Balanzone

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 27 marzo 2004 - Anno 4 - Nr. 13

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BALANZONE

    UNA NUOVA MOSTRA

La galleria "Dèpòt - Arte contemporanea", presenta dal 13 marzo, nella sede di Piazza Italia a Merate, le opere di due giovani artisti già apprezzati dalla critica e dal pubblico, presenti sia nel mercato nazionale sia in quello internazionale: Matteo Basilè e Giacomo Costa.

Proponiamo la presentazione, "Future life", di Sara Fontana in un viaggio affascinante, espressione di un modo innovativo di interpretare l'arte.

Il paesaggio e il ritratto sono due generi di antica tradizione cui gli artisti, con passione conflittuale, non hanno mai smesso di confrontarsi. Due temi mediante i quali è facile registrare le grandi trasformazioni e i microcambiamenti di ogni epoca.
Anche i volti femminili di Matteo Basilè e le immagini metropolitane di Giacomo Costa appartengono ormai a questa storia. Due soggetti senza dubbio distanti, che curiosamente i due artisti esplorano da anni instillandovi una miscela romantica di orrido e sublime. Un atteggiamento che nasce in entrambi da una forte consapevolezza critica, da una memoria storico-artistica insopprimibile e da trucchi specifici sviluppati nell'ambito della fotografia digitale.
Se Costa e Basilè attribuiscono un'importanza fondamentale, nel processo creativo, a uno spazio, una forma e una luce di ascendenza classica, è d'altra parte evidente il loro richiamo ad una comune fascinazione cyber-punk. La città di Costa è rappresentata come un organismo artificiale in grado di crescere indipendentemente dai reali bisogni umani e dalla presenza stessa dell'uomo. Sembrerebbe l'habitat ideale per il propagarsi dei corpi sintetici di Basilè, paradossali duplicati di quell'umanità da cui provengono e di cui portano con sé feticci e segnali di appartenenza.
Sotto quest'aspetto il richiamo più immediato è alle fosche profezie della science fiction alla Phipil K. Dick (ispiratore di Blade Runner) e alla Ballard (Condominium), due autori che fin dagli anni sessanta immaginarono l'affermarsi di una civiltà in cui l'uomo non sarebbe stato più al centro di nulla se non di un suo stesso incubo. Previsioni a dir poco catastrofiche. Ben lungi dall'avverarsi, hanno però lasciato un'eredità diffusa, con il conseguente "sdoganamento" di visioni ambigue e spesso crudeli.
L'interpretazione visuale di quell'incubo offerta da Basilè e Costa è data da inquadrature ravvicinate di volti femminili di prospettive architettoniche vertiginose e stranianti.
L'indagine di Baslilè si svolge da anni su sequenze di oggetti ambientati, oggetti appartenenti alla nostra quotidianità, e su immagini "intime" - come lui stesso le ha definite - campeggiate su sfondi piatti e uniformi. Immagine, queste ultime, in gran parte femminili, che nascono da ritratti elaborati elettronicamente e poi sottoposti a ulteriori interventi come tatuaggi di segni, simboli e loghi. Sono volti di una perfezione estrema e inverosimile, modellati da suggestivi effetti luministici e tagliati poco al di sopra delle labbra, lasciando immaginare splendide ma conturbanti figure aliene.
Da sempre seguace fedele delle tecnologie digitali, l'artista romano è approdato a un linguaggio che amalgama in un riuscito accordo riferimenti visivi e fonti culturali disparate: la pittura seicentesca e quella del Novecento, cromie glamour da rivista patinata e tagli accattivanti da internet.
Il suo rapporto con l'immagine resta però controverso. Pur ispirandosi volentieri a modelli classici, nel raccontare i suoi ritratti Basilè è anche il primo e il più entusiasta degli iconoclasti.

Abbandonate le metamorfosi in "polaroid" del proprio autoritratto, nel 1996 Costa sposta l'attenzione verso i "palazzi" e i "paesaggi" della contemporaneità, sperimentando le tecnologie digitali. Da allora non ha cessato di reinventare il paesaggio urbano contemporaneo, mettendo in crisi i canoni della visione.
Sfruttando i tipici procedimenti onirici, dapprima la decontestualizzazione, lo spaesamento e la condensazione, quindi l'accumulazione degli "agglomerati" e i processi anamorfici, l'artista ha dato vita a una serie di architetture e paesaggi disabitati, dove circola un'atmosfera tra metafisica e surrealismo e in cui la fantasia e il capriccio vanno di pari passo con l'ordine e il controllo. Infatti Costa ha gradualmente sviluppato un linguaggio ortogonale e rigoroso, giocato in prevalenza sui toni freddi e sempre scrupoloso verso la luce. Culmine di tale processo sono le serie sviluppate orizzontalmente delle "muraglie", degli "orizzonti" e dei "volumi", con esiti di minimalismo formale e cromatico estremi e di astrazione e virtualità assolute.
Nelle opere in mostra, parte del recente ciclo delle "prospettive", la scansione ritmica delle superfici e la fitta tessitura delle finestre non attenuano il senso di smarrimento di fronte ad altezze illimitate e a violenti tagli in diagonale.

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