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DEDICATO A...
Andrea Consonni, esponente di spicco della maggioranza consiliare di "Insieme per Merate", ha manifestato il suo disappunto per i contenuti dell'articolo "i nuovi podestà" da me scritto e pubblicato di recente, nel quale in un passaggio sostenevo che: "Qualche rappresentante politico nostrano, e tra questi citiamo per simpatia Andrea Consonni (Ds), è arrivato all'estremo di immaginare le sedute consiliari come luoghi dove ratificare e prendere atto delle delibere di Giunta, senza approfondimenti e scambi di opinioni, supportati da argomentazioni di carattere politico, sostenendo con risolutezza che il confronto e la discussione si debbano svolgere solo ed esclusivamente nell'ambito delle commissioni consultive, senza essere riprese in altre e più onorevoli sedi. Dimostrando una concezione sicuramente comoda per chi amministra, e forse logica per l'ex comunista, poco avvezzo, almeno nella circostanza, alle regole democratiche, ma anche a diversi amministratori comunali di ogni schieramento politico, che operano nei diversi comuni con imperio, in modo smaccatamente autoritario, quali fossero dei nuovi podestà".
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Consonni si è offeso per l'accostamento riferito ai podestà, figure autoritarie espressione ed interpreti di un forte potere, ma non assoluto e non per questo esecrabile, rivolto ai sindaci della seconda Repubblica, considerando dispregiativo il termine, da lui, suppongo, impropriamente accostato al solo periodo fascista. Durante il nostro breve incontro, l'esponente diessino ha inteso affermare l'indiscussa tradizione democratica della sua famiglia e del compianto padre Ezio, noto esponente del Pci, a nostro avviso ottimo candidato per l'assegnazione del prossimo "ambrogino d'oro". Nelle sue garbate contestazioni egli ha dimenticato di rilevare come l'accostamento ai podestà fosse generico, diretto ad alcuni amministratori di ogni schieramento politico - lascio ai lettori il compito di individuarne i nomi e i cognomi - ed inoltre non ha considerato gli apprezzamenti che, tempo addietro, gli avevo riconosciuto per avere introdotto nell'ambito dei consigli comunali l'utilizzo delle mozioni, unico strumento capace di garantire la discussione e il confronto politico in luoghi diversamente tristi e svuotati della necessaria dialettica, e il fatto che le assise comunali siano state mortificate dall'approvazione di una legge votata dallo schieramento al quale appartiene, e firmata dall'onorevole Bassanini. Per un sincero democratico, com'è nella realtà Andrea, dovrebbe essere facile comprendere il valore dell'autorità nell'ambito delle diverse istituzioni, anche in quelle comunali, dove, come accade a Merate, l'eccesso di libertà e la mancanza di disciplina generano confusione, ed offrono spesso un'immagine falsata del gruppo e delle finalità che si vogliono effettivamente prefiggere. Del resto, era impensabile immaginare una sregolatezza verbale e un individualismo così esasperati come quelli manifestati da alcuni assessori, e da consiglieri semplici o semplici consiglieri dell'attuale maggioranza. Pertanto, nella speranza e nell'intendimento di fare cosa gradita, ricordo a Consonni, agli amministratori dei comuni, e ai pazienti lettori, una pagina della storia d'Italia, quella delle Signorie, con i suoi principi, i casati e i podestà. Le Signorie si affermarono dopo il tramonto della potenza imperiale, che fece seguito alla morte di Federico II, dando vigore alle tendenze espansionistiche delle più potenti città-stato, che vollero allargare il loro potere sui territori circostanti. Tale processo comportò il declino della forma di governo repubblicano-comunale, cui si sostituì il dominio personale di un signore e della sua famiglia. Questa trasformazione istituzionale si rese possibile in quanto l'alta borghesia, pervenuta al governo della città, non era capace di garantire né la giustizia sociale (poche famiglie si spartivano, con qualche analogia col nostro tempo, l'autorità, le proprietà e i profitti), né la stabilità politica (per le rivalità tra popolo "grasso" e "minuto" e per le contrapposizioni all'interno del ceto borghese), né la pace civile (per le rivalità tra i comuni): allora, come ora, il popolo era assoggettato al volere di pochi, soggiogato da egoismi e da incomprensioni. L'epoca dei comuni si concluse rapidamente per il desiderio espansionistico delle città più potenti verso territori sempre più vasti, per la tendenza della borghesia cittadina a delegare l'esercizio del potere ad un podestà, tutelando maggiormente la propria egemonia economica e politica, e accordando ai ceti popolari urbani e rurali un esponente politico (il capitano del popolo) ritenuto imparziale ed equo. La figura del podestà compare nella prima metà del XIII secolo: era un magistrato unico, una nobile figura del ceto aristocratico, non coinvolto nelle lotte tra le fazioni cittadine in quanto forestiero, nominato a tempo determinato, da sei mesi a due anni, ed inoltre vincolato al parere e al voto degli altri organi comunali, trattenendo però i poteri giudiziari ed esecutivi. Al podestà i ceti subalterni opponevano la figura del capitano del popolo, anch'esso temporaneo, e con una sua milizia: una forma di convivenza meno scandalosa e perniciosa di altre presenti nei tempi moderni. L'ordinamento civile dell'epoca garantiva la governabilità, e se rapportato alle condizioni socio-economiche del tempo, potrebbe essere considerato migliore di quanto si tende a considerare. Alcuni degli attuali sindaci e borgomastri si dimostrano delle controfigure di altri ben più nobili personaggi vissuti molti secoli fa ed ora immeritatamente dimenticati.
Dario Meschi
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