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Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: sabato 20 dicembre 2003 - Anno 3 - Nr. 48

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LA LOTTA AL FUMO

La lotta al fumo sta diventando sempre più cruenta. Il divieto di fumare negli esercizi pubblici, nei luoghi di lavoro, in ogni sala pubblica e - non si esclude - persino nelle abitazioni private, segna una strada di non ritorno. La spinta maggiore in questa crociata pro-salute arriva da oltre oceano, più precisamente dagli Stati Uniti, dove molti ancora ricordano alcune immagini proposte dalle reti televisive, nel lontano 1979, che mostravano l'attore Yul Brynner (80 sigarette il giorno) morto pochi mesi prima per un tumore al polmone, implorante dall'aldilà gli spettatori di non fumare. Un modo per affrontare il problema, oltremodo incisivo e brutale, tanto da poter essere definito 'all'americana', dove spesso non esistono mezze misure, nell'affrontare questioni d'attualità. Non dimentichiamo come proprio negli Usa, per decenni, sia stata promossa in maniera subdola la campagna pubblicitaria a favore del tabacco, nelle produzioni cinematografiche, dove i pacchetti di sigarette comparivano al centro delle inquadrature e gli attori consumavano l'interpretazione con la sigaretta tra le mani: una contraddizione frequente in questo grande Paese, spesso associato al pconcetto di libertà.
Ogni anno in Italia si verificano circa 90.000 decessi riconducibili al fumo, con una spesa sanitaria presunta di 15 miliardi di euro l'anno. Tutto questo anche se lo Stato paga con una mano e incassa con l'altra, grazie al Monopolio di Stato ed agli introiti derivanti proprio dal fumo. Secondo alcune stime, eliminare il fumo dovrebbe allungare la vita media di circa cinque anni, mettendo ancor più a rischio il sistema pensionistico: come se, per rimpinguare le casse del Tesoro pubblico, divenisse conveniente distribuire pacchetti di sigarette proprio agli anziani per favorirne la prematura dipartita.

Sostenere che il fumo uccide è un gran deterrente all'uso e all'abuso. I fumatori contrattaccano sostenendo che fumare è un piacere e come tale vale bene un sacrificio, dichiarando, come tra l'altro accade, che di tumore al polmone si muore anche per altre ragioni, quali l'inquinamento atmosferico o la presenza di molti altri aggressori chimici o naturali.
In questa disputa di civiltà, al confine tra la libertà individuale e l'interesse collettivo, nessuno sembra accorgersi del fatto che le multinazionali del tabacco continuano a controllare immensi territori fertili sottratti ad altre produzioni agricole, o controllando molti tra gli ex monopoli dell'est. Nessuno tra ambientalisti, naturalisti, salutisti e no-global organizza manifestazioni contro questa situazione, forse ritenendo più utile al fine della politica combattere contro gli OGM (organismi geneticamente modificati), creati per la prima volta negli Usa per cinque grandi colture: colza, mais, cotone soya e - sorpresa - anche il tabacco.
Qual'è la soluzione possibile? Considerare il tabacco come una droga al pari dell'eroina, dell'erba, vietandone il commercio e il possesso, introducendo legislazioni rigide come quella proposta da Gianfranco Fini sull'uso delle droghe leggere? O considerare questo vizio come altri, l'alcol ad esempio, non meno pericolosi e devastanti? Quale il confine per non ledere la libertà dell'individuo?
Probabilmente si confermerà valida la strada della prevenzione, soffice e rispettosa della libertà dei cittadini, basata sull'informazione e sull'educazione delle giovani generazioni, ma anche sui costi del tabacco.
Potrebbe rivelarsi un grave errore combattere battaglie a senso unico come questa o contro la droga, il tabacco e l'alcool, dimenticando i misfatti dell'inquinamento, e delle tante sostanze presenti in natura o abusate nell'utilizzo industriale.
 

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