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Settimanale diretto da Dario Meschi

Ultimo aggiornamento: domenica 16 novembre 2003 - Anno 3 - Nr. 43

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VALERIO BERRUTI

Sarà inaugurata sabato 15 novembre 2003, in presenza dell’artista, presso la Galleria Mari Artecontemporanea, la mostra dedicata al giovane pittore Valerio Berruti, programmata sino al 28 dicembre.
Questa mostra propone circa 20 opere, che si presentano allo spettatore come le pagine degli album di famiglia tanto gelosamente conservati nei cassetti di casa e orgogliosamente sfogliati durante le feste di compleanno.
Berruti utilizza la tecnica dell’affresco su tela, lino e iuta con fondi monocromi e ampie campiture che diventano scenari e quinte prospettiche per il teatro della semplice vita quotidiana, in cui gli unici valori che contano sono quelli veri e sinceri della famiglia e dell’amicizia.
Soprattutto nella sua ultima produzione egli ricerca la manifestazioni più sacre nella vita quotidiana: una strada, la scuola e il paese natale diventano così , anche per l’uomo moderno, universi carichi di di pensieri e sogni che conservano la loro caratteristica più importante, quella di essere luoghi santi per il suo universo privato.

Valerio Berruti nasce ad Alba nel 1977. Vive e lavora a Verduno, nei pressi di Alba, in una chiesa sconsacrata del ‘600, acquistata e restaurata dall’artista nel 1995.

Mostre personali:

1997
 
Epitaffi, a cura di Stefano Cavallotto, Chiesa d’arte, Verduno.

1998
 
Cromosomi ribelli, a cura di Arturo Boccolo, Chiesa d’arte, Verduno.

1999
 
Un santo vacante, a cura di Axel Mariano Iberti, ex Chiesa di San Giuseppe, Alba.

Works to New York, a cura di Corrado Barolo, Private Hall, New York.

2000

Berruti & Tibaldi, a cura di Olga Gambari, Maze Art Gallery, Torino.

Anime, a cura di Bruno Sullo, La casa dell’arte, Rosignano Marittimo.

2001
 
Valerio Berruti, a cura di Maria Cristina Strati, Galleria Eloart, Ischia.

Saint Kids, a cura di Guido Curto, Galleria Art & Arts, Torino.

2002

Sacre rappresentazioni, a cura di Alessandro Riva, Galleria Spirale Arte, Milano.

Sacre rappresentazioni, a cura di Alessandro Riva, Galleria Spirale Arte, Pietrasanta.

2003

Summertime, a cura di Olga Gambari e Gian Luca Favetto, Galleria 41artecontemporanea, Torino.

Valerio Berruti, Galleria Silbernagl, Daverio.

Brothers, a cura di Chiara Guidi, Galleria Arte & Altro, Gattinara

Family Values, a cura di Luca Beatrice, Galleria Spirale Arte, Verona.

Familienwerte, Galerie Markus Nohn, Frankfurt..

Sono affari di famiglia
Presentazione di Luca Beatrice.

Passata indenne da crisi strutturali e rivolgimenti epocali, la famiglia continua a essere il nucleo forte su cui si fonda il nostro sistema occidentale, e non solo. C’è stato un tempo, negli anni della contestazione giovanile con tutte le sfumature del caso, che vedeva nella famiglia lo specchio, in piccolo, di un’entità chiusa e repressiva, riflesso delle società reazionarie, idea che si animava nelle letture della post-beat generation (Quinto: uccidi il padre e la madre) o nell’assunzione di un testo ‘sacro’ all’interno del pensiero marxista, La morte della famiglia di David Cooper.
Per chi si è formato nella stagione dei grandi cambiamenti, rivolgere il proprio sguardo al di fuori era un’impellente necessità, un superare il recinto dei rapporti di genealogia e parentela: come cantava il grande Giorgio Gaber, ‘il giudizio universale non passa per le case’, perciò il luogo della libertà stava fuori, era la metafora di un cordone ombelicale reciso per sempre, soprattutto di trasgredire quelle regole che la famiglia gli aveva imposto, marcando cos’ il proprio desiderio di diversità.
Eppure c’è chi ha continuato a vedere nella famiglia un micro-mondo autosufficiente, un sistema parallelo in grado di pensare a se stesso, una società con le proprie regole e i propri valori, capace di costituirsi in quanto nucleo primario. In fondo Alex Katz non ha mai dopinto niente altro se non la propria famiglia – la moglie, i figli, più tardi i nipoti – oppure altri gruppi ristretti di amici simili a lui e ai suoi cari per gusti, attitudini sociali, modelli di comportamento:un’unica grande famiglia fatta da persone di una sola tribù, ‘ovviamente il suo palco personale che sarebbe stato ampliato piuttosto che contestato dalla sua cerchia di colleghi e amici’.
Già nel 1961 con Ada, Alex and Vincent, Katz esprimeva la linea guida di quella che sarà la sua pittura per oltre un quarantennio: un quadretto arcaico-bohèmien (gli attori potrebbero essere quei BoBos che vanno di moda oggi in America), probabilmente ispirato da quelle foto che i padri di famiglia portano con sè nel portafoglio. Una pittura magna, antiretorica, ‘la sua abile e umile pastorale alla fine degli anni ’50 e dell’inizio degli anni ’60 suggeriva una nuova specie di intimismo indoor/outdoor che aveva respirato qualcosa dai ritmi da conversazione del jazz bepop, del design affusolato, delle frange più ricercate della cultura beat, della poesia della New York School, del fenomeno Frank O’Hara e, last but not least, dell’esempio ineguagliabile di Fairfield Porter, il grande tradizionalista-anticonformista della pittura americana del dopoguerra’.
Dall’inizio della sua attività Alez Katz ha dipinto centinaia di ritratti dei propri familiari, in particolare della moglie Ada che resta tuttora la sua modella preferita. Come ha scritto Renè Ricard, ‘Warhol stava facendo Liz e Katz stava facendo Ada’, simbolo privato della generazione cocktail party con una visione edonistica della vita, di cui più aventi il figlio Vincent (anche lui intellettuale cool, poeta e scrittore) erediterà i tratti genetici.

Alex Katz è oggi un artista di grande successo, pur avendo più di settanta anni e essendo arrivato tardi alla considerazione del pubblico. Che il consenso gli sia sopraggiunto proprio ora non è casuale, e non è certo da attribuirsi al fatto che egli sia un artista tradizionalmente figurativo. Sbaglia cioè chi ne legge pedestremente la matrice iconografica interpretandolo come un pittore di ritratti. Semmai è importante considerare Katz in quanto precursore di un desiderio, più che di una necessità, di riportare il punto di osservazione della pittura all’interno di sé. Lontana anni luce sia dall’eroismo di matrice pollockiana, sia della frenetica contaminazione con i new media in stile pop.  Katz gode attenzione soprattutto in Italia e molti giovani si sono sentiti autorizzati a elaborare le forme ritratto e paesaggio da quando il maestro è stato introdotto nell’olimpo dei (pochi) pittori che contano. In realtà uno dei pochi che sembra averne capito la lezione, attualizzandola al suo tempo e adattandola alla propria way of life, è Valerio Berruti, nonostante a prima vista non vi sia alcun punto di contatto.

Berruti, infatti, è un giovane purista (con punti di riferimento che vanno da Morandi a Ozenfant) che rifiuta la banale figurazione fotografica, per insistere invece sul concetto di stile che concede alla pittura alte possibilità di rimediare a se stessa. La chiave consiste nel tentare una cifra nuova e originale servendosi di mezzi che appartengono alla tradizione, come la stesura a fresco su tela di iuta non preparata. Questo approccio dichiaratamente distante non viole essere né anacronistico né retrò, ma certamente cool e provocatorio. Infatti la pittura di oggi ha sorpassato la magniloquenza dell’immagine e si sottrae ad una lettura troppo cronachistica o generazionale. Per Berruti la pittura è più che mai un affare di famiglia, qualcosa che discende da geni predeterminati, appannaggio di una piccola tribù di accoliti dotato di una certa sensibilità e cultura. A Valerio piace guardare dentro sé, in quell’apparentemente ristretto universo da bon vivant, gentiluomo di campagna amante del vino e della cucina. Verduno, il piccolo paradiso nel cuore delle Langhe, è come la campagna del Maine per Alex Katz, territori che ‘liberano’ la pittura dalla necessità di un soggetto e della frenesia temporale, e ‘raccontano’ impercettibili spostamenti di senso ricreando al nostro occhio una progressiva sensazione di familiarità.

La sua Ada, i suoi Vincet stanno in vecchie foto di famiglia scattate a scuola e alle colonie estive, in gita domenicale o in posa rigida davanti all’obiettivo, Non sono state scelte a caso – mi ha raccontato Berruti – ma appartengono a famiglie che, per un motivo o per l’altro, hanno significato qualcosa nella sua vita. Lo stile minimo ed essenziale si incontra alla perfezione con l’assolutezza di queste immagini, L’artista organizza gruppi di persone a sottolineare il legame intimo e la consanguineità, intitolando questo nuovo ciclo Family Values. Mi spiega di aver voluto utilizzare tale termine mutato dall’economia e dalla finanza proprio per sottolineare ‘il valore’ dell’ipotesi familiare come contraltare di un mondo che ha perso qualsiasi credo nelle macrostrutture, che ha visto gran parte delle utopie e dei sogni e che dunque ha bisogno di recuperare un centro partendo dal quotidiano, dalla storia personale di ciascuno.

Le persone che Berruti ha ritratto sono anonime, eppure sembrano appartenerci. E’ vero, questo discorso potrà far sorgere in qualcuno il sospetto di un restringimento dei propri obiettivi, forse una rinuncia o una chiusura. E allora qui l’arte diventa politica, capace di un restringimento dei propri obiettivi, forse una rinuncia o una chiusura. Mentre Alex Katz continua a ritrarre Ada e Vincent, Lou Reed e Laurie Anderson vanno in tour assieme; Timothy Greenfield-Sanders, il grande fotografo delle cèlebrities newyorkesi, ha trasmesso la passione dell’arte alla figlia Isca la quale, a sua volta, si sposa con Sebastian Blank, giovane pittore, per anni assistente di Katz.

Sono tutti affari di famiglia, ma più che altro è un credo laico senza tempo. Nella famiglia, appunto, e nella pittura.

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