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IL DISAVANZO PENSIONISTICO
L’Italia è un paziente gravemente ammalato, necessità di una cura drastica, dolorosa ed anche rischiosa, presenta, infatti, un disavanzo previdenziale di 50 miliardi di euro, 100.000 miliardi di vecchie lire l’anno, in continuo aumento in un momento economico incerto di difficile congiuntura. La cura esiste, ma rischia di scontentare tutte le parti in causa. Preoccupa, per immotivati timori di riduzione della rendita percepita, i pensionati che già percepiscono l’assegno previdenziale, i numerosi cittadini prossimi al pensionamento, per lo slittamento dei tempi necessari al raggiungimento della meta, dopo 35 anni di attività, i lavoratori più giovani chiamati a contribuire al pagamento delle pensioni già maturate, nell’incertezza di incassare la propria, e infine i politici che, trovandosi a gestire una problematica di siffatta importanza, rischiano di subire in termini elettorali una dura sconfitta, in virtù di scelte evidentemente necessarie ma certamente poco popolari. L’operazione di risanamento è rappresentata dal riassetto del sistema di sicurezza sociale, da affrontare in tempi brevi se non si vuole la paralisi di un meccanismo perverso, ma nel frattempo d’enorme importanza sociale. Il governo di centrodestra, come del resto quelli di centrosinistra che l’hanno preceduto, è restio a varare una riforma destinata a scontrarsi con le parti sociali e contro gli interessi più o meno legittimi di decine di milioni di italiani. Dopo aver lasciato ferma in Parlamento una delega, anziché affrontare il problema, il governo si è impegnato nel tentativo di risolvere la crisi economica che non fa prevedere, né ora né nei prossimi mesi, la possibilità di entrate fiscali sufficienti per realizzare i suoi programmi, le sue promesse, i suoi sogni e le grandi riforme.
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L’unica strada praticabile, per risolvere la situazione concretamente, parrebbe quella di incentivare l’attività lavorativa oltre la soglia del diritto della pensione d’anzianità. In considerazione del fatto che per ogni dipendente che rimane al lavoro un anno in più del previsto, il sistema previdenziale incassa un contributo in più e paga una pensione in meno. Ne potrebbe conseguire un miglioramento dei conti previdenziali di 10-15 mila euro l’anno per ogni pensionato mancato e parte di questa somma potrebbe essere ritornata sotto la forma di sgravi fiscali a tutti coloro che opteranno per questo tipo di scelta. Il governo è frenato nelle decisioni da assumere da due timori. Il primo di carattere economico legato al momento di recessione, il secondo di tipo politico elettorale. La via d’uscita non può che arrivare da un abile lavoro di mediazione con le parti sociali, e da una corretta e necessaria informazione nei confronti dei cittadini. I sindacati pur minacciando scioperi ed altre iniziative d’effetto, si rendono conto della necessità di affrontare definitivamente un problema che rischia di coinvolgere tutti quanti. Il governo rappresentato nella circostanza dal vice presidente Fini, incaricato dell’onere di questa difficile trattativa, dovrà, anche grazie alla presenza di un’opposizione responsabile, far capire che le pensioni attuali non sono a rischio e quelle future potranno essere semplicemente rinviate di un tempo relativamente breve, in modo tale da rassicurare gli animi, ridurre in parte l’incertezza ed incentivare la ripresa dei consumi. La paura politica, in considerazione che la gran parte delle pensioni d’anzianità è concentrata al Nord, interessa alcuni partiti della coalizione, la Lega Nord in particolare preoccupata per possibili e forti ripercussioni elettorali. A questo timore comprensibile ma di parte si dovrebbe opporre l’esigenza di raggiungere obiettivi che vadano ben oltre le immediate prove elettorali.
Dario Meschi
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