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SANCHO PATTI
A scanso di equivoci (e di querele…) dico subito di non voler trattare dell'Avvocato, come lo chiama il mio direttore. Per pur bravo che possa essere, da buon brianzolo trapiantato, penso anch'io (apro e chiudo la parentesi) che si trovi meglio un rat in buca al gat che un cristian in man a l'avucat. Ma trattare del politico, dato il ritorno annunciato dello stesso è sicuramente piu'che lecito, anzi doveroso. Forza Italia a Merate torna al passato per…garantirsi un futuro e si affida all'uomo della prima ora, quell'Alessandro Patti che tra il 1994 ed il 1997 ha ricoperto parecchie cariche all'interno e fuori del nostro Collegio elettorale: coordinatore di Collegio al tempo della segreteria provinciale di Ombretta Colli, vice segretario provinciale e responsabile enti locali al tempo della "ricompattazione" tra lecchesi e meratesi sulla conduzione del partito in provincia e, sembra, finanche responsabile legale della segreteria regionale ai tempi di Dario Rivolta. Tralasciamo quest'ultimo incarico, di cui poco e nulla sappiamo, e tralasciamo di dissertare del ruolo di consigliere comunale da lui ricoperto per 9 anni dati i limiti oggettivi dell'incarico di consigliere di minoranza. Negli altri ruoli ci siamo accorti di lui per lo piu' per le querelles ed i battibecchi con gli altri esponenti del suo stesso partito. Nell'ordine lo abbiamo visto "confrontarsi" con: Luisa Biella (presidente del primo club cittadino), Giuseppe Gentile (ex consigliere regionale), tal Guzzetti (dimenticato segretario provinciale quando Patti era vice), Gianfranco Martina (che lo aveva sostituito nel ruolo di coordinatore), lo stesso Bruno Colombo (stando almeno ai si dice, ma certo è che la sua uscita dal partito coincide con l'entrata del secondo nelle cariche che contano). Qualcuno narra anche di un suo scontro con l'ex ministro Radice, inviato dalla segreteria regionale a Lecco per dirimere uno degli abituali conflitti tra maggiorenti mentre certo è il suo braccio di ferro con l'attuale segretario regionale del partito On.Paolo Romani quando nel 1997 gli impose Dario Perego quale candidato sindaco a Merate, successivamente essendo Romani addirittura costretto a sconfessarlo sui muri della città con un manifesto dove si diceva che Perego era il candidato appoggiato dal partito e non lui, che si presentò alle elezioni con…l'attuale assessore di Merate della Giunta di Centrosinistra, Pierpaolo Arlati. Un professionista prestato alla politica,lo definisce il mio direttore. Ma la politica ne aveva bisogno?Il suo carattere deciso ed intransigente e l'incapacità di mediare rappresentano, a mio parere, un grave ostacolo al dialogo ed al confronto politico. Patti è un battitore libero e come tale non ha mai capito (o non vuole capire, che è peggio) che essere a capo della segreteria cittadina del primo partito di governo in Italia comporterebbe che le energie vadano indirizzate contro il bersaglio giusto e cioè gli avversari politici (con i quali è d'uopo confrontarsi al fioretto e non nella lotta greco-romana). Nel passato, invece, lo abbiamo visto duellare (prendendole quasi sempre!) con Dario Perego dai banchi del Consiglio Comunale e con gli altri esponenti piu'vicini al suo modo di pensare. Egli se non nel suo primo mandato, almeno nel secondo poteva avere titoli e prerogative per essere nelle fila di Merate al Centro, ma i suoi limiti caratteriali lo hanno sconsigliato ai seguaci di Perego. Piu' volte lo abbiamo visto votare con sinistra e lega e addirittura condurre l'intera minoranza con ricorsi all'allora Coreco o al Tar. In situazioni dove, ahimè, occorreva agire di politica e non di arte giuridica .Evidente (e controproducente) deviazione professionale. Il guaio è, perché di guaio si tratta, che sembra essere in buona fede, incurante delle oggettive necessità e quasi vivendo una realtà virtuale in cui sogna il continuo confronto tra bene e male, ergendosi a paladino, ovviamente del primo, pur dove non vi sono oggettivi presupposti di un tal conflitto ,almeno nei termini da lui rappresentati. Lo paragonerei, correndo il rischio di un immediato virulento"corpo a corpo" , al famoso personaggio di Cervantes: Don Chisciotte de la Mancha. Anche lui, nella trama del racconto che mi accingo a sunteggiare per i pochi che non lo conoscono, curiosamente vive una prima epopea e poi un ritorno. Alonso Quesada, signorotto di campagna con la passione per i romanzi cavallereschi decide di emulare gli eroi delle sue letture per difendere gli alti ideali di giustizia e gli oppressi. Si attribuisce il nome di Don Chisciotte della Mancia, ribattezza il suo cavallo col nome di Ronzinante, si fa armare cavaliere da un oste, dopo aver scambiato l'osteria dello stesso per un castello e parte per le sue imprese. Dapprima cerca di difendere un ragazzo malmenato da un contadino ma peggiora la situazione; poi cerca di costringere alcuni mercanti a rendere omaggio alla sua amata Dulcinea, ma questi lo pestano a sangue. Dopo aver fatto ritorno a casa guarito sceglie un contadino del posto, Sancho Panza come scudiero promettendogli fortuna ed un isola da governare.. Ma le nuove avventure sono in realtà nuovi guai dovuti all'eccesiva fantasia del cavaliere. Famosa è la sua lotta con i mulini a vento, scambiati per terribili giganti. Viene poi picchiato da un oste, dei pastori lo pigliano a sassate, viene abbindolato da alcuni galeotti, scambiati per valorosi cavalieri. Dopo molte peradassoli imprese fa ritorno a casa, grazie all'opera di convincimento di Sancho, del curato e del barbiere del paese. Dopo un periodo di riposo, riacquistata la fiducia degli amici (si chiamavano così anche allora) Don Chisciotte riparte con entusiasmo. L'obiettivo era quello di conquistare un'isola. Ma cade inevitabilmente gioco di coloro che avevano sentito parlare delle sue precedenti gesta finchè il Cavaliere di Bianca Luna (curioso…Bianca…) che era l'amico Carrasco sotto mentite spoglie, lo batte in duello intimandogli di fare ritorno a casa. Egli, rispettoso delle regole della Cavalleria ubbidisce. Pur consapevoli del poco che offriva il convento a Merate, dobbiamo esternare dunque qualche riserva sulla designazione dei vertici di Forza Italia. Il partito usciva frustrato e schiaffeggiato dall'ultima tornata elettorale ed aveva forse necessità di respirare aria nuova che garantisse un effettivo rinnovamento. Non sappiamo se Patti possa garantire al gruppo il raggiungimento dell'autoconsapevolezza e la ripartenza con la necessaria umiltà. Teorizzeremmo, nella gestione del gruppo, che fosse concesso a ciascun iscritto l'esercizio del "liberum vetum" in voga nel parlamento (Sejm) polacco del diciassettesimo secolo, che garantiva a ciascuno la possibilità di dire "non permetto" di fronte ad un provvedimento non condiviso. Ma in una struttura verticistica come quella di Forza Italia è impensabile. Se non darà buona prova di sé auspichiamo però per l'Avvocato che qualche cavaliere, di Bianca Luna o meno, lo riconduca a casa.
Odo da Bietigheim
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