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Settimanale diretto da Dario Meschi

Aggiornato sabato 13 settembre 2003 - Anno 3 - Nr. 34

LE BATTUTE DI BERLUSCONI

Il Presidente del Consiglio ci diletta da tempo con le sue battute, più o meno colorite, ironiche ed opportune, a commento delle diverse contingenze politiche. Non solo, recentemente dal dorato ritiro sardo, ha minacciato in una pubblica intervista, ministri, sottosegretari, e parlamentari di Forza Italia ed anche dei partiti alleati di punizioni terribili a fronte del protrarsi di dichiarazioni polemiche che nuocciono all'immagine del governo: peccato che la pena consistente nella mancata candidatura al Parlamento nelle prossime elezioni l'abbia riservata solo agli altri escludendo se stesso.
Evidentemente Berlusconi si dimostra poco avvezzo all'autocritica.
Una tra le ultime battute ha riguardato la salute mentale dei magistrati, suscitando, com'era ovvio, le dure reazioni dei giudici, dei pm e delle forze politiche d'opposizione sempre pronte ad avventarsi sull'osso da rosicchiare. Anche sull'atteggiamento di Rutelli e compagni qualcosa si potrebbe opinare. Per esempio la vena esclusivamente aspra e polemica favorita dai clamorosi incidenti di percorso del leader, alla quale non sono seguite proposte concrete sulle questioni al centro del dibattito politico.

Il Paese necessiterebbe di uno scontro e di un confronto sui temi reali delle grandi riforme, sul problema pensionistico, tanto per mettere le dita nella piaga, sulla necessità di rivedere le regole che governano il mondo del lavoro, per mantenere competitiva l'economia nazionale, soprattutto in un momento di crisi economica così evidente e difficile da superare.
La politica ed i suoi rappresentanti, sia della maggioranza sia dell'opposizione, sembrano aver perso la necessaria lucidità, impegnandosi solo ed esclusivamente ad avvelenare i rapporti di necessaria contrapposizione, nutrendosi di scandali e polemiche destinate ad inaridire senza esito alcuno il dibattito. Ottenendo il risultato negativo di allontanare l'interesse e la partecipazione dei cittadini.
Sempre più si pone l'oggettivo problema dei limiti entro i quali possono accettarsi, per la credibilità e la saldezza del nostro sistema democratico, che la massima autorità governativa, ma anche i rappresentanti delle diverse funzioni pubbliche, si sentano autorizzate a parlare a ruota libera su argomenti che esigerebbero rispetto reciproco ed un modo per essere affrontati diverso, più pacato e costruttivo.
C'è da chiedersi cosa sia peggio: le parole del premier, poco e per nulla ridimensionate da successive precisazioni? le esaltazioni dei suoi seguaci che si limitano a sostenere che sono stati espressi concetti che moltissimi condividono, o le repliche di avversari o d'importanti rappresentanti dello Stato di tono altrettanto provocatorio e dissacratore?

In questo modo si rischia di banalizzare tutto, ed è comprensibile la diffusa insofferenza per lo stato in cui è spesso ridotta l'amministrazione della giustizia, con una responsabilità che solo in parte appartiene ai magistrati, se non per gli atteggiamenti e le iniziative particolari di alcuni togati. Un'altra cosa ancora è lo sprezzante dileggio di persone o istituzioni che mina la credibilità delle istituzioni e che proprio chi ha responsabilità di governo avrebbe il dovere di scoraggiare, anche se si sente perseguitato.
In questo quadro poco edificante merita un plauso l'atteggiamento del presidente della Repubblica, sempre attento a ribadire i valori fondamentali della democrazia e la saldezza della Costituzione.
Carlo Azeglio Ciampi ha dimostrato un forte scrupolo di ossequio per il ruolo super partes e di garanzia che la Costituzione gli attribuisce, che spesso gli ha consigliato atteggiamenti di riserbo, inducendolo a respingere le frequenti invocazioni di atti clamorosi, come il rifiuto di firmare il tanto contestato "lodo", per mantenere il corretto equilibrio e la necessaria equidistanza da ogni schieramento. Per la sua pilatesca neutralità è stato criticato, non essendo intervenuto contro il crescendo degli eccessi verbali che pregiudica la correttezza dei rapporti tra l'esecutivo e la magistratura.

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