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LA POESIA SCOMPARSA
Una notizia apparsa su un quotidiano nazionale ha attratto il nostro interesse, tanto da riprenderla e commentarla. Nella scuola elementare è scomparsa la poesia: questa non è una frase ad effetto, ma purtroppo rispecchia quanto sta accadendo nella realtà della prima fase dell’istruzione dell’obbligo. Gli alunni imparano la lingua italiana senza mai leggere nessuno dei nostri celebrati poeti o prosatori, eliminati dai programmi scolastici. Pertanto niente Leopardi o Pascoli, niente Carducci o Montale, ma solo regole grammaticali, compilazione di schede ed esercizi lessicali, in ossequio alle nuove parole d’ordine: capacità, conoscenza e competenza. Una scuola finalizzata ad istruire e insegnare la lingua italiana senza distrazioni, privata dalla nenia di versi celebrati o di amene filastrocche e della conoscenza dei classici del passato e del presente. Sembra impossibile che in questa fase educativa, tanto delicata quanto importante, si possa affrontare l’insegnamento della lingua senza imparare a memoria qualche verso, ed essere indirizzati verso le strofe famose dei poeti illuminati. Purtroppo la letteratura ha smesso da qualche decennio di essere considerata una delle vie maestre della conoscenza della vita e dei valori, con la quale imparare i codici di comportamento, lasciando spazio all’immaginazione e alla fantasia. Ad essa si sono sostituite le regole e le nozioni di sempre, indirizzate a scrivere correttamente e a leggere senza tentennamenti: le parole dei padri della letteratura non fanno più parte dei programmi scolastici. Si tratta certamente di un problema generazionale, in quanto le insegnanti d’oggi, espressione del mondo tecnologico e del loro tempo, erano stanche “dei passeri solitari o del meriggiare pallido e assorto”, forse intendevano modificare profondamente la tradizione, spazzando via il vecchiume della matita rossa e di quella blu, o invece la loro sensibilità e il loro sentire hanno subito l’imposizione di una nuova concezione più tecnica e nozionistica dell’insegnamento? Le parole di poeti e scrittori hanno insegnato la lingua italiana per lustri, quando ancora le schede non esistevano, toccando la sensibilità degli alunni e avvicinandoli in qualche misura ad un mondo lontano ma affascinante, e sicuramente utile alla formazione dei singoli individui. Quella introdotta nei programmi è una forzatura e, come tale, denuncia i limiti di un nuovo corso sicuramente opinabile. E’ evidente che la scuola non può prescindere dallo studio dell’informatica, della seconda o terza lingua e di tutto quanto giunge dal mondo tecnologico e dalla rivoluzione mediatica, ma non può prescindere dall’attenzione verso i sentimenti, le sensazioni, le emozioni e i turbamenti che ogni poesia, anche la più semplice e meno celebrata, possono offrire al lettore. Privare i giovani di tutto questo è un’azione deprecabile, che rischia di favorire un’aridità pericolosa che già traspare nei comportamenti delle giovani generazioni. Unitamente a chi compila i programmi, la folta schiera di insegnanti dovrebbe invocare, per il bene dei nostri bambini, il ritorno ad un passato che ha forgiato loro e la gran parte delle generazioni: sembra impossibile immaginare una scuola, in particolar modo nella parte più delicata e formativa, senza la presenza dei classici.
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