|
I FRATELLI MATTEI
Il sindaco di Roma, il diessino Veltroni, ha deciso di intitolare una strada di Roma ai fratelli Mattei: un gesto coraggioso per un uomo della sinistra, che fa risaltare l’apertura mentale e la capacità politica di uno dei leader più attenti, carismatici e lungimiranti presenti in tutto lo schieramento di centrosinistra. I fratelli Mattei, figli di Mario, il netturbino, ai quei tempi segretario di sezione del Movimento Sociale Italiano, il 16 aprile 1973, bruciarono vivi nel rogo appiccato alla loro abitazione di Primavalle, un quartiere rosso che tale doveva restare, dagli estremisti rossi di Potere Operaio: si chiamavano Stefano, di otto anni, e Virgilio di 22. Erano anni bui, di tensione e di forte contrapposizione, dove l’odio regnava sovrano, si respirava aria di burrasca e gli episodi di intolleranza e di delinquenza erano all’ordine del giorno. Uccidere un “fascista” non era, per le frange estreme, considerato un reato, e manifestare idee contrarie al vento della contestazione estremistica di sinistra era spesso molto pericoloso. Erano gli anni in cui si ammazzava il commissario Calabresi, si formavano le bande armate rivoluzionarie e si rinfoltivano le truppe delle brigate rosse, ma anche dei Nar e di altre organizzazzioni estremiste di destra, meno radicate ma altrettanto pericolose e violente. Imperava la connivenza tra delinquenza politica e comune, le rapine finaziavano i “proletari armati” e figure come quella di Cesare Battisti non erano isolate e trovavano, in caso di necessità, comoda e facile ospitalità oltralpe, soprattutto nella vicina Francia.
 |
Sembra passato un secolo da allora: in Italia governa il centrodestra e gli ex missini sono saldamente al potere, seppur dopo un percorso difficile, coraggioso e travagliato verso la democrazia. Ebbene, a distanza di tanto tempo, il ricordo di questi martiri della destra è rimasto, e non solo tra i nostalgici del MSI, ma anche, come dimostrato dal sindaco di Roma, da chi sa leggere il passato con pacatezza e meditazione, accettando un confronto politico racchiuso nei canoni della moderazione e del confronto. La politica, anche quella tragica, dovrebbe saper “usare” i morti per il bene dei vivi. In questo senso la mossa pacificatrice di Veltroni è lungimirante, condivisibile e poco strumentale. Conferma altresì l’entusiasmo ai confini della gratitudine di personaggi come il presidente della Regione Lazio Storace, e in genere di tutti coloro che amano veramente la libertà, la democrazia e il rispetto delle altrui convinzioni. Ma mentre la politica procede per simboli, per gesti ed anche per opportunità, le mamme, i familiari e chi ha direttamente sofferto delle tragedie caratterizzate da lutti tanto atroci, prediligono i fatti concreti e l’affermazione del sentimento di giustizia. Così la mamma Mattei si è opposta, forse nel timore che dietro un gesto di rispetto e di rappacificazione si nascondesse la volontà di chiudere una partita ancora aperta con la giustizia terrena. Infatti, uno dei tre assassini, Achille Lollo, se ne sta comodamente in Brasile, nell’attesa di un’estradizione che non arriva mai, un altro, Manlio Grillo, è in Nicaragua, mentre di Marino Clavo si sono perse le tracce. Il rifiuto di un riconoscimento, così importante e inatteso per i propri figli, è un fatto clamoroso, che onora questa donna che tanto deve aver sofferto e suona come un amminimento a chi governa in ogni angolo del mondo, consentendo il verificarsi di fatti sconcertanti come quello di Battisti, che si commentano da soli e dovrebbero far riflettere diversi rappresentanti della sinistra più radicale: per riaprire antiche feriie può bastare anche un gesto gentile e premuroso, ma se si vuole veramente chiuderle occorre prima che sia assicurato alla giustizia il colpevole.
Dario Meschi
|