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Settimanale diretto da Dario Meschi

Aggiornato sabato 17 maggio 2003 - Anno 3 - Nr. 20

L'UNIONE NON FA LA FORZA

L'unione europea non fa la forza.
Lo ha dimostrato dividendosi dapprima sulla posizione da assumere in merito all'intervento armato in Iraq, ed ora in tema di salute pubblica.
I risultati dell'atteso vertice sanitario dell'Ue sulla Sars sono stati, infatti, deludenti. Poiché non è stato raggiunto un accordo sulla proposta italiana tesa ad introdurre una deroga all'accordo di Schengen, rendendo obbligatori e rigorosi i controlli sanitari, per i viaggiatori provenienti dalle aree di contagio e transitati in altri scali europei.
Una divisione pericolosa, un segnale tutt'altro che incoraggiante riguardante le politiche che influiscono sulla salute.
L'ambizioso progetto di un'Agenzia europea per la difesa di questa preziosa "moneta unica", fattore di moltiplicazione delle risorse umane, è naufragato sul nascere. Al momento i cittadini europei potranno far conto sull'esistente rete di sorveglianza delle malattie infettive e sul miglior coordinamento tra le strutture nazionali dei diversi Paesi, per ora invitati a adottare delle misure generiche, definite "uniformi", contro la temibile polmonite atipica. Troppo poco, almeno per gli italiani, che legittimamente impauriti, avrebbero preferito ben altre e più incisive misure di prevenzione dal contagio.
Sul mancato accordo tra Stati e sulla posizione contraria di Gran Bretagna e Germania hanno pesato, come consuetudine nella comunità, interessi economici ed egoismi nazionali, fatto non sorprendente in un tempo in cui la moneta, intesa come valore, è assurta al ruolo di metro universale della politica e purtroppo anche dell'etica.
Una divisione poco comprensibile ed ancor meno giustificabile contrastante con le preoccupazioni che a metà Ottocento spinsero i Paesi europei, ben lontani da un'ipotesi d'unità, a dimenticare i conflitti e le dispute coloniali per organizzare la prima Conferenza Sanitaria Internazionale della storia.
A quel tempo era sentita l'esigenza di uniformare il regime sanitario in vista dell'apertura del canale di Suez e dello sviluppo dei traffici commerciali oltre che marittimi del Mediterraneo, che fece scattare senza tentennamenti le misure precauzionali per le tre malattie più temute a quel tempo: febbre gialla, peste e colera. Per le più importanti vi era l'obbligo, per tutti i bastimenti, di esibire la patente sanitaria, l'imposizione di una quarantena d'osservazione, l'impegno di stabilire il servizio di salute pubblica in ogni porto.
Forse quelli erano altri tempi.
Le emergenze e le condizioni inducevano allora alla volontà di un agire comune, e forse era maggiore il senso di responsabilità e la coscienza nell'affrontare un problema di così vitale importanza. Sta di fatto che nell'attualità, in una fase delicata di costruzione e di necessario rilancio di un'Europa unita, non solo sotto il profilo economico, ma anche e soprattutto sotto quello istituzionale e politico, è mancato un segnale tra i più spettacolari e forti per i popoli europei. Di fronte al pericolo di un'epidemia reale e non solo per limitare la paura del contagio, ma anche per evitare pericolosi e ingiustificati atteggiamenti di pregiudizio etnico.
Quasi si fossero dimenticati i fondamenti filosofici della moderna concezione dei diritti universali dell'uomo, primo tra tutti, quello della salute.
Troppo poco nel vecchio continente culla della civiltà e dell'illuminismo.

Andamento della malattia - clicca qui per visualizzare l’immagine espansa

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