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IL VENDITORE DI RACCONTI
Un umorismo tipicamente siculo pervade ogni pagina di questo libro, che ci offre il risultato più convincente finora raggiunto da Pino Caruso come narratore. Narratore di cose viste, di incontri memorabili, di storie vere rievocate, di esperienze personali vissute e sofferte. Il tutto trasfigurato dalla fantasia e dallo stile di uno scrittore ormai maturo, che è giusto collocare nel filone Prandello-Brancati-Sciascia-Camilleri. Caruso passa con disinvoltura dal bozzetto di colore alla trama poliziesca, dal ricordo dell’infanzia all’esperienza paranormale, dalle dichiarazioni suscitate dalla fame ai fantasmi dell’eros. Ma senza mai rinunciare all’ironia. Perché l’umorismo, secondo lui, è il segno più alto della civiltà di un popolo. O per citare una sua battuta: ”Chi non sa ridere, non è persona seria”.
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IL LIBRO NON SI SPEGNE Da qualche tempo abito in campagna. E la mia casa si affaccia su un terreno che, dopo pochi metri in piano, scende fino a farsi vallata per risalire sulla collina dirimpetto. Quello è il mio orizzonte, oltre al quale, di giorno, cade in cielo e, quando c’è, tramonta il sole e, nelle notti chiare, si scorge la luna. Venerdì c’erano soltanto strane nuvole lattiginose e una pioggia senza vento, con fili d’acqua che, quasi in silenzio, scendevano dritti e fitti come l’esile trama di un velario. Si fece scuro molto presto. E la mia casa sembrò subito avvolta nel buio e dal vuoto. Una sensazione da astronauti sperduti nello spazio. Avevamo ospiti a cena: un critico cinematografico, un giornalista e un’attrice. Si parlava, inevitabilmente, di spettacolo. Il camino era acceso. E anche il televisore, ma tenuto a distanza e a basso volume. Lo ascoltavamo, insomma, con mezzo orecchio e lo guardavamo distrattamente con mezzo occhio. Era pur sempre un contatto con il resto del mondo. Non badavamo più di tanto al tempo fuori, ma sentivamo che peggiorava. Un vento furioso sbatteva raffiche di vento sui vetri delle imposte, Lampeggiava, Ne seguivano tuoni fragorosi da far tremare le pareti. Un’annunciatrice apparve sul video:”Va ora in onda” disse “il film….” E mancò la corrente. Accendemmo alcune candele. Ma quel titolo, inghiottito dal risucchio di luce del televisore che si spegneva, ci sembrò rubato. E quel film, che non avremmo comunque scelto di vedere, a saperlo in giro per l’etere senza giungere a noi, ci attraeva come tutte le cose irraggiungibili. La corrente quella sera non tornò. La conversazione riprese. E saltando da un genere di spettacolo all’altro, arrivammo a discorrere di romanzieri e di romanzi, soprattutto di quelli di cui il cinema si è servito per farne film di successo. Il critico citò “Boule de suif” (Palla di sego) di Guy de Maupassant, da cui John Ford trasse “Ombre rosse”. Un ritratto della piccola borghesia francese, ipocrita e bigotta. Il giornalista ci ricordò “I due amici” (sempre di Maupassant). Storia di due pavidi pescatori di acqua dolce che, durante la guerra franco-prussiana (guerra di posizione, dove le prime linee degli eserciti ora avanzavano ora si ritiravano), risalendo le rive del fiume, si trovavano inconsapevolmente in pieno territorio nemico. Arrestati per spionaggio, richiesti di fornire informazioni in cambio della vita, si rifiutano di darne e vengono fucilati. Il film che ne è stato ricavato è “La grande guerra” di Mario Monicelli con Sordi e Gassman. “E I gioielli?” chiese l’attrice riferendosi al altro bellissimo racconto dello scrittore francese. “Come mai non ne hanno ancora tratto un film?” “Già, I gioielli! Racconta, racconta…” “Era figlia di un esattore di provincia, morto da parecchi anni. Coloro che non la conoscevano non facevano che altro che ripetere; “Fortunato chi se la piglierà!” Lantin, che era allora archivista capo al Ministero degli Interni con uno stipendio magro, ne chiese la mano e la sposò. Lei amministrò la casa così bene che pareva vivessero nel lusso. Lui l’amava. Ed era felice. Le rimproverava soltanto due debolezze: quella per il teatro e quella per i gioielli falsi. Ma una notte d’inverno, dopo essere stata all’opera, lei rincasò tossendo e scossa dai brividi. Otto giorni dopo moriva di una flussione al petto. Per poco Lantin non la seguì nella tomba. Il tempo non attenuò il suo dolore. Non solo. Il suo stipendio, che in mano alla moglie bastava a tutto, adesso no bastava neanche a lui solo. Contrasse debiti, Poi, una mattina cercò di vendere uno dei gioielli falsi della moglie. Scelse una collana e la portò dall’orefice, “ viene dal mio negozio. L’ho venduta per 25.000 franchi. Sono pronto a riprenderla per 18.000…” Lantin uscì per riflettere. Si sforzava, di ragionare, di capire. Sua moglie non avrebbe mai potuto comprare un gioiello di quel valore. Era un regalo. Ma da chi? Pianse disperatamente. Tornò dall’orefice con gli altri gioielli. Erano tutti autentici. Un patrimonio da camparci di rendita. Si licenziò dall’ufficio. Passò la notte con donnine allegre. Sei mesi più tardi si risposava. La sua seconda moglie era onestissima, ma con un brutto carattere. E non lo fece felice.” Trascorremmo la sera a raccontare storie. E a sfogliare libri per trovarne o da rileggere o da ricordare. E alla fine convenimmo che, nonostante la televisione e il cinema, la più stupefacente invenzione dell’uomo rimane proprio il libero. Perché?Semplice se va via luce, il libro non si spegne.
Pino Caruso, nato a Palermo nel 1934, attore, scrittore, giornalista, è popolarissimo soprattutto come comico e schowman. Inizia la sua carriera teatrale a Palermo e raggiunge vasta notorietà nel 1966 con il varietà televisivo “Che domenica, amici!” Alterna l’attività teatrale a quella televisiva ottenendo la ultimo un notevole successo con lo sceneggiato “Carabinieri” Come scrittore, ha pubblicato “L’uomo comune” (1985), Palma d’oro al Festival dell’umorismo di Bordighera, “I delitti di via della Loggia” (1991), “La Sicilia vista da me” (1998) e “Un comico urgente a Via Cavour (1998).
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