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L'OSPEDALE ABBANDONATO
Un tema forte della prossima campagna elettorale per le elezioni provinciali sarà rappresentato dal necessario chiarimento della "questione ospedale di Merate". I due candidati in lizza, Dario Perego per il centrodestra e Virginio Brivio per il centrosinistra, non potranno sottrarsi dall'approfondimento di questo argomento, tanto importante e sentito, e negli ultimi mesi trascurato sia dalla politica ufficiale, che dai media. Loro saranno inevitabilmente chiamati ad esprimere un giudizio ed anche una proposta sul futuro di questa struttura sanitaria, senza poter aggirare l'ostacolo, ed assumendo un impegno preciso nei confronti degli elettori. Questo varrà per tutti e due, ma soprattutto per il sindaco di Merate, espressione della stessa maggioranza attualmente alla guida del consiglio regionale, direttamente responsabile della gestione sanitaria. Perego ha sempre giudicato strumentale e immotivata la protesta popolare, manipolata, a suo dire, dagli anfitrioni della sinistra nostrana. Anche l'assessore provinciale uscente Brivio dovrà dichiarare i propri intendimenti, dimostrandosi capace di interpretare la volontà di tutte le forze politiche "lecco-centriche" che lo sostengono, divise sovente sulle scelte e sulla determinazione delle priorità. Entrambi dovranno inoltre giustificare e motivare il comportamento dei partiti, chiamati a sostenerli, che hanno contribuito a salvaguardare valorizzandole alcune strutture ospedaliere, sicuramente meno importanti per storia e tradizione di quella di Merate, considerata efficiente e all'avanguardia ed ora destinata ad esercitare il ruolo di comprimaria. Nel mentre, sembra essersi ormai spenta l'eco della battaglia condotta dal Comitato di Salvaguardia dello storico nosocomio cittadino, che ha perso smalto ed incisività e si sta progressivamente sfaldando, privato com'è di energie e di uomini pronti alla lotta. Ora, salvo sporadiche e frammentarie notizie, o isolate iniziative e prese di posizione da parte di questo e di quell'altro personaggio politico, tra loro vigila sovrano l'attento Ambrogio Sala, tutto tace, al punto da rendere palpabile una tranquillità sospetta, tale da far presupporre la mancanza di problemi e soprattutto di pericoli: ma potrebbe anche non essere così! La situazione del glorioso Mandic è preoccupante: è in atto lo smantellamento progressivo dell'ospedale, destinato a diventare una sorta di cronicario, sacrificata da scelte politiche mai dichiarate per evidenti opportunità, con metodi subdoli e striscianti che, giorno dopo giorno, contribuiscono e forse mirano ad indebolirne la struttura e la capacità di offrire servizi adeguati. Non a caso è stata istituita una navetta che collega l'ospedale cittadino a quello "dominante" di Lecco, con un servizio, giudicato utile dagli utenti, destinato, però, ad abituarli ad una migrazione irreversibile verso la città capoluogo. Se può essere comprensibile la necessità della Regione Lombardia di razionalizzare il servizio sanitario, diminuendo gli sprechi e valorizzando le strutture ritenute più valide ed adeguate - e a tal riguardo non dovrebbe spaventare l'incombenza - dovendo affrontare esami, visite specialistiche o interventi chirurgici, di percorrere qualche decina di chilometri pur di soddisfare adeguatamente le proprie necessità, appare altrettanto importante difendere un ospedale, parte della cultura, della tradizione e della storia del comprensorio meratese. Questo soprattutto se si considera l'efficienza e la capacità medico diagnostica dimostrate fino a pochi anni fa, il Mandic era annoverato tra le migliori strutture ospedaliere della provincia per capienza, attrezzature e professionalità. Buttare nel cestino tanta capacità, potenzialità e professionalità e tanti sacrifici umani ed economici è un delitto e una violenza, perpetrati per sopperire ad altre e poco illuminate valutazioni, come quella d'aver realizzato l'Ospedale Manzoni a Lecco, sovradimensionandone eccessivamente la dimensione e il ruolo. Le preoccupazioni sulla sorte dell'ospedale cittadino sono condivise dai primari, dal personale medico e paramedico, ridotto all'osso per entità: il fatto che alcuni primari dopo due anni dall'insediamento del direttore Pietro Caltagirone non abbiano ancora avuto l'onore di stringergli la mano, la dice lunga sulla possibile sorte del nosocomio.
Dario Meschi
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