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VISTO DA DESTRA
Le dichiarazioni rilasciate da Gianfranco Fini, durante il recente viaggio in Israele, hanno creato scompiglio nella destra italiana, tanto da indurre Alessandra Mussolini ad abbandonare Alleanza Nazionale aderendo al Gruppo misto della Camera, sino a formare un nuovo movimento politico, provocando un forte dibattito tra gli elettori di destra, tra gli stessi 'colonnelli', seduti ai posti di maggiore responsabilità nel partito e nel governo e tra tutti gli italiani interessati alla politica. Alla soddisfazione diffusa e trasversale, per il passaggio importante nella carriera del leader e per la legittimazione di una forza politica, erede del Movimento Sociale ed anche, in qualche misura seppur sfumata del fascismo, tale da aprire nuovi e maggiori spazi nella vita politica nazionale ed internazionale al presidente, ma anche al partito che rappresenta, si è unita una forte perplessità per alcune frasi che, per molti, si sarebbero dovute evitare. Un conto è un percorso di conversione interiore, rispettabile e condivisibile, ammesso che lo stesso Fini avesse alcunchè da farsi perdonare, per azioni compiute o sentimenti riprovevoli manifestati, un altro è mischiare la politica alla storia, liquidando un periodo storico turbolento e discutibile fin che si vuole, quello del vituperato ventennio, con frasi ad effetto per accattivarsi la simpatia e il perdono di coloro che a volte dimostrano di non volerli o poterli concedere.
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Le convinzioni politiche non si cambiano col mutar delle stagioni, e nemmeno maturano come il buon vino. Le idee appartengono alla storia, nascono e muoiono, ma non possono essere piegate alla volontà di un singolo uomo, soprattutto se è il presidente di un partito con una larga base popolare, abituata in alcune sue parti a strizzare ancor oggi l'occhio alle camicie nere. Fini non è mai stato fascista, per evidenti ragioni anagrafiche, non si è macchiato di alcuna nefandezza, se non quella di aver creduto in ideali da molti ritenuti esecrabili. La sua storia personale, il suo percorso di vita e le sue ambizioni, anche le più elette, non gli consentono però di archiviare, in quattro battute da avanspettacolo, un movimento politico ed una pagina della storia patria. Fini si dimostra invece fascista laddove identifica la propria ragione con quella della destra italiana. Fini e i suoi seguaci non rappresentano la Destra, ma sono solo alcuni dei suoi attuali interpreti: un passaggio temporale in un lungo viaggio destinato ad avere molti altri protagonisti. Il vicepresidente del Consiglio non poteva parlare in nome e per conto dei suoi elettori o di una parte di loro, e nemmeno degli italiani d'ogni parte politica. La storia del Novecento andrà rimeditata con serenità e pacatezza, solo quando si saranno assopite le emozioni dei tanti che hanno sofferto lutti e disavventure personali. Se è pienamente condivisibile, e da tutti riconosciuto senza distinzioni, il giudizio di condanna espresso sulle leggi razziali del 1938, sulla complicità e responsabilità del regime fascista, che si piegato alla volontà di Hitler, sembra oltremodo superficiale quanto dichiarato sulla complessità di quel periodo storico e sulla Repubblica di Salò, bollata come una delle pagine più infamanti della storia d'Italia.
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Sembra perlomeno ingeneroso sentenziare una condanna, che nemmeno gli storici, più schierati a sinistra, hanno mai formulato. Fini ha dato un calcio alla Storia del Ventennio e al lavoro di molti studiosi, come Renzo De Felice, svilendo e bruciando i loro scritti in immaginari falò, in un'azione simile ad altre compiute dagli squadristi per impedire la libertà d'espressione. Chi aderì al carro sbagliato, scegliendo la Repubblica Sociale, è capitato anche a persone degne e giuste spinte da motivazioni e da ideali rispettabili, ha fatto una scelta rischiosa, come coloro che scelsero la strada della montagna e la resistenza, in gran parte giovani spinti da convinzioni profonde, da irruenza e da ideali che nulla hanno di abietto o abominevole. Un giudizio così frettoloso e condizionato denota la totale incapacità di esprimere una valutazione critica pacata, adeguatamente soppesata, scevra da condizionamenti: è triste costatare come per convenienza politica o personale si possa arrivare a svendere la storia d'Italia, che fu, non dimentichiamolo, la storia di un popolo. Ammesso e non concesso che la strada intrapresa dal Presidente possa portare a vantaggi elettorali, o ad aprire le porte istituzionali, rimane un'amara riflessione: se Fini ha capito in età adulta la scelleratezza delle leggi razziali e l'inutilità di una Repubblica, definita fantoccio in quanto saldamente nelle mani dei tedeschi, nonché gli errori del suo trascorso politico, perché non ha deciso di mettersi da parte lasciando il campo ad altri, magari meglio ispirati? Un giudizio sereno, non frettoloso, dovrebbe considerare altri aspetti importanti. Dopo il tradimento italiano, perché di tradimento si è trattato, la RSI fece da schermo, tra la rabbia omicida dei tedeschi occupanti e la popolazione indifesa, senza la sua presenza probabilmente i morti italiani trucidati non sarebbero stati 10.000 ma cento volte tanto. Le riflessioni sugli avvenimenti passati importanti come l'olocausto, il nazismo, il fascismo, il comunismo e la resistenza, rappresentano un passo essenziale nella crescita della coscienza di un popolo e dei suoi rappresentanti, meritando una valutazione approfondita, degna di ben altre argomentazioni.
Dario Meschi
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