e dei gradi, è legata da un filo comune. Può essere letta come una sequela di "insorgenze", ossia come la manifestazione di una reazione che una quota di società italiana esprime contro un processo di sviluppo civile,  che vorrebbe coniugare il progresso e la modernizzazione con lo snaturamento dell'identità culturale della nazione.
Questa reazione invade a pieno titolo lo studio della politica, raggruppando sotto di sé realtà non identiche e di epoche diverse. Non è il solo caso di questo genere: anche il "bonapartismo" si erge sempre più in categoria politica, applicabile tanto al generale George Boulanger, quanto a Francesco Crispi e anche a Benito Mussolini;  come un convegno milanese dell'autunno del 2005 ha ampiamente documentato, a svantaggio della figura storica di Napoleone.
Stupirsi che questa Italia della reazione sia ancora viva è del tutto lecito, nel senso che per come sono andate secolarmente le cose, di essa non si dovrebbero trovare più nemmeno le tracce.
Ma non è accettabile che se ne ignori l'esistenza, soprattutto dopo le ripetute "lezioni" che da essa hanno ricevuto i vari vessilliferi del Progresso. Ovvero che l'edificazione della nazione italiana é avvenuta in maniera largamente artificiosa, ideologicamente condizionata dai canoni di una malintesa modernità, sprezzante dei valori religiosi, e da una concezione gradualistica del progresso.
Alcuni oggi intravedono questa realtà e ne hanno una comprensione ancora rudimentale; tuttavia iniziano a studiarla e a elaborare una strategia per affrontarla. Come sarà questa strategia non lo sappiamo. Di sicuro non riarmerà i gruppi rivoluzionari per infliggerle un trattamento simile a quello che le "colonne infernali" dei repubblicani rivoluzionari inflissero alla Vandea ribelle. Forse (la sinistra) cercherà di disinnescarne il potenziale e di "riassorbirla" politicamente e socialmente, anche se non vi sono più soggetti politici di mediazione come la Dc.  Di certo tuttavia farà qualcosa.
Si continuerà a soffocare "la seconda Italia" ? o le si darà finalmente spazio e respiro? Si proseguirà a leggere il presente dell'Italia e il suo futuro attraverso le ideologie maligne, che hanno devastato il mondo? o si assisterà ad un "ritorno al reale", al senso comune, ai problemi veri: l'immigrazione etero-culturale, la libertà religiosa, la lotta al terrorismo islamista, la difesa della vita innocente, la formazione delle nuove generazioni, la lotta contro la demoralizzazione attraverso la droga e la pornografia, il riequilibrio organico del corpo della società ?
La ricomposizione della rottura tra le "due Italie" non pare possibile in tempi brevi. Nemmeno si intravedono i lineamenti di una possibile soluzione. Le due Italie………, una che attacca, considerando l'avversario alla stregua di un selvaggio da civilizzare (Giuliano Ferrara ne il Foglio del 20 aprile ha inventato la definizione azzeccata di disprezzo antropologico), l'altra che si aggrappa con le unghie e con i denti a qualunque appiglio di buon senso residuo; non riescono a diventare una sola nazione, cioè, ad accettare ciascuna la cultura dell'altra come legittima, e a fidarsi l'una dell'altra.
E' ancora pesante la presenza dell'ideologia - che esiste ancora dopo il 1989, nonostante le mutazioni che essa stessa si è imposta - nel pensiero e nel personale politico, negli intellettuali e nei commentatori che si riconoscono oggi nell'Italia "costituzionale". E la Costituzione stessa è un macigno di conservazione dell'ideologia nella società. Sembra quasi che non si riesca a concepire una società umana che possa vivere in forme diverse da quelle nate nel 1789. Persino quelle assunte dall'altra "rivoluzione", quella americana del 1776, spaventano e suscitano reazioni quando invocate. Forse dovrebbe essere più forte la denuncia delle conseguenze cui l'ideologia ha condotto e degli squilibri psicologici, morali e sociali che tuttora produce. Non che manchino le testimonianze in tal senso, ma la loro voce non riesce a farsi sentire da chi non vuol sentire.
E questa persistenza ideologica si traduce infine in un oggettivo rifiuto, espresso da una generale ottusità e inerzia, a riconoscere le storie reciproche. Senza essere falsamente equanimi, se la storia dell'"altra Italia" è generalmente sovraccaricata di giudizi negativi (dall'Inquisizione al fascismo), la storia dell'Italia che ha "vinto" nel 1945, grazie agli Alleati anglo-americani, non ha prodotto ancora tanti pur doverosi mea culpa, per esempio per le stragi di fascisti e di preti del dopoguerra e per la militanza senza ritegno a fianco delle peggiori tirannidi del mondo contemporaneo; da quelle passate, dall'Urss alla Cambogia, dalla Ddr all'Ungheria, a quelle sopravviventi, dalla Cina a Cuba. Finché non ci sarà questa purificazione della memoria sarà impossibile per molti non vedere nell'avversario del momento l'erede di chi gli ha ucciso il padre o il nonno,  oppure di chi ha legittimato i peggiori crimini politici.
Sarà possibile un mutamento ? Difficile dirlo. Se l'utopia rimane l'essenza del pensiero progressista ci si potrà attendere ben poco in questa direzione. Ma lavorare in tal senso è una via obbligata e un compito che investe entrambe le leadership, anche se Romano Prodi, al di là degli appelli alla pacificazione pre-elettorale fatta da lui più volte,   pare piuttosto animato da un prepotente desiderio di rivincita.
Riguardo all'Italia "rosè" o "bianco-rossa", quello che c'è da augurarsi è che il tasso di utopia che, dopo il crollo nel 1989, ancora si avverte ristagnare come gas tossico, sia ridotto a zero. Si ammetta cioè che non si può costruire un paese moderno con "categorie vecchie" e con "amori intellettuali" che sono altrettanti abbracci mortali e porte aperte al nichilismo. E che la "lezione", se si vuole, dell'11 aprile 2006, serva a far comprendere che non si può governare mezzo Paese contro l'altra metà; che non si può leggere la volontà politica di metà degli italiani come una malaugurata deriva populistica;  che si può ammettere che si diano letture diverse dei fatti, ma non ammettere che si abbia una visione diversa dei fatti di carattere pubblico. In altre parole, che si comprenda che "l'Italia della Casa delle Libertà" non è solo un'anomalia,  ma esprime bisogni di cambiamento genuini e motivati, cui si deve dare, anche dal punto di vista delle culture progressiste , una risposta adeguata. E non solo produrre propaganda basata sulla demonizzazione dell'avversario, sulla sua incessante caricatura, sulla veicolazione di immagini distorte della società italiana, sull'omissione programmatica dalla propria agenda dei problemi reali - come quelli etici - solo per evitare di mettere in crisi un'unità solo di facciata.
Sul fronte dell'Italia "profonda" e "sconosciuta", poi,  segnalata dalle sinistre, è doveroso che chi è a capo della sua rappresentanza politica sappia tener conto dell'esistenza di uno "zoccolo duro popolare", e far si che esso non venga eroso. E che si irrobustisca nel tempo come consistenza e, soprattutto, come consapevolezza di essere una grande forza di cambiamento, l'unica in grado di modernizzare l'Italia senza strappi e senza stridere con le radici dell'italianità.
E la leadership di questa Italia dovrà incalzare l'avversario, liberarsi dalle scorie ideologiche e dalle utopie, possibilmente con un approccio diverso dalle periodiche e solitarie sortite anti-comuniste di Berlusconi.
Probabilmente questa classe dirigente dovrà stare per cinque anni lontana dalle leve di potere. E avrà comunque il dovere di controllare con rigore quanto farà l'antagonista, di difendere le istanze dell'"altra Italia". Ma anche quello di prepararsi ad una nuova stagione di governo. Ad evitare di ripetere gli errori di quella precedente, eliminando le debolezze che ha evidenziato, in primis quella culturale in senso stretto.
Il clima generale non è sfavorevole: il ricompattamento dei cattolici sui temi etici, un diverso stile di governo ecclesiastico grazie ad un esperto Pontefice, una situazione economica tendente alla schiarita, la crisi sempre più grave in cui si dibatte la cultura progressista, sono elementi da considerare con estrema attenzione.

Goffredo Bursi
Alleanza Cristiana per Merate (associazione culturale di critica cattolica della politica, della cultura, della società)

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