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SARS E DEMOCRAZIA
Si è riaperta la caccia all'untore. Tornano alla memoria inquietanti avvenimenti, narrati e custoditi dalla tradizione popolare, raccontati dal Manzoni nei Promessi Sposi, o testimoniati dalle disposizioni del magistrato di Sanità della Repubblica di Venezia. Un uomo indubbiamente timoroso ed inflessibile, preoccupato e ossessionato dalla possibilità che qualche bastimento portasse con sè, unitamente a molte merci preziose provenienti dall'Oriente, anche un terribile morbo come la peste. La necessità di allontanare il pericolo lo indusse ad introdurre senza tentennamenti alcune normative di assoluto rigore che trovavano applicazione nel seguente precetto: "sotto pena della forca". Il patibolo attendeva chi metteva in pericolo la sicurezza e la stessa sopravvivenza dei veneziani, alimentando la caccia al presunto infetto. Tali disposizioni severe, ma necessarie, erano più che giustificate in un tempo dove la medicina era del tutto disarmata di fronte a tali terribili emergenze. Il presunto untore era lo straniero o il malcapitato marinaio, generalmente appartenente ad una ciurma d'uomini rozzi soliti alla promiscuità e votati ai più turpi costumi. Durante l'epidemia di colera scoppiata tra il 1835 e il 1837, anni delle macchine a vapore e delle prime ferrovie, il re di Sardegna emanò un ordine nel quale vietava alle navi, di qualsiasi bandiera, di sbarcare sui litorali dell'isola persone o merci. In caso di violazione di questa disposizione, le truppe dovevano respingerli con le armi e in caso di resistenza fare fuoco dopo la "terza intimata". Il pericolo dell'epidemia, la paura diffusa e le disposizioni emanate non garantivano sicuramente il rispetto della libertà individuali e nemmeno dei diritti umani. Scattava a tutela della pubblica incolumità un'emergenza sanitaria che si attuava con l'isolamento, la quarantena, il trasporto coatto nei lazzaretti e la pena di morte per i trasgressori dei provvedimenti sanitari, inoltre mancavano evidentemente le terapie sanitarie necessarie e ci si difendeva con i soli mezzi disponibili. Sono passati secoli e siamo giunti all'atteso terzo millennio, all'era tecnologica e alla globalizzazione. La medicina ha fatto passi da gigante ma, oggi come allora, deve arrendersi di fronte a malattie e virus che non riesce a contrastare. Il fatto che la Repubblica popolare cinese abbia introdotto pene severe, dall'ergastolo alla condanna a morte, per coloro che per paura, ignoranza e dissennatezza, si fanno untori della Sars, sgomenta e preoccupa. E' indicativo il fatto che i notabili di Pechino abbiano reagito all'emergenza, provocata dalla famigerata "polmonite atipica", in termini di psicosi e paura, spingendo le folle a tumultuare contro i centri di quarantena, scegliendo per sè la via della fuga dalla città, ricordando nei gesti compiuti sia la famiglia reale a Napoli, sia il Papa e i cardinali a Roma, durante l'epidemia di colera del 1835. L'innalzamento della forca in Cina è un atto grave e fa gridare allo scandalo, poiché dimostra che è ancora lontana dal Paese la via della democrazia e anche quella dell'allargamento dei diritti civili, provocando sdegno e protesta in molte democrazie occidentali. Potrebbe però meritare una condanna con delle attenuanti generiche, o una parziale, seppur minima, giustificazione, conseguente agli atteggiamenti ed alle reazioni, non sempre giustificate e condivisibili nei confronti dei "diversi", e dei viaggiatori.
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