Sotto la lente

Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 16 novembre 2003 - Anno 3 - Nr. 43

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I COSTI DEL FEDERALISMO

Il Sole – 24 Ore, dopo l’allarme lanciato dalle agenzie di rating ha dedicato un’inchiesta di tre pagine al debito, ormai fuori controllo, accumulato dagli enti locali: Regioni, Province e Comuni hanno firmato una cambiale da 120 miliardi di euro, circa il 9,5% del prodotto interno lordo. Un dato allarmante fornito da numeri molto eloquenti. Mancano le leggi che mettano un limite all’indebitamento, aumentano i mutui e i prestiti obbligazionari contratti dagli enti pubblici.
Nel 2002 i Comuni hanno speso il 10% in più rispetto al 1999, le Regioni addirittura il 40%, in una dinamica da suicidio economico, dove la maggior spesa è imputabile ai servizi sociali, in particolare a trasporti e sanità.
Una politica d’attenzione alle esigenze dei cittadini, magari i più bisognosi, o lo sperpero dissennato di risorse inesistenti, per celebrare la magnanimità dei governatorati?
Una cosa è certa diminuiscono le risorse trasferite dallo Stato e aumentano le competenze delle diverse realtà amministrative locali che, come nel caso dell’applicazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione, si sono trovate ad affrontare una spesa sanitaria, a fronte delle 700.000 regolarizzazioni, di ben 950 milioni di euro.

Evidentemente dove esiste potere ed autonomia amministrativa dovrebbe prevalere il senso di responsabilità. Si dovrebbero conoscere i responsabili di questa spesa incontrollata, ma purtroppo non è così.
Se il governo centrale lamenta le ristrettezze finanziarie derivanti dalla caduta dei mercati e dai vincoli posti dall’Unione Europea, costretto a barcamenarsi tra una cartolarizzazione e un condono fiscale o edilizio. I governatori e i sindaci si trovano nella necessità di garantire ai propri amministrati un minimo d’efficienza nei servizi, mentre diminuisce la resa complessiva del settore pubblico, scesa di cinque punti nell’ultimo anno, secondo le stime d’alcune agenzie specializzate.
Le difficoltà degli enti regionali si traducono in disservizi, tagli e interventi drastici in settori fondamentali come quello della sanità. Inevitabili le difficoltà vissute dagli ospedali provinciali, la città di Merate n’è testimone col suo nosocomio, fornendo un esempio di quanto sta accadendo, lasciando ombre oscure sul peggio che potrebbe ancora arrivare.  Il potere da centrale e centralista è stato distribuito grazie al federalismo divenendo quasi invisibile, se non addirittura occulto.
Del resto il federalismo per funzionare dignitosamente richiederebbe regole certe e chiare, con gli strumenti idonei per applicarle. Ma la riforma varata dall’Ulivo ha addossato ulteriori competenze agli enti territoriali, senza dotarli delle necessarie risorse finanziarie. Ha soppresso i trasferimenti statali per il finanziamento del trasporto pubblico e della spesa sanitaria, non precisando la quota dei tributi erariali che lo Stato può e deve girare alle autonomie locali. Non solo, ha menzionato l’esigenza di coordinare la finanza statale con quella regionale e comunale, evitando però di stabilirne le modalità, le procedure e i tempi tecnici.
Dal canto suo, l’attuale maggioranza di governo si è ben guardata dall’attuare quel poco di decentramento che rimane iscritto nelle tavole costituzionali dopo la riforma, annunciando l’impossibilità di far partire dal 1 gennaio 2004 il federalismo fiscale, promesso da una legge approvata nel ormai lontano 2000.
Sarà proprio questa, una delle motivazioni scatenanti l’ira di Bossi che reclama riforme a costo di farle passare col voto di fiducia o minacciando l’uscita dal governo?

Dario Meschi

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