|
Il Palazzo di vetro
Un recente articolo pubblicato il 2 aprile 2006 sul nostro giornale, “Nuova giunta, vecchie abitudini”, ha originato interpretazioni contrastanti e forti polemiche: è stato letto come un’accusa nei confronti della giunta comunale di Merate e in genere di molte altre amministrazioni locali, coinvolgendo alcuni lettori che hanno manifestando contrarietà ritenendosi offesi perché sostenitori della giunta di centrosinistra, oppure condivisione approvando un’opinione ispirata a quei principi etici e morali che rendono uguali di fronte alle istituzioni tutti i cittadini, indipendentemente dal loro pensiero politico, ribadendo il diritto al lavoro e il rispetto delle rispettive professionalità. Quanto affermato non intendeva accusare nessuno, ma solo sensibilizzare l’opinione pubblica e chi governa in merito alla diffusa esistenza di un metodo di lavoro discutibile, utilizzato sia dalla destra sia dalla sinistra, ma da molti non condiviso, e che pertanto riteniamo possa essere modificato nonostante abbia trovato una discutibile applicazione nella legge sullo Spoil System proposta dall’onorevole Frattini ed approvata poi dal governo Berlusconi. Gli amministratori locali del nostro territorio, che non traggono di certo vantaggi economici dalle loro scelte, dedicano tempo ed energie nell’assolvimento di un difficile incarico, e soltanto, nel migliore dei casi, simpatia, consenso e sostegno, dovrebbero cercare di proporsi come i rappresentanti di tutti i cittadini, di coloro che li hanno votati, ma anche di chi ha espresso preferenze diverse: sarebbe il momento di abbandonare ogni forma di ipocrisia, affrontando la realtà, interpretando i fatti, evidenziando le cattive abitudini di un sistema che non funziona, e non è di certo espressione di rispetto e democrazia, ricordando magari le parole espresse recentemente da Romano Prodi, quando dichiarò, a conclusione della campagna elettorale, di rappresentare in caso di vittoria non una parte ma tutti gli italiani. La necessità del rispetto reciproco e l’affermazione dei diritti di ogni individuo, anche nell’assegnazione di incarichi professionali o di commesse, vanno espressi in ogni circostanza, per modificare una mentalità basata sulla divisione e sulla discriminazione, dove non esistano amici e nemici, sostenitori e oppositori, applicando nel rispetto delle regole dell’alternanza un metodo di governo non ad escludendum, ma al contrario coinvolgendo tutti con un’azione virtuosa, applicando una rotazione tra i soggetti che operano nel territorio senza privilegiare o discriminare nessuno. Il Palazzo di vetro, per essere considerato tale, dovrebbe contenere menti aperte e illuminate che, una volta investite della legittima autorità, sappiano operare con impegno e sacrificio, considerando i cittadini tutti alla stessa stregua, cercando di interpretarne le necessità ma anche rispettandone i diritti. In questi giorni caratterizzati da forti turbolenze, un amico amministratore comunale che in passato ha vissuto in prima persona la ghettizzazione politica, quand’era tra i banchi all’opposizione, e che ora siede comodamente seduto su una poltrona della maggioranza, a commento dell’articolo pubblicato mi ha chiesto di esprimere i nomi e i cognomi delle persone eventualmente favorite e di quelle escluse o emarginate, lasciandomi attonito, perplesso e alquanto stupito. Infatti, per trovare conferma o smentita, basterebbe spulciare gli archivi degli ultimi trent’anni di vita amministrativa per verificare i nomi ricorrenti, e magari sfogliando l’elenco telefonico leggere quelli dei numerosi professionisti presenti in città, per verificare come molti tra questi non abbiano mai, dico mai, beneficiato di un solo incarico. Per non creare malintesi preciso subito che non sto affrontando un caso personale (qualche “ghianda per maiali”), così erano definiti i modesti e opportunistici incarichi da un grande e compianto tecnico comunale, l’ho ricevuta anch’io durante 36 anni di carriera, anche se negli ultimi dieci-quindici anni, non appartenendo alla schiera dei lacchè, e non essendo “etichettato”, non sono mai stato interpellato, limitandomi ad elaborare gratuitamente e provocatoriamente il discusso progetto di riqualificazione della Piazza Italia, di cui ammiro pregi e difetti dalla finestra del mio studio. Ritengo, e lo affermo con convinzione, scorretta, ingiusta e immorale l’arroganza manifestata in alcune circostanze da chi detiene il potere ad ogni livello istituzionale, e credo che ognuno debba riflettere, per evitare, ogni qual volta assuma decisioni, di adottare un metodo che non sia moralmente ineccepibile, fondato su scelte non conformi ai principi di equità e di rispetto dell’altrui professionalità. Prima di accingermi a scrivere queste poche righe ho letto su un autorevole quotidiano nazionale un titolo ad effetto, che offre l’immagine di quanto avviene ogni qual volta si esprima un voto e si cambi regia: “Caccia grossa alle poltrone di Stato”, a dimostrazione di come purtroppo non si riesca a trovare criteri di equità e prevalgano spesso le indiscriminate epurazioni. Forse sono rimasto uno dei pochi illusi idealisti reduci del ’68, abituati a lottare in difesa di forti e condivisi ideali, anche contro tutto e tutti, e magari contro i mulini a vento, libero però da condizionamenti, e spero in questa condizione di non essere rimasto solo, ma di trovarmi ancora in buona e nutrita compagnia!
Dario Meschi
|