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BARTOLO MASCARELLO
E’ scomparso all’età di 78 anni Bartolo Mascarello, un patriarca del vino italiano, un personaggio a volte scomodo che si è impegnato in diverse battaglie, e tra queste quella contro la “barrique” del Barolo. Questo cultore del vino se n’è andato in punta di piedi, con la discrezione che ha caratterizzato tutta la sua vita, non impedendogli di diventare una delle grandi figure della cultura italiana: ha lasciato sulla sua scrivania le ultime etichette disegnate da quando la malattia lo aveva costretto sulla sedia a rotelle, che colorava a matita per vestire qualche sua bottiglia, senza cedere alle lusinghe degli interessati collezionisti.
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Bartolo nacque sulle colline che tanto amava il 18 ottobre 1926, ironia della sorte in piena vendemmia, da una famiglia contadina di idee socialiste. Il nonno fu presidente della cantina sociale, il padre divenne sindaco del paese dopo la Liberazione. I Mascarello furono tra i primi vignaioli a mettere con orgoglio il proprio nome su una bottiglia di Barolo, e in compagnia con i grandi vinificatori, i Pio Cesare, i Cappellano di Serralunga, i Cordero di Montezemolo, i Burlotto, amavano incontrarsi in Piazza Savona, il salotto della città di Alba. Nella casa di Bartolo vi erano più libri che bottiglie e il salotto era aperto a tutti, intellettuali e contadini. Conosceva Giolitti e Einaudi, frequentava il giardino dell’albergo di campagna delle sorelle Burlotto, dove incontrò Nuto Revelli e il pittore Pinot Gallizzio. Da quelle parti, ogni tanto, passava anche Giorgio Bocca che, dopo i trascorsi di venditore di vino, iniziò la carriera giornalistica. Proprio le numerose personalità conosciute, gli amici, e gli “alti” discorsi pronunciati in quegli incontri tra dissertazioni politiche e culturali - sorseggiando un buon vino - diffusero la sua fama di produttore serio ed eccellente. Una notorietà che è cresciuta nel tempo, facendo il giro del mondo, nonostante l’atteggiamento schivo e discreto di questo illuminato piemontese. Egli partecipò alla vita politica, si candidò nelle file dello Psiup, ma non ottenne il seggio al Parlamento solo per pochi voti. In realtà, preferiva restare a Barolo e dedicarsi alle sue attività. In cantina era considerato un conservatore, e se gli altri selezionavano le uve vigna per vigna, dando al vino i profumi di legno delle barrique, controllando le fermentazioni, e aggiungendo vino proveniente da altre uve, lui continuava a produrre Barolo secondo la tradizione e l’esperienza dei vecchi vignaioli. La disputa pro e contro la barrique, e contro la costruzione di capannoni di cemento in sostituzione delle tradizionali cantine, tra innovatori e tradizionalisti lo videro protagonista convinto. Amava sostenere insieme alla figlia Maria Teresa che il Barolo non può tradire le sue origini: niente fermentazioni brevi, niente concentratori, in quanto un vino come il Barolo necessita di lunghe fermentazioni, riposando in una grande botte, deve avere un colore granata con riflessi aranciati, ed essere marcato da tannini robusti. Mascarello appartiene a pieno titolo alla generazione dei Bobbio, dei Galante Garrone, dei Primo Levi, e dei Nuto Revelli, non per l’età anagrafica (era più giovane), ma per la statura morale, per l’atteggiamento e la coerenza dei suoi comportamenti, espressione di una “piemontesità” mai doma. Bartolo amava la Langa come pochi, e ne era un figlio rispettoso. La Langa lo ricambiava dimostrandogli affetto e stima in ogni circostanza, ma senza smisurati elogi com’è nell’abitudine e nella tradizione contadina piemontese. Di questo illustre personaggio vogliamo ricordare una frase, dalla quale traspare l’amore verso il vino, e la sensibilità di un uomo semplice che amava definirsi un “bastian contrario”, pronunciata durante il Salone del Gusto di Torino: “Aprite una bottiglia senza fretta, fatelo respirare, versatelo nel bicchiere e ammiratene il colore. Ci vedrete dentro i filari e la gente che lavora. Poi bevetelo, il primo sorso in silenzio e ad occhi chiusi: sarà lui a parlarvi”. La sua vita si è conclusa con un viaggio tra le vigne sino al camposanto di Barolo, tra i profumi, i colori e gli umori della sua terra.
Dario Meschi
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